Camerun, la guerra per il legno dei Baka

Grandi compagnie di legname ottengono accesso alle foreste dove abita la tribù dei Baka. Tagliano alberi fondamentali per il sostentamento degli indigeni. Si appoggiano anche a organizzazioni internazionali, come il Wwf. E cercano di trasformare un popolo con la forza

Gli indigeni sono costretti a separarsi dalla loro foresta. È quello che sta accadendo ai Baka nel sudest del Camerun. Molte tribù vivono ai margini delle loro terre ancestrali, lungo le strade. La presenza delle compagnie del legname rende molto difficile l’accesso alle loro fonti di sostentamento tradizionali: la caccia di piccoli animali e la raccolta di frutti e piante medicinali. «Gli indigeni Baka appartengono alla loro terra, non è un’entità separata da loro». Così Jerome Lewis, antropologo all’università UCL di Londra che ha vissuto per tre anni con popolazioni di cacciatori e raccoglitori, spiega a Osservatorio Diritti la relazione che esiste tra i Baka e l’ambiente in cui vivono.

Si tratta di un rapporto di interdipendenza perché la stessa foresta ha bisogno della presenza dei popoli indigeni, come sottolinea Jerome Lewis parlando della para-agricoltura praticata da queste popolazioni: «Quando raccolgono i frutti selvatici per il loro sostentamento ripiantano alcuni dei semi e degli steli per permettere la crescita di nuove piante in quella zona, arricchendo la biodiversità».

Guardie ecologiche contro i Baka

Secondo i dati della FAO il paese perde ogni anno una superficie forestale pari a 220.000 ettari. Tra il 1990 e il 2010 in Camerun sarebbero stati deforestati più di 4 milioni di ettari. Reiner Tegtmeyer, responsabile dell’Indipendent Forest Monitoring di Global Witness in Camerun, ha studiato l’impatto delle compagnie di legname sull’ambiente e sulle popolazioni indigene, in particolare sui Baka che «dipendono completamente dall’ambiente per il loro sostentamento e per le cure mediche. Quando la foresta viene distrutta anche il loro stile di vita viene distrutto».

Reiner Tegtmeyer nel 2010 ha monitorato circa 15 comunità Baka: «Avrebbero il diritto di entrare in tutte le concessioni tranne quelle in cui il taglio è operativo,che vengono escluse per motivi di sicurezza». Di fatto questo diritto viene costantemente violato dalle guardie ecologiche, che dipendono dallo Stato. «Gli indigeni Baka non hanno accesso alla proprietà della foresta ma hanno diritto di raccoglierne i frutti», afferma Reiner Tegtmeyer.  L’esperto aggiunge che spesso anche quando possiedono e esibiscono questi permessi vengono picchiati dalle guardie.

Il Moabi, l’albero con cui vive la tribù

«Molte compagnie attuano il taglio selettivo», dice ad Osservatorio Diritti Global Witness. Si tratta di una pratica che prevede il taglio di una o due specie di piante, lasciando intatto il resto della copertura arborea. Una ricerca dell’Università del Maryland del gennaio di quest’anno ha rivelato che tra il 2000 e il 2013 il cosiddetto taglio selettivo sarebbe responsabile del 77% delle perdite di alberi in Africa.

Secondo il responsabile dell’International Forest Monitoring le compagnie tagliano alcuni alberi fondamentali per la vita di queste comunità, come nel caso del Moabi. Questa pianta ad alto fusto, tipica dell’Africa centrale, produce un frutto ricco d’olio che viene utilizzato dai Baka per l’illuminazione e per cucinare, oltre ad essere una fonte di guadagno per le comunità, quando viene venduto al mercato. «Sembra che questo albero dipenda dall’intervento dell’uomo per germinare», spiega l’antropologo dell’UCL di Londra. E aggiunge: «Le donne producono olio a partire dai suoi semi lasciandone cadere alcuni a terra, che poi germineranno». Molti degli alberi che vengono tagliati sono fondamentali per la medicina tradizionale di queste popolazioni, la loro scomparsa, secondo Global Witness, aumenta i problemi di salute nelle comunità.

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Questa donna baka ha raccontato a Survival International di essere stata attaccata con lo spray al peperoncino dai guardaparco, dopo che aveva tentato di proteggersi durante una loro aggressione. © Survival

Da indigeni a consumatori

«Molte delle tribù che ho incontrato hanno denunciato di non aver accesso all’acqua», racconta Reiner Tegtmeyer. Le fonti d’acqua vengono interrotte dalle strade e dalle costruzioni. «In alcuni casi vengono completamente asciugate, vengono deviate o risultano inquinate dalle attività estrattive del legno», spiega. E aggiunge: «Sono in costante aumento problemi di salute e di malnutrizione, in particolare tra i bambini». La dieta a cui hanno accesso i Baka è molto più povera, perché non assimilano più i nutrienti che venivano dal consumo dei prodotti della foresta. I membri della comunità, che non possono più praticare le attività tradizionali, devono trovare fonti di guadagno per poter accedere ai beni di prima necessità per la famiglia.

«Vengono trasformati in consumatori, gli viene inculcata l’idea che hanno bisogno di un lavoro e di un salario», sostiene l’antropologo Jerome Lewis, descrivendo in che modo la separazione dalla foresta impatta sulla vita e sulla cultura dei cacciatori-raccoglitori.

Costretti al bracconaggio

«Alcuni Baka vengono impiegati come guide dalle compagnie che gestiscono riserve di caccia – dice Reiner Tegtmeyer a Osservatorio Diritti – Ho incontrato anche alcuni giovani che hanno accettato di lavorare per i bracconieri, perché privi di altre fonti di sostentamento. Quando vengono presi finiscono in prigione e vengono trattati come cacciatori di frodo». Nella ricerca realizzata da Global Witness nel 2010 i Baka venivano costretti a cacciare animali protetti, ricevendo 5 dollari a notte, a prescindere dal numero di animali catturati. In molti casi venivano giudicati da una corte speciale, che prevedeva pene molto più dure della giustizia civile.

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Le accuse di complicità al Wwf

Nel mese di maggio 2017 Survival International ha premiato con il “Greenwashing Award”  il Wwf per le sue partnership con compagnie del legname che operano in Camerun. Nel report They are cutting down everything l’organizzazione internazionale della conservazione viene accusata di aver stretto accordi in Camerun con compagnie di taglio degli alberi e di sostenere finanziariamente le squadre anti bracconaggio che operano nelle concessioni. Le compagnie del legname si sono insediate senza il consenso delle popolazioni Baka e in molti casi le squadre anti-bracconaggio hanno utilizzato violenza e intimidazioni contro le tribù.

Survival International punta il dito anche contro i metodi che queste compagnie utilizzano, accusandole di taglio illegale degli alberi. Le aziende in questione sono la SEFAC, la SOTREF, che appartiene al gruppo Decolvenaere, la SIBAF del gruppo Bolloré e il Rougier Group.

Già nel 2011 un report di Global Witness dal titolo Pandering to the loggers aveva criticato il Global Forest and Trade Network (GFTN)una rete di compagnie di legname sostenibile, nata su iniziativa del Wwf per combattere il taglio illegale.

Secondo Global Witness il sistema del GFTN aveva problemi strutturali come la scarsa trasparenza, regole inadeguate per l’ingresso dei membri e pochi controlli. «Il Wwf dopo l’uscita del report ha promesso di verificare la regolamentazione. Lo hanno fatto, hanno migliorato, ma non in modo significativo», afferma Reiner Tegtmeyer.

La replica del Wwf

Osservatorio Diritti ha contattato Wwf International a proposito delle accuse di Survival di aver collaborato con: Bolloré Group, Danzer Group, Decolvenaere Group, Pasquet Group, Rougier Group, SEFAC Group e Vicwood Group. «Il Wwf non ha queste aziende come partner. I partner sono solo quelli che hanno un accordo di partenariato formale. Delle sette società nominate, solo Rougier ha un accordo con Wwf Francia e l’accusa che Survival International ha fatto contro il gruppo nel 2016 sull’illegal logging è stata smentita dal Wwf Francia», ha spiegato in una nota.

A proposito delle accuse di violazione dei diritti dei popoli indigeni da parte delle squadre anti-bracconaggio in Camerun, l’organizzazione per la conservazione già nel 2016 aveva annunciato sul suo sito di voler investigare per verificare gli abusi e di voler prendere misure appropriate. Wwf dice di aver lavorato a stretto contatto con le comunità Baka nella definizione delle aree protette e di aver puntato ad ottenere un maggior riconoscimento dei diritti delle popolazioni indigene nel Paese. «Le stesse guardie ecologiche sarebbero state addestrate dal Wwf al rispetto dei diritti umani», spiega l’organizzazione sul suo sito.

Il mito della scarsità

Le aree di concessione delle compagnie del legname in molti casi confinano con il territorio di Parchi Naturali, dai quali, denuncia Survival International, i popoli indigeni sono stati sfrattati. Nel 2016 l’organizzazione internazionale aveva raccolto la protesta di 19 comunità, tra cui anche i Baka del Camerun, contro l’esproprio delle terre ancestrali e la gestione delle aree protette attraverso squadre anti-bracconaggio.

«L’80% del budget per la conservazione che ho potuto vedere viene speso in militarizzazione, uniformi e armi per le guardie», spiega Jerome Lewis. E sottolinea, in un articolo pubblicato su una rivista di antropologia, come i “conservazionisti” non riescano a lavorare con le popolazioni locali, le uniche realmente interessate a mantenere la disponibilità delle risorse, preferendo le compagnie di legname con cui condividono l’idea della natura come un valore, in quanto risorsa scarsa. «Conservare le risorse, secondo la popolazione locale, vuol dire condividerle in modo equo una risorsa abbondante. Per i “conservazionisti” e per coloro che operano a livello industriale lo scopo è mantenere il controllo su risorse scarse» sostiene l’antropologo londinese.

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