Ceuta e Melilla, il muro che chiude l’Europa

La Spagna è il paese europeo più vicino all'Africa, ma anche quello dove sbarcano meno migranti. Eppure i morti in mare sono tantissimi: dal '97 a oggi si stima che potrebbero essere ben 18.000. Una situazione causata anche dalle politiche restrittive del paese, messe in atto con chiarezza a Ceuta e Melilla, due enclave in territorio marocchino.

Strano a dirsi, ma proprio la Spagna, il paese europeo più vicino all’Africa, è anche quello dell’Europa meridionale dove sbarcano meno migranti. Eppure, allo stesso tempo, sono tantissimi gli uomini, le donne e i bambini morti in mare nel tentativo di raggiungere proprio la Penisola Iberica.

Secondo un recente studio dell’associazione per i diritti umani dell’Andalusia (Apdha), infatti, dal ’97 a oggi sono morte circa 6.000 persone mentre cercavano di attraversare questo tratto di mare alla ricerca di una vita più dignitosa (nell’infografica qui sotto si può vedere il dettaglio di morti e scomparsi anno per anno). Ma il numero delle vittime potrebbe essere molto più alto. A dirlo è Andrea Grieco, ricercatore italiano di Apdha lungo la frontiera meridionale:

«Confrontando i nostri dati con quelli forniti dall’Organizzazione internazionale per le migrazioni, si scopre che, per ogni persona di cui si è dichiarata la morte certa, ci sono almeno due scomparsi».

I morti nel tentativo di approdare in Spagna attraverso questa frontiera, dunque, potrebbero essere stati 18.000.

Ceuta e Melilla vittime mare
Il numero delle vittime, tra morti e dispersi, del tentativo d’attraversata dello stretto di Gibilterra dal ’97 a oggi (fonte Apdha)

Spagna e migranti: politiche restrittive e poca umanità

Continua Grieco: «È evidente che il Governo spagnolo è stato pioniere nell’applicazione di politiche restrittive verso i migranti. Basti pensare agli accordi siglati con quei paesi non rispettosi dei diritti umani, come il Marocco, diventato, negli anni, il poliziotto d’Europa lungo la rotta occidentale».

Ad ogni modo, dice Judith Sunderland, associate director di Human Rights Watch, «che si tratti di negligenza o di una scelta precisa, la Spagna non tratta con umanità e dignità i richiedenti asilo e i migranti che arrivano via mare». Secondo Sunderland, inoltre, «le autorità dovrebbero migliorare urgentemente le proprie strutture di polizia e assicurare l’accesso effettivo al diritto d’asilo».

Spagna: vicina all’Africa, resta miraggio per profughi

In Spagna sono pochi i migranti che riescono a fare domanda di protezione internazionale. A raccontarlo è l’ultimo rapporto della Commissione spagnola di aiuto al rifugiato: «Nel 2016 è diminuito vistosamente il numero di persone che hanno richiesto la protezione internazionale negli uffici d’asilo di Ceuta e Melilla», si legge nello studio. «La Spagna nel 2016 ha raggiunto il suo livello record di richiedenti protezione internazionale con 15.755 richieste. Tuttavia, nonostante la sua posizione strategica, il numero di domande al confine meridionale è diminuito sensibilmente».

Di più: «A Melilla c’è stato un calo significativo di domande nel posto di frontiera di Beni Ansar, dove 2.038 persone hanno chiesto asilo, quasi un terzo di quanti lo hanno fatto nel 2015, e l’accesso a questo ufficio è stato negato alle persone di origine sub-sahariana». Sotto la scure del rapporto Cear 2017 sono finiti i centri di prima accoglienza e identificazione (Ceti), una sorta di hotspot costruiti fin dalla fine negli anni’90 nelle due enclave.

Ceuta e Melilla: nelle città del muro non si chiede l’asilo

«Nel Ceti di Melilla si sono verificati diversi episodi di violenza sessuale, situazioni spesso causate dal sovraffollamento della struttura e dalle condizioni di promiscuità in cui sono tenute le persone». A Ceuta, invece, «nel 2016 sono state registrate soltanto 220 domande di protezione internazionale».

Cifre bassissime, che si spiegano con il fatto che «le autorità di polizia restringono la libertà di circolazione dei richiedenti asilo la cui domanda è risultata ammissibile, in modo che non possano lasciare le città autonomamente». O con «la mancanza di assistenza specializzata, nei centri delle enclave, per i minori e le persone vulnerabili».

Più in generale, si legge ancora nello studio, «si registrano molti casi di persone scoraggiate a chiedere protezione internazionale, alcuni che addirittura dopo aver effettuato la domanda, rinunciano a continuare la procedura». Per dirne una, al posto di frontiera di El Tarajal, sempre a Ceuta, nell’ultimo anno non è stata formalizzata neppure una domanda d’asilo.

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Il Parlamento boccia i respingimenti automatici

Il Defensor del Pueblo, l’alto commissario del Parlamento spagnolo che ha il compito di monitorare il rispetto dei diritti umani da parte delle amministrazioni pubbliche del paese, nell’ultima relazione annuale del 2016 aveva sottolineato «l’assoluta opposizione alle pratiche di respingimento automatico alla frontiera che si sono verificate in territorio spagnolo attraverso i perimetri di confine di Ceuta e Melilla».

L’organismo di garanzia aveva fatto riferimento alle numerose denunce raccolte dalle associazioni del posto «sulla detenzione eccessiva, l’alto numero di rimpatri volontari, le condizioni disumane in cui sono tenuti i migranti nei centri di permanenza temporanea di immigrati». I Ceti, appunto.

Tutto ciò spiega almeno in parte le ragioni, oltre il naturale succedersi delle rotte migratorie, delle basse cifre di sbarchi di migranti lungo la rotta occidentale. E del perché, ad esempio, l’unico paese europeo, la Spagna, che confina via terra con l’Africa – grazie a Ceuta e Melilla – non sia stato investito in maniera massiccia (come Italia e Grecia) dai flussi di persone arrivate in Europa negli ultimi tre anni.

Frontex: «Ottima cooperazione con Marocco»

La diminuzione degli arrivi, l’ha spiegata un anno e mezzo fa un rapporto di Frontex così: «L’ottima cooperazione con il Senegal, la Mauritania e il Marocco, ha ridotto in maniera significativa la pressione sulla rotta che porta verso le isole Canarie e il sud della Spagna». Dunque, se i migranti non arrivano lì, sembrerebbe che il merito sia della cooperazione internazionale.

«Meno ingressi di irregolari e rimpatri per chi supera illegalmente il confine», è la ricetta che hanno spiegato dall’Agenzia che aiuta l’Europa a gestire le frontiere esterne, marittime, terrestri ed aeroportuali. Detta in altri termini, e per usare il gergo della politica internazionale, la Spagna applica, attraverso gli accordi con il Marocco (ma non solo) i dispositivi di «esternalizzazione della frontiera».

Il modello spagnolo ferma-migranti

«È il modello spagnolo», sottolinea Angela Ciavolella, studiosa in scienze politiche dell’Università di Bologna che ha dedicato un corposo lavoro di ricerca alle due città enclave, “Ceuta e Melilla. Europa oltre l’Europa. Genesi e destini di due enclave di frontiera”.

Dice la ricercatrice: «Nel corso degli ultimi anni i flussi migratori hanno continuato a interessare tanto le due città autonome, quanto le coste meridionali della Spagna, in dimensioni, però, quasi irrisorie, se rapportate a quanto sta accadendo nel Mediterraneo centrale». Come spiega Ciavolella, «è un risultato che da più parti è stato attribuito alla ferma politica adottata dal governo spagnolo in materia di controllo e gestione della migrazione. Un modello per gli stati dell’Ue».

E ancora: «Lo stesso accordo siglato l’anno scorso tra l’Unione europea e la Turchia sembrerebbe ricalcare lo schema spagnolo. E le città di Ceuta e di Melilla sono proprio il paradigma della differenziazione tra migranti economici e profughi, la stessa selezione che oggi è alla base dell’approccio hotspot».

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