Braccianti agricole, vita dura in Puglia

In Puglia le braccianti agricole non hanno vita facile: i contratti stagionali non le tutelano e il welfare è quasi inesistente. Lo denuncia un rapporto di ActionAid. Il documento nasce dalla volontà di mappare le condizioni di queste lavoratrici per favorirne il processo di inclusione e di riduzione della povertà

Rita ha 33 anni, è una bracciante agricola della provincia di Bari. Mamma, moglie e una delle tante donne che vivono una situazione di lavoro precario, usurante, malpagato e difficilmente conciliabile con la famiglia. «Mi alzo alle 4 del mattino, da settembre alle 5 perché prima c’è ancora buio, e rientro a casa fra le 12.30 e le 14.30. Il pomeriggio torno al lavoro, tranne da ottobre in poi perché fa scuro presto». La sua è una delle tante testimonianze raccolte nel rapporto curato da ActionAid dal titolo “Donne, madri, braccianti. Appunti per il miglioramento delle condizioni di vita delle lavoratrici in agricoltura nell’area metropolitana di Bari“, pubblicato a luglio.

L’indagine rientra nel progetto Cambia Terra e parte dalla volontà di mappare le condizioni delle lavoratrici in Puglia, in particolare nei comuni di Bari, Adelfia, Noicattaro e Rutigliano. Tra gli obiettivi c’è anche la volontà di contribuire ai processi di inclusione e di riduzione della povertà delle donne braccianti pugliesi.

Agricoltura, lavoratori stagionali poco tutelati

I numeri dicono che in Puglia il lavoro nei campi è ancora per molti la prima scelta, ma che si tratta comunque di un impiego a scadenza. Stando ai dati diffusi da ActionAid, nel 2014 sono stati 4.634 i lavoratori assunti a tempo indeterminato, oltre 180 mila quelli stagionali, di cui circa 140 mila italiani, il resto stranieri.

Alto anche il numero delle donne impiegate nel settore agricolo: 62.550 quelle italiane, 13.545 le straniere. Molte di loro sono assunte come lavoratrici stagionali, con contratti che non garantiscono le tutele minime. Come la disoccupazione. Per beneficiarne bisogna avere all’attivo almeno 50 giornate di lavoro. Chi non le raggiunge non ha diritto al sussidio, a chi ci riesce può succedere che non siano registrate. «Questo dovrebbe essere il mio secondo anno di disoccupazione agricola – dice Rita – ma ogni anno c’è un problema di giornate registrate, sono sempre meno di quelle che faccio».

Le aziende agricole tendono ad assumere con contratti stagionali, ma in realtà chi lavora nel settore agricolo lo fa da anni. Continua Rita:

«Lavoro nei campi da quando è nata mia figlia, 10 anni fa. Ho imparato a 14 anni con l’acinino (pratica dell’acinellatura, operazione di eliminazione manuale degli acini sottosviluppati dai grappoli di uva da tavola, ndr), però poi ho lasciato perché era faticoso e io ero troppo piccola. Ho lavorato come commessa, poi mi sono sposata e ho trovato lavoro in un’azienda, ma dopo essere rimasta incinta del secondo figlio non mi hanno rinnovato il contratto. Così sono ritornata a lavorare in campagna».

Welfare inesistente: incompatibilità lavoro-famiglia

Per le donne sono carenti anche le condizioni assistenziali che le aiutino a conciliare un lavoro faticoso con la famiglia. A spiegarlo è ancora Rita. «Quando torno non so da dove iniziare: devi cucinare, devi pulire, e se è il periodo della scuola devi aiutare i bambini a fare i compiti. Non hai proprio la forza di seguire i figli. Ti rendi conto che comunque crescono e chiedono aiuto e tu non riesci ad aiutarli. Hai solo voglia di dormire e appena ti stendi nel letto ti vengono i sensi di colpa».

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Una bracciante agricola impegnata nella raccolta dell’uva (Foto tratta dal report di ActionAid)

«Vorrei un aiuto per i miei figli, come il tempo prolungato a scuola, qualcosa che mi possa aiutare a seguirli. Per il più piccolo, una baby-sitter o un asilo che apra presto, dove lasciarlo».

Gli agrinidi o agriasili, ubicati in campagna o nelle aziende agricole, potrebbero essere una soluzione, ma non ci sono.

Scuola e salute: braccianti agricole in cerca di diritti

Quello della scuola, è un tema particolarmente sentito da tutte le intervistate. Anche perché in campagna, l’equazione laurea=lavoro migliore è ancora forte. Le braccianti, infatti, hanno esigenze diverse dalle altre madri. Intanto, hanno bisogno di una scuola che non si concluda a giugno, ma che continui in qualche modo anche d’estate. Questo perché l’istituzione scolastica può arrivare là dove le braccianti non arrivano perché troppo stanche per seguire al meglio i figli.

Le preoccupazioni per le braccianti agricole pugliesi non riguardano solo i figli, ma anche la loro salute. Senza quella non si può lavorare. Per queste donne non c’è un’assistenza medica preventiva per le “tecnopatia”, malattia professionale contratta a causa di lavorazione rischiosa, né vengono sottoposte a visite per verificare quanto il lavoro nei campi danneggi il loro fisico, ora e in futuro.

«Vorrei non stare così male a causa del lavoro. Mentre lavoro le mani e le braccia si bloccano. Anche quando torno a casa, mentre dormo, sento un formicolio alle mani. Non ho fatto visite specialistiche per mancanza di tempo e perché sono costose. Ormai abbiamo le gambe che sono irriconoscibili: io e le mie colleghe non ci mettiamo più la gonna, le nostre gambe sono orribili. Dovremmo portare le calze elastiche, perché stiamo sempre in piedi, ma quando fuori ci sono 40°, che sotto i tendoni dell’uva diventano 46° – 47°, non è possibile indossarle».

Assistenza locale in Puglia, una soluzione possibile

Di recente sono comunque arrivate delle buone notizie. Il 18 luglio il Comune di Adelfia ha firmato il patto “La buona terra: legami di prossimità”. Nel documento si parla di collaborazione tra l’amministrazione comunale, 15 donne braccianti che rientrano nel progetto Cambia Terra, ActionAid, l’Auser di Rutigliano, la cooperativa sociale Occupazione e solidarietà, il presidio Libera Adelfia, la parrocchia Immacolata, la parrocchia San Nicola di Bari e l’associazione Solidaria. L’elenco degli attori coinvolti è variegato e riflette la volontà di creare sistemi di welfare locale per migliorare le condizioni delle braccianti agricole.

Le nuove misure richieste da ActionAid

Quello di Adelfia, però, è un caso isolato. Ecco perché ActionAid ha chiesto altre misure. Tra queste la realizzazione di nidi, agrinidi e “sezioni primavera”, con apertura possibilmente alle 5 del mattino e copertura del servizio anche nei mesi estivi. Ma anche l’istituzione di servizi sperimentali di assistenza psicologica e l’estensione di servizi pubblici mobili per la prevenzione medica e specialistica dei traumi da lavoro. Azioni che andrebbero a implementare il protocollo contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura già attivato dalle prefetture di Foggia e Lecce. Protocollo siglato a maggio 2016 dal ministero del Lavoro, dell’Interno e da quello delle Politiche agricole, alimentari e forestali.

Tutto questo per dare un futuro diverso alle braccianti. Ma anche i loro figli, come sogna Rita: «Non voglio che i miei figli facciano il mio lavoro, per questo dico sempre a mia figlia: “Devi studiare, se no poi finisci come mamma a lavorare in campagna”».

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