Solidarietà in mare: bando alle leggende

Una guida della Coalizione italiana libertà e diritti civili aiuta a chiarire bufale, mezze verità e falsità che stanno circolando sul tema dei salvataggi in mare da parte delle ong. Un testo di cui c'era bisogno per fare chiarezza sulle illazioni diffuse con la campagna di discredito contro le ong che salvano migranti in pericolo nel Mediterraneo

«In acque libiche è vietato soccorrere una barca». Oppure, sullo stesso argomento: «La Libia è un luogo sicuro dove riportare i migranti incontrati a bordo di un gommone che affondava». E ancora: «Possiamo tranquillamente chiudere i porti e fermare così l’immigrazione». Insomma, con tutte le bufale, leggende e mezze verità che hanno cominciato a circolare con l’inizio della campagna di discredito delle ong avviata dopo le dichiarazioni del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, si potrebbe scrivere un libro.

Ebbene, per fare un po’ di chiarezza in materia la Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild), una rete di 35 organizzazioni della società civile che dal 2014 promuove la tutela dei diritti, ha scritto una vera e propria Guida alla solidarietà in mare. Un testo snello, facile e veloce da leggere (35 pagine in tutto), che aiuta a capire meglio l’argomento.

C’era bisogno di qualcosa del genere. Anche perché, in questo momento, in pericolo ci sono sia i diritti di chi migra, sia quelli di chi opera in mare. Una situazione dovuta anche al fatto che, di là delle legittime indagini della Commissione Schengen, la campagna di discredito alla fine ha partorito un topolino: il codice di comportamento delle ong, una serie di regole e norme che non fanno altro che duplicare quelle già previste dal diritto del mare e dalle convenzioni internazionali.

L’opuscolo divulgato da Cild è la seconda pubblicazione della serie di guide pratiche ai diritti dei cittadini “Know your rights” (Conosci i tuoi diritti). La prima riguardava i diritti di fronte alle forze di polizia.

Ecco qui di seguito, dunque, come il testo di Cild smonta alcune delle leggende in circolazione sulla solidarietà in mare.

Per approfondire:
Botta e risposta tra procura e ong
La grande difesa delle ong
La solidarietà diventa reato

«Il soccorso in mare è vietato in acque libiche»

È falso. Se un’imbarcazione sa che è in corso un naufragio in acque libiche e si trova a una distanza ragionevole per intervenire, ha il dovere di farlo. Le leggi internazionali però impongono che sia l’autorità libica a coordinare le operazione.

Per chi sta in mare, rifiutarsi di salvare una vita equivale a commettere un reato. La solidarietà è un dovere inderogabile per l’articolo 2 della Costituzione italiana e su questo le organizzazioni non governative legittimano le loro operazioni ovunque, non solo in mare.

«L’Italia è l’unico paese che si occupa dei salvataggi»

Sì, e un motivo c’è. Ogni paese costiero ha infatti l’obbligo di individuare una Search and Rescue Zone (Sar), l’area dove i salvataggi sono a suo carico. Ricorda la Guida di Cild che questo è previsto nella Convenzione di Amburgo. Quella italiana rappresenta un quinto del Mar Mediterraneo. Libia e Tunisia, per quanto incluse nella Convenzione di Amburgo, non hanno mai indicato i confini delle loro Sar. Di fatto non le hanno.

Intorno a Malta ci sarebbe un’altra Sar importante, ma l’isola rappresenta un’anomalia. «Nella prassi il Centro di Coordinamento regionale Sar maltese non risponde alle imbarcazioni che la contattano né interviene quando interpellato dal Centro di Coordinamento regionale Sar italiana», si legge nella guida. La memoria corre allora alle parole di Emma Bonino, l’ex ministro degli Esteri, in questi giorni intervistata da diversi media. «Siamo stati noi a chiedere che gli sbarchi avvenissero tutti in Italia, anche violando Dublino», ha detto al Giornale di Brescia.

«Chiudere i porti non è possibile»

Non è esatto. Chiudere i porti, si legge nella Guida di Cild, non è vietato. Uno Stato è libero di prendere un procedimento di questo genere. Ma a quale prezzo? «La chiusura dei porti comporterebbe in ogni caso la violazione di norme internazionali sui diritti umani e sulla protezione dei rifugiati, a partire dal principio di non refoulement sancito dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra», scrive Cild.

«Il rifiuto di accesso ai porti di imbarcazioni che abbiano effettuato il soccorso in mare può comportare la violazione degli articoli 2 e 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU), qualora le persone soccorse abbiano bisogno di cure mediche urgenti, nonché di generi di prima necessità (acqua, cibo, medicinali), e tali bisogni non possano essere soddisfatti per effetto del concreto modo di operare del rifiuto stesso».

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«Libia e Tunisia sono porti sicuri»

A giorni partirà una missione di Generazione Identitaria, un gruppo di estrema destra che ha costruito un equipaggio con lo scopo di impedire alle navi delle ong di sbarcare i migranti salvati in Italia e costringerli a scendere in Libia e Tunisia. La legge internazionale prevede che lo sbarco debba avvenire in un luogo sicuro, dove la sicurezza del migrante è tutelata.

L’Unhcr ha già definito la Libia paese non sicuro per migranti e richiedenti asilo. Se Generazione Identitaria ne farà sbarcare lì alcuni, starà violando un loro diritto. La Tunisia, paese indubbiamente meno pericoloso, non ha però alcuna legge sull’asilo politico. Può considerarsi sicuro? In questo caso, la battaglia tra giuristi è ancora aperta.

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