Cile, l’avocado che prosciuga i diritti

Le piantagioni di avocado si sono bevute l'acqua di un'intera regione del Cile, da dove arriva un quinto del frutto importato in Europa. Gli abitanti devono fare i conti con una vita senz'acqua, dato che fiumi e rete idrica sono a secco. E i piccoli produttori ricevono continue minacce. Secondo le regole Onu si stanno violando diritti umani

da La Ligua (Petorca), Cile

Da una parte la terra è secca, spaccata come le labbra di un assetato. Dall’altra, rigogliose piantagioni di avocado luccicano al sole con il loro verde smeraldo. Per produrre un chilo di avocado servono circa 2 mila litri di acqua: in Cile, nella provincia di Petorca, per irrigare le immense piantagioni i grandi imprenditori agricoli hanno costruito pozzi e drenaggi illegali, fino a prosciugare i fiumi e le falde acquifere. Tanto che oggi la rete idrica è a secco e la popolazione è rimasta senz’acqua.

«Prima del 2000, quando è iniziata la coltivazione intensiva di avocado, non c’erano problemi di siccità, nel fiume si faceva il bagno, si pescava». Mentre parla, Miguel Espinoza Leiva tiene in mano una fotografia dai colori sbiaditi che ritrae una famiglia sorridente che nuota nel fiume. Ha 65 anni e ha sempre vissuto a La Ligua, comune nella provincia di Petorca.

«Mi ricordo che c’erano moltissimi alberi da frutto: mandarini, limoni, kiwi, meli. Poi sono arrivati gli impresari dell’avocado. Ed è finito tutto».

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Miguel Espinoza Leiva mostra la foto del fiume come era un tempo – Foto: Alice Facchini

Quello che un tempo era il fiume, oggi non è altro che una striscia di terra arida piena di rifiuti. I cani si aggirano mezzo addormentati, annusando qua e là per trovare qualcosa da mangiare. «Il fiume viene usato come discarica abusiva e sta diventando un focolaio di infezioni, creando molti problemi alla popolazione», spiega Miguel Espinoza.

«E come se non bastasse alcune imprese si sono messe a sfruttare il letto del fiume come cava per estrarre pietre e produrre cemento. In poco tempo la superficie si è già abbassata di 4-5 metri».

Un avocado su cinque arriva dal Cile

Il Cile è il paese dove viene prodotto il 20% di tutto l’avocado che entra in Europa e, di questo, il 61% viene proprio dalla regione di Valparaiso, dove si trova la provincia di Petorca. Questo avocado arriva anche in Italia passando attraverso porti spagnoli o olandesi e, successivamente, entra nella rete della grande distribuzione, finendo sugli scaffali dei nostri supermercati.

Negli ultimi anni c’è stata un’impennata dei consumi di avocado nel nostro paese, con una crescita da 51 mila tonnellate nel 2012 a 141 mila nel 2016 (dati Eurostat).

«Per portare buoni avocado agli europei stiamo finendo per distruggere la nostra terra», scuote la testa Miguel.

In Cile fiumi prosciugati: ora si vive senz’acqua

La provincia si estende intorno a due valli, quella del fiume Ligua e quella del fiume Petorca, entrambi completamente secchi ormai. Calle Larga è una piccola frazione situata nell’entroterra, dove le case basse sono costruite quasi tutte di fango e legna, tranne il centro comunitario, una struttura massiccia in mattoni rosso scuro. Qui una volta al mese viene il medico a visitare chi fa fatica a spostarsi, c’è la fila. Mentre aspettano le persone chiacchierano e raccontano come è cambiata la vita negli ultimi anni.

«Fino a qualche tempo fa proprio lì coltivavo grano, mais, fagioli. Non avevo bisogno di comprare quasi niente, anzi riuscivo a vendere le eccedenze e così avevo un gruzzoletto da spendere per la legna e il sapone. Quando l’acqua è iniziata a mancare non sono più riuscito a irrigare i campi, ho dovuto abbandonare la terra».

A raccontare la sua storia in questo modo è un anziano con il viso incartapecorito e gli occhi sbiaditi, indicando quello che era stato il suo campo e che oggi è una distesa di terra arida.

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Piantagione di avocado di fianco a un fiume secco – Foto: Alice Facchini

Nella provincia gli abitanti vivono con l’acqua trasportata in cisterne, che con tubi spessi la versano in grandi taniche di plastica che ciascuno tiene fuori casa. Ognuno ha diritto a 50 litri al giorno, una quantità che spesso non è sufficiente a soddisfare tutte le necessità.

«Una volta potevo allevare del bestiame, gli animali pascolavano e bevevano l’acqua del torrente, avevo qualche pecora, qualche gallina, una mucca. Ora tutta l’erba è secca e abbeverarli è diventato un costo che non posso permettermi», dice una donna dal volto pieno e il naso schiacciato.

Chi ha bisogno di più acqua rispetto ai 50 litri giornalieri ha come unica soluzione quella di comprarla privatamente, ma per molti i prezzi sono proibitivi: 1 mq di acqua costa 8.000 pesos (circa 10 euro) e una cisterna arriva a costare circa 200 euro.

Diritti all’acqua potabile e ai servizi violati

Nel 2010 l’Assemblea generale dell’Onu ha approvato una risoluzione che riconosce il diritto all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari come diritto umano fondamentale. La risoluzione è stata sottoscritta da 122 Paesi, tra cui il Cile. Il professor Matias Guiloff, avvocato e insegnante all’università Diego Portales di Santiago, riguardo alla provincia di Petorca parla di «responsabilità internazionale dello Stato cileno per non aver rispettato i suoi obblighi in materia di diritto umano all’acqua».

Nel 2013 Guiloff ha pubblicato un articolo nella rivista annuale del Centro per i diritti umani dell’università Diego Portales in cui afferma: «La nostra regolamentazione contenuta nel codice dell’acqua non soddisfa gli standard del diritto internazionale dei diritti umani. Esso non determina la preferenza all’uso per consumo personale e domestico rispetto ad altri usi alternativi».

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Scritta sulla parete di una casa di La Ligua – Foto: Alice Facchini

Tra i pochi a essere condannati da un tribunale per violazione del codice dell’acqua ci sono l’ex ministro dell’interno Edmundo Pérez Yoma, proprietario dell’Agrícola El Cóndor, suo genero Osvaldo Jünemann Gazmuri, proprietario dell’Agrícola Los Graneros, e l’ex membro del parlamento della provincia di Petorca, Eduardo Cerda García, proprietario dell’Agrícola Pililen.

Enrique, piccolo produttore d’avocado minacciato

Mentre i grandi impresari fanno guadagni stratosferici, i piccoli produttori di avocado soffrono la siccità. Enrique (nome di fantasia) ha ereditato il suo campo dal padre, 20 ettari coltivati tutti ad avocado di tipo Hass.

«Le ripercussioni della mancanza di acqua sul nostro lavoro sono fortissime. Per fortuna non siamo mai dovuti arrivare a comprare cisterne per irrigare il nostro campo, però viviamo in una costante situazione di penuria: ai miei alberi arriva solo il 50% dell’acqua di cui realmente avrebbero bisogno. Adesso vendo solo al mercato nazionale, ho dovuto smettere di esportare perché la concorrenza era fortissima. Io sono uno dei pochi fortunati che è riuscito a resistere, conosco tanti che hanno dovuto chiudere».

Prima con un pozzo Enrique riusciva ad irrigare tutto il suo campo, ora ne ha dovuti perforare altri undici e comunque non sono sufficienti. «Si tratta di pozzi legalmente concessi, con poca profondità, non come i pozzi illegali che molte grandi imprese costruiscono».

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Pozzo illegale nel letto del torrente Pedernal – Foto: Alice Facchini

Mentre parla mostra fotografie scattate da lui stesso a pozzi e drenaggi costruiti senza permesso nel letto dei fiumi. Negli anni ha presentato decine di denunce per usurpazione di acqua, ma raramente si è arrivati a una sentenza di condanna.

«Molto spesso i grandi produttori di avocado hanno l’appoggio delle istituzioni o sono politici di professione, hanno le spalle coperte», racconta. Enrique in questi anni ha ricevuto diverse minacce, così oggi ha deciso di non rivelare la sua identità.

«Degli uomini sono venuti qui dove vivo. Un giorno hanno sparato un proiettile nella piantagione per intimidirmi. Io però continuo a denunciare il furto di acqua da parte delle grandi imprese e porto le prove dell’esistenza di sistemi di drenaggio e pozzi illegali, non mi voglio arrendere».

Il sindaco: «Amministriamo la povertà»

Il 24 gennaio di quest’anno un nuovo decreto del ministero delle Opere pubbliche ha dichiarato lo stato di emergenza nella provincia di Petorca per mancanza di acqua. «La quantità di acqua che viene fornita dallo stato con le cisterne è inferiore rispetto alle necessità delle famiglie, che quindi devono imparare ad amministrare l’acqua per non rimanere senza», racconta Gustavo Valdenegro, sindaco di Petorca, da anni impegnato insieme ai suoi cittadini nella lotta per il diritto all’acqua.

«Ci sono cose che non si possono fare più e a risentirne è l’igiene e la qualità della vita», afferma il sindaco. «Trovandoci in una situazione emergenziale, spesso è il nostro Comune che si incarica di comprare cisterne per la popolazione, così vengono tolti fondi ad altri progetti che ora non si possono più realizzare. Per una municipalità senza risorse come la nostra questa è la morte, quello che stiamo facendo è letteralmente amministrazione della povertà».

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opera mundiQuesto articolo è pubblicato in collaborazione con Opera Mundi, un importante sito di informazione brasiliano con una forte vocazione agli esteri “senza perdere di vista una prospettiva brasiliana e latino-americana dei fatti”.

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