Diritti umani: Turchia contro tutti

Amnesty International, Avaaz, quotidiani d'opposizione. Difensori dei diritti umani, attivisti, giornalisti. La Turchia sfida tutti e mette in carcere chiunque osi criticare il paese guidato con la mano pesante da Recep Tayyip Erdoğan. Tanto da provocare le proteste della comunità internazionale. Che chiede il «rilascio immediato» di queste persone

Si allunga la lista dei prigionieri della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan. Che continua a sbattere in carcere qualunque voce contraria al regime. Nelle ultime settimane, infatti, sono finiti dietro le sbarre i vertici di Amnesty International, diversi giornalisti d’opposizione e un’attivista di Avaaz, una rete di pressione politica online nata dieci anni fa e diffusa ormai in tutto il mondo. Sono accusati a vario titolo con capi d’imputazione costruiti ad arte intorno ai reati di spionaggio e terrorismo.

Una strategia cominciata ormai un anno fa. Dopo il tentativo di colpo di stato del 15 luglio 2016, e la conseguente proclamazione dello stato d’emergenza, infatti, si stima che siano stati messi in prigione o cacciati dal loro posto di lavoro già 5 mila magistrati.

Attualmente, inoltre, nel paese ci sono più di 160 giornalisti dietro le sbarre. Una situazione unica, tanto grave da rendere la Turchia la più grande prigione al mondo per chi lavora in questo settore.

Il processo al giornale d’opposizione

Man mano che passano le ore si accavallano le notizie di nuovi arresti e processi ai danni di difensori dei diritti umani, operatori dell’informazione e, in generale, di chiunque osi criticare il potere. E proprio oggi l’associazione Articolo 21 fa sapere che comincia il processo a 17 dipendenti di Cumhuriyet, il maggiore quotidiano d’opposizione del paese. Erano stati arrestati oltre novi mesi fa, ma non avevano ancora avuto la possibilità di presentarsi di fronte a un tribunale per difendersi.

I 17 imputati – editorialisti, corrispondenti, amministratori e avvocati del giornale – sono accusati per la linea editoriale del quotidiano. Nell’atto d’accusa di 300 pagine, sottolinea Articolo 21, «la parola più ricorrente è “news”, utilizzata 662 volte. Di legami terroristici non c’è traccia».

In occasione del primo dibattimento, parte anche la campagna #nobavaglioturco, lanciata in risposta a un appello lanciato proprio da quel che è rimasto della redazione di Cumhuriyet. Un’iniziativa che ha subito raccolto l’adesione della Federazione nazionale della stampa (Fnsi), oltre che di Articolo 21.

«Noi, giornalisti e avvocati di Cumhuriyet che ancora non siamo stati arrestati, vogliamo dimostrare che siamo contrari a questa ingiustizia e che i nostri colleghi non sono soli o dimenticati. Per questo vi chiediamo di unirvi a noi in segno di solidarietà il prossimo 24 luglio, consapevoli, colleghi, che avervi dalla nostra parte ci darà forza», scrive il caporedattore del quotidiano turco, Orhan Erinç, in una lettera arrivata ad Articolo 21.

In passato Ankara aveva già cercato di mettere un bavaglio alla libertà d’informazione. «Ma mai come prima d’ora era stata attuata una repressione diretta a “eliminare completamente” Cumhuriyet, come denuncia Erinç nella lettera aperta inviata anche alle organizzazioni per i diritti umani».

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Protesta contro l’incarcerazione di giornalisti in Turchia – Foto: Wikimedia

Attivista di Avaaz in carcere

La repressione in corso non riguarda solo gli organi d’informazione. Ieri, 23 luglio, Avaaz ha denunciato l’arresto di una loro funzionaria, Özlem Dalkıran. «Stanno tenendo Özlem in prigione senza alcuna accusa formale, solo per aver partecipato a una riunione di difensori dei diritti umani. Per il governo turco, lei è solo una persona presa durante nel corso di un’azione repressiva contro la società civile».

Anche in questo caso è stata lanciata immediatamente una campagna per la liberazione dell’attivista. La richiesta, rivolta all’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, e a tutti i leader europei, è questa:

«Vi chiediamo di esercitare tutta la vostra influenza per garantire la libertà dell’amica e collega di Avaaz, Özlem Dalkıran, e degli altri attivisti per i diritti umani imprigionati ingiustamente in Turchia. La repressione brutale sulla società civile in corso in questo Paese è contraria a tutto quello che l’Unione Europea rappresenta! Non possiamo ignorarla».

Avaaz descrive l’attivista così. «Özlem lavora duro da diversi anni per un mondo dove le persone possano manifestare a favore di pace, giustizia e diritti umani, senza essere arrestate per questo. Lei ha dato vita a centinaia di nostre campagne in Turchia per la nostra comunità».

L’accusa mossa da Ankara, anche in questo caso, è di terrorismo armato. «La volta in cui Özlem è arrivata più vicino a delle armi è stato quando furono usate contro di lei nelle diverse manifestazioni in cui lei lottava per la giustizia», conclude il comunicato di Avaaz.

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Immagine di Özlem Dalkıran diffusa sul sito di Avaaz

Altri quattro arresti contro gruppi locali

Amnesty International ha denunciato anche l’arresto di altri quattro attivisti locali che erano stati rilasciati su cauzione il 18 luglio. Si tratta di: İlknur Üstün, della Coalizione delle donne; Şeyhmus Özbekli, dell’Iniziativa diritti; Nejat Taştan, dell’associazione osservatorio sull’uguaglianza dei diritti; Nalan Erkem (Assemblea dei cittadini).

«Invece di chiudere le indagini senza fondamento, le autorità turche hanno elevato a nuove vette la loro assurdità. Con questo passo crudele e retrogrado, la Turchia ha rimarcato la sua crescente reputazione di indiscriminato carceriere di attivisti della società civile e di estraneo allo stato di diritto», ha detto John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa.

Attacco frontale ad Amnesty International

I quattro difensori dei diritti umani si uniscono ai loro sei co-sospettati già dietro le sbarre dal 5 luglio, tra cui la direttrice di Amnesty International Turchia, Idil Eser, arrestati durante un corso di formazione con l’accusa di aver commesso «reati per conto di un’organizzazione terroristica senza farne parte».

«Secondo le bizzarre accuse rivoltele – commenta in una nota Amnesty – Idil Eser attraverso il suo lavoro per Amnesty International avrebbe legami con tre organizzazioni terroristiche diverse e antagoniste tra loro». La richiesta della procura, inoltre, fa riferimento a due campagne di Amnesty che non erano neppure state promosse dalla sezione turca dell’associazione.

Gli altri cinque già in carcere sono: Günal Kurşun e Veli Acu (associazione Agenda per i diritti umani); Özlem Dalkiran (Assemblea dei cittadini); Ali Gharavi (consulente in strategie informatiche); Peter Steudtner (formatore su non violenza e benessere delle persone).

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Foto: Amnesty International

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In cella anche il presidente di Amnesty Turchia

Il regime turco sembra aver proprio preso di mira l’organizzazione internazionale che lotta per la difesa dei diritti umani. Oltre alla direttrice, infatti, il 6 giugno le autorità di Ankara avevano già arrestato il presidente di Amnesty International Turchia, Taner Kilic. Per lui è già arrivato il rinvio a giudizio e l’accusa è quella di appartenenza alla “Organizzazione terroristica Fethullah Gülen”.

«Per la prima volta dalla fondazione, Amnesty International vede nello stesso paese la direttrice e il presidente di una sua sezione nazionale in carcere», dichiara l’organizzazione in una nota.

 Per il segretario generale di Amnesty International, Salil Shetty, «siamo di fronte non a un legittimo procedimento giudiziario bensì a una persecuzione politica che getta un’ombra minacciosa sul futuro dei diritti nel paese».

Insomma, si tratta di violazioni così evidenti che le proteste della società civile si sono ormai diffuse in tutto il mondo. Oltre a una campagna sul web, giovedì 20 luglio a Roma c’è stata una manifestazione per chiedere il rilascio dei difensori dei diritti umani in carcere in Turchia, durante la quale gli attivisti di Amnesty si sono simbolicamente ammanettati davanti al Colosseo (vedi foto).

Diritti umani violati: la comunità internazionale protesta

Sono ormai tanti i paesi e le organizzazioni internazionali che hanno preso posizione di fronte all’attacco contro i difensori dei diritti in corso in Turchia. Tra le altre, Amnesty ricorda la dichiarazione del 20 luglio di un portavoce della Commissione europea che ha chiesto il «rilascio immediato» di sei difensori dei diritti umani, compresa Idil Eser.

Così come le richieste fatte dai governi di Germania, Stati Uniti, Francia, Belgio, Irlanda e Austria. Mentre non risulta ancora alcuna dichiarazione ufficiale da parte del governo italiano.

«La richiesta che il mondo sta facendo alla Turchia di rilasciare immediatamente e senza condizioni i sei difensori dei diritti umani (che nel frattempo sono tornati a essere dieci, ndr) sta diventando sempre più forte, così come quella che il governo di Ankara ponga fine alla brutale repressione che ha devastato il paese negli ultimi 12 mesi. I responsabili del sanguinoso tentativo di colpo di stato devono essere portati di fronte alla giustizia, ma questo non può essere usato come pretesto per eliminare ogni forma di dissenso pacifico», ha dichiarato John Dalhuisen, direttore di Amnesty International per l’Europa.

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