Burundi, Onu denuncia crimini contro umanità

La commissione d'inchiesta delle Nazioni Unite svela 500 racconti di crimini contro l’umanità in Burundi. Ci sono storie di esecuzioni sommarie, torture, violenze sessuali e arresti arbitrati. I funzionari Onu chiedono l’intervento della Corte penale internazionale e dell'Unione Africana: tra i responsabili «ufficiali di alto livello»

In Burundi si stanno commettendo crimini contro l’umanità di ogni genere. La commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite ha diffuso ieri un rapporto in cui parla di esecuzioni sommarie, torture, violenze sessuali, arresti arbitrari, trattamenti inumani o degradanti e sparizioni forzate.

Atti brutali commessi da «ufficiali di alto livello dei servizi di sicurezza nazionale e delle forze di polizia, ufficiali dell’esercito e membri della lega dei giovani del partito al potere, conosciuta come “Imbonerakure”». Una situazione così grave che ora i funzionari Onu chiedono l’intervento urgente della Corte penale internazionale.

Il documento non lascia spazio al dubbio o alla necessità di ulteriori verifiche per poter rivelare con certezza quello che sta succedendo. I commissari, infatti, dicono che i racconti di vittime, familiari o testimoni sono stati «controllati e corroborati rigorosamente» e «mostrano che stanno proseguendo serie violazioni dei diritti umani».

Burundi: oltre due anni di barbarie

Le violenze vanno avanti ormai da oltre due anni. La commissione Onu, infatti, ha dichiarato di avere «ragionevoli motivazioni per ritenere che siano stati commessi, e continuano a essere commessi, crimini contro l’umanità a partire dall’aprile 2015».

«Continuiamo a ricevere affidabili, credibili e consistenti informazioni che confermano che queste violazioni stanno ancora avendo luogo in Burundi oggi. Alcune di queste violazioni si stanno compiendo in una maniera più clandestina, ma sono ancora brutali», ha commentato Fatsah Ouguergouz, presidente della commissione d’inchiesta.

Racconti dall’inferno: 500 testimoni alle Nazioni Unite

Arrestati a casa o per le strade, sono circa 500 le vittime di tortura che hanno accettato di parlare alla commissione d’inchiesta Onu. Descrivono maltrattamenti, insulti, violenze sessuali ed esecuzioni sommarie. Mostrano le cicatrici, marchi di bruciature, fratture o disabilità seguite alla tortura. Le loro testimonianze mostrano l’estrema crudeltà e brutalità dei loro persecutori, «molto spesso membri dei Servizi nazionali di intelligence burundesi (Snr), polizia, militari e “Imbonerakure”».

Alphonse, il nome è di fantasia, aveva 22 anni quando è stato arrestato nel suo quartiere insieme a diversi altri.

«I soldati hanno legato i nostri gomiti insieme. Ci hanno presi a calci e picchiato con cavi elettrici, barre d’acciaio e l’impugnatura delle loro armi. Hanno partecipato membri della lega dei giovani del partito al potere, gli “Imbonerakure”».

Lui ha potuto parlare, ma molti altri non potranno mai raccontare quello che è accaduto.

«Ci hanno messi in fila e hanno cominciato a sparare. Il primo uomo ha preso una pallottola in testa. Il suo cervello è esploso sulle persone che erano al suo fianco», dice ancora Alphonse, che ha visto due suoi amici morire in questo modo.

«Vuoi morire a coltellate o con una barra d’acciaio?»

Il report contiene testimonianze molto crude. E alcuni di questi giovani hanno passato momenti in cui pensavano che fosse tutto finito per loro. «Un poliziotto ha messo la sua pistola nella mia bocca e l’ha caricata», ricorda uno di loro.

Un altro ha raccontato: «Ci hanno fatto sdraiare per terra, ci hanno legato e ci hanno chiesto come volevamo morire: con un coltello o con una barra d’acciaio?».

Molte delle vittime, scrivono i funzionari Onu, vivono ancora nel terrore. Anche chi è stato rilasciato o sta ormai vivendo in esilio come rifugiato. «Un tempo ero sempre molto dinamico e socievole. Adesso sono introverso e difficilmente esco di casa. Sono costantemente dolorante, nonostante le medicazioni», spiega Alphonse.

Giornalista e attivista scomparsi nel nulla

Alcune vittime di queste violenze sono scomparse senza lasciare traccia. Jean Bigirimana, un giornalista che lavorava per il media indipendente Iwacu, per esempio, non è più stato visto dal 22 luglio 2016.

Così come Marie Claudette Kwizera, tesoriera dell’organizzazione burundese per i diritti umani Ligue Iteka, che è scomparsa dopo essere stata porta via su un veicolo dei servizi di sicurezza il 10 dicembre 2015.

E molte altre famiglie, scrive il report delle Nazioni Unite, «stanno aspettando disperatamente il ritorno dei propri amati».

Le ragioni della violenza: una questione di potere

Burundi Pierre Nkurunziza
Il presidente del Burundi, Pierre Nkurunziza. Photo: DOC

Alcune delle vittime, spiegano i funzionari Onu, avevano partecipato alle dimostrazioni di piazza contro la rielezione del presidente Pierre Nkurunziza, avvenuta nella primavera del 2015. Altri, invece, erano membri dei partiti di opposizione.

La crisi era esplosa quando Nkurunziza aveva dichiarato che si sarebbe candidato ancora, per la terza volta consecutiva, alla carica di presidente del paese. Una notizia a cui si era ribellata parte della popolazione, che era scesa in piazza ancora ferita da una lunga guerra civile. Tra il 1993 e il 2006, infatti, gli scontri interni al paese sono costati la vita ad almeno 300 mila persone.

«Molti altri hanno raccontato di non aver mai preso parte ad alcuna protesta e di non aver mai partecipato ad alcuna attività politica. Ma tutti loro hanno visto le loro vite discendere nell’orrore», si legge nel comunicato diffuso ieri dalle Nazioni Unite.

Crimini contro l’umanità: Bujumbura non collabora

Le autorità di Bujumbura, a quanto riferiscono gli uomini dell’Onu, sembra che stiano cercando di nascondere quello che sta accadendo, invece che collaborare per punire i responsabili e interrompere la spirale di violenza. Ouguergouz ha dichiarato:

«Siamo impressionati dalla scala di brutalità e violazioni. Abbiamo anche notato una mancanza di volontà da parte delle autorità burundesi di combattere contro l’impunità e garantire l’indipendenza del potere giudiziario. Per questi motivi, c’è una forte probabilità che i responsabili di questi crimini restino impuniti».

In particolare, la commissione d’inchiesta ha denunciato che le autorità del paese hanno rifiutato i continui tentativi da parte del gruppo delle Nazioni Unite di instaurare un dialogo. Il governo del Burundi, inoltre, non avrebbe voluto fornire le informazioni richieste e non avrebbe permesso ai membri della commissione di entrare nel paese.

«Ci dispiace profondamente la mancanza di cooperazione da parte del governo burundese che, tra le altre cose, rende difficile per noi documentare gli abusi ai diritti umani commessi dai gruppi armati d’opposizione. Questo è ancora più lamentevole visto che il Burundi, in quanto membro del consiglio per i Diritti Umani, ha l’obbligo di cooperare con le procedure stabilite dal consiglio», ha detto il membro della commissione Reine Alapini Gansou.

Testimoni minacciati. Anche in esilio

Le conclusioni a cui è giunto il gruppo creato dal consiglio per i Diritti Umani dell’Onu sono frutto di un’attività investigativa durata diversi mesi. Tra gli oltre 500 testimoni, ci sono anche molti cittadini del Burundi che oggi vivono all’estero come rifugiati e altri che sono rimasti nel proprio paese, spesso rischiando in questo modo la vita.

«C’è un clima di paura penetrante in Burundi. Le vittime sono state minacciate, anche in esilio. Questo significa che la commissione deve stare molto attenta ad assicurare che le loro testimonianza non siano utilizzate per metterle in pericolo».

A parlare così è il britannico Françoise Hampson, uno dei tre membri della commissione Onu. Gli altri due componenti, come detto, sono il presidente, originario dell’Algeria, Ouguergouz, e Gansou, del Benin.

Corte penale internazionale e Unione Africana

La commissione chiede alle autorità del Burundi di mettere fine immediatamente a serie violazioni di diritti umani perpetrate da agenti dello stato e “Imbonerakure”, sui quali lo stato esercita un controllo.

In considerazione del fatto che l’impunità protegge chi ha compiuto queste violazioni, prosegue il report, «la commissione chiede alla Corte penale internazionale di aprire un’attività investigativa sui crimini commessi in Burundi il prima possibile.

La commissione chiede anche all’Unione Africana di riprendere l’iniziativa per trovare una soluzione duratura alla crisi in Burundi, basata sul rispetto dei diritti umani, e di restare attivamente impegnata».

Per approfondire:
Africa: guerra al “Tribunale dei bianchi”

La commissione d’inchiesta Onu sul Burundi

La commissione che ha diffuso ieri il rapporto sulla situazione nel paese centrafricano è stata creata il 30 settembre 2016 attraverso la risoluzione 33/24 del consiglio sui Diritti Umani delle Nazioni Unite. Il suo mandato è quello di condurre una attività investigativa approfondita rispetto alle violazioni dei diritti umani e agli abusi commessi in Burundi a partire dall’aprile 2015, identificare i possibili responsabili e formulare raccomandazioni.

La commissione presenterà il suo rapporto finale al consiglio per i Diritti Umani durante un incontro che si terrà proprio in Burundi il 18 e il 19 settembre. La 36esima sessione di questo consiglio si terrà invece a Ginevra dall’11 al 29 settembre.

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