Minori eritrei in fuga dai centri

Sempre più minori eritrei non accompagnati scappano dai centri di prima accoglienza una volta in Italia. Qui si sentono in gabbia. A indurli alla fuga è soprattutto la mancanza di informazioni: sui loro diritti e sulle procedure di richiesta d'asilo o di ricollocamento. Uno studio condotto da Reach fotografa la situazione

Eremias (nome di fantasia) è arrivato ad Augusta, in Sicilia, il 17 aprile 2016. Ha viaggiato da solo dall’Eritrea, per raggiungere l’Italia, poco più che adolescente. «Quando sono sbarcato nessuno mi ha spiegato cosa stava accadendo. Mi sono state prese le impronte digitali, ma non sono stato portato in questura», racconta. «Sono stato mandato direttamente in un piccolo centro di accoglienza. Sono rimasto per due giorni; poi ho deciso di partire perché nessuno capiva che cosa volevo fare».

Questa è solo una delle storie che si possono leggere nel report Minori in transito in Italia e in Grecia. Lo studio è stato condotto da Reach, iniziativa congiunta di Impact Initiative e Acted, e dal programma delle Nazioni Unite, Unosat, in collaborazione con Unicef.

Un focus della ricerca è dedicato proprio ai minori stranieri non accompagnati di origine eritrea. E ai motivi che li inducono alla fuga dai centri di accoglienza nel nostro paese. Nel 2016 rappresentavano la prima nazionalità tra i minorenni soli giunti in Italia dopo aver attraversato la Libia: circa 3.800 su un totale di oltre 25.800. A causa della dittatura di Isaias Afeworki e dalla leva militare forzata, l’Eritrea vede fuggire ogni mese migliaia di persone, con un significativo abbassamento dell’età: se nel 2015 i minori erano solo l’8% tra gli eritrei arrivati in Italia, nel 2016 il rapporto è passato a quasi uno su cinque (il 18%).

Perché i minori eritrei lasciano i centri d’accoglienza

Nel piccolo centro di accoglienza in Sicilia, nessuno parlava la sua lingua e così Eremias è scappato dalla struttura e si è diretto verso Roma.

«Mi avevano detto che avrei ottenuto i documenti per l’Italia, ma non era questo quello che volevo: io voglio essere ricollocato e questo non era possibile in Sicilia. Voglio andare in Svizzera da mia sorella».

Senso di abbandono, smarrimento, mancanza di informazioni chiare su come accedere al ricollocamento o al ricongiungimento familiare di cui spesso, tra l’altro, i minori eritrei ignorano la possibilità. Questo il quadro che emerge dalla ricerca. Una volta arrivati in Italia, i minori eritrei spariscono in massa dai centri di accoglienza: dopo gli egiziani, sono i più numerosi a lasciare le strutture. Anche perché l’Italia è considerato solo un paese di transito per chi vuole raggiungere il Nord Europa o la Svizzera. Su 3.335 richieste di asilo presentate nel 2016 nei 28 stati membri dell’Unione europea, solo 60 sono state fatte in Italia.

minori eritrei
Il viaggio verso l’Europa e i piani per il futuro dei minori eritrei (fonte: rapporto “Minori in transito in Italia e in Grecia”)

«A causa della mancanza di fonti di informazione ufficiali, i minori stranieri eritrei venivano a conoscenza dei percorsi legali disponibili tramite passaparola e hanno pertanto avuto accesso a informazioni molto parziali e spesso fuorvianti». Il principale problema – evidenziato dagli stessi ragazzi – è la mancanza di comprensione linguistica: i minori eritrei, infatti, parlano quasi esclusivamente il tigrino e in rari casi un arabo elementare.

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Interviste ai ragazzi dell’Eritrea: racconti di vita precaria

I ricercatori di Reach hanno condotto una serie di interviste ad alcuni minori eritrei che hanno lasciato i centri di accoglienza. Ragazzini che si sono ritrovati a vivere in “luoghi informali” a Roma, tra stabili occupati e dormitori, perché convinti che solo dalla capitale avrebbero avuto diritto al ricollocamento.

Cinque minori intervistati avevano saputo che il ricollocamento era impossibile in Sicilia (e così hanno deciso di trasferirsi a Roma), in altri due casi erano stati i familiari residenti in altri paesi europei a suggerire la fuga dai centri e di dirigersi verso la capitale «perché speravano di avere un migliore accesso alle informazioni». Inoltre, nessuno degli intervistati era consapevole di avere il diritto al ricongiungimento familiare.

Un altro problema è che una volta usciti dal sistema di accoglienza, questi ragazzi si trovano a vivere in condizioni precarie e privi di un tutore legale: rientrare nel “sistema” non è facile e il rischio di cadere nelle mani di trafficanti e sfruttatori è ancora più alto.

«Questo quadro mostra come la decisione dei minori eritrei di abbandonare i centri e rimanere in luoghi di ritrovo informali possa spesso essere dovuta a una mancanza di informazioni circa le procedure e le opzioni legali disponibili», si legge nelle conclusioni del rapporto.

La grande fuga dei minori stranieri non accompagnati

La fuga dai centri di prima e seconda accoglienza non è un fenomeno che riguarda solo i giovani eritrei. A febbraio 2017 erano 15.058 i minori stranieri non accompagnati accolti nei centri in Italia, mentre altri 5.252 hanno abbandonato le strutture di accoglienza per continuare il loro viaggio. La ricerca di Reach – che ha contattato molti di loro nelle province di Milano e Como – evidenzia come il principale motivo della fuga sia quello di raggiungere amici o familiari in altro Paesi del Nord Europa.

Ma non per tutti è così: molti minori decidono di lasciare il centro di accoglienza dopo alcuni mesi. E lo fanno soprattutto per tre ragioni: in primis le condizioni nei centri di prima accoglienza, incluso l’accesso ai servizi educativi e sanitari ritenuto limitato; la mancata chiarezza sulla procedura di richiesta di asilo; la sfiducia nei confronti dello staff.

«In generale – si legge nel rapporto – i minori hanno mostrato una conoscenza molto limitata delle procedure di richiesta di asilo in vigore in Italia. Mentre alcuni minori riferivano di non aver mai sentito parlare di tali procedure, altri spiegavano di non essersi mai fidati delle informazioni ricevute nei centri di prima accoglienza». Anche in questo caso, le informazioni viaggiano sui social o tramite il passaparola.

«Non sapevo molto di Milano – racconta uno di loro intervistato dai ricercatori di Reach – ma i miei connazionali hanno postato foto su Facebook di loro che giocano a calcio e vanno a scuola. Io volevo solo studiare».

Queste informazioni hanno creato delle aspettative che non sono state poi soddisfatte all’arrivo nel Nord Italia.

L’identikit di chi parte: pochi mirano all’Europa

Il focus sui minori eritrei si inserisce all’interno di un lavoro di ricerca molto più ampio di Reach che evidenzia alcune peculiarità del flusso migratorio dei ragazzi arrivati in Italia tra il 2016 e il 2017.

Sono soprattutto maschi e hanno un’età compresa tra i 16 e i 17 anni, vengono dal Corno d’Africa o dall’Africa Occidentale. Affrontano viaggi lunghi (un anno e due mesi, in media) per i quali dovranno poi lavorare per saldare i debiti contratti per il viaggio stesso. La maggior parte di loro ha deciso autonomamente di partire (il 75% degli intervistati), spesso senza aver informato le proprie famiglie. Almeno un terzo dei casi (il 31%) ha deciso di andarsene proprio a causa di problemi familiari o di situazioni di violenza domestica.

Dalle interviste condotte tra i minori sbarcati in Italia, più di 800, emerge un altro elemento: meno della metà (il 46%) afferma di essere partito con l’obiettivo di raggiungere l’Europa. Lo scopo principale del viaggio era quello di trovare un lavoro in un paese limitrofo o nel Nord Africa (ad esempio in Libia). Solo dopo aver scoperto che le condizioni di vita non corrispondevano alle aspettative iniziali hanno deciso di rimettersi in viaggio. Tra quanti avevano l’Europa come meta finale fin dall’inizio, il 38% ha dichiarato di essersi messo in viaggio per poter studiare, il 18% per vedere rispettati i propri diritti.

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