Difensori della terra sotto attacco

Nel 2016 sono stati ammazzati 200 difensori dell'ambiente. Cercavano di opporsi a mega-progetti legati ad attività mineraria, disboscamento o agrobusiness che avrebbero devastato le loro terre. Il Brasile è il paese più pericoloso, ma gli omicidi riguardano anche altri 23 stati. Lo rivela l’ultimo report della ong Global Witness

Altro che amici dell’ambiente, responsabilità sociale d’impresa e leggi per la protezione della natura. Sono proprio le grandi multinazionali e i governi i principali responsabili della persecuzione di chi difende la terra. E gli investitori, comprese le banche d’investimento, danno carburante alla violenza sostenendo progetti che mettono a rischio l’ambiente e calpestano i diritti umani.

A rivelarlo è l’ultimo rapporto della ong Global Witness, “Difensori della terra“, dove si scopre che nel 2016 sono state ammazzate quattro persone a settimana, 200 in un anno, per essersi messe di traverso di fronte a progetti che rischiavano di derubarle della terra in cui vivevano o che avrebbero distrutto l’ambiente che le circondava. Omicidi avvenuti in 24 paesi del mondo, Brasile in cima. E legati molto spesso ad attività minerarie o petrolifere (33 casi nel 2016), disboscamento (23) o agrobusiness (23).

Insomma, scrive l’organizzazione non governativa, «è sempre più chiaro che, a livello globale, i governi e le società stanno fallendo nel loro compito di proteggere gli attivisti a rischio» e che «stanno consentendo un livello di impunità che permette alla maggior parte dei responsabili di continuare a camminare liberi, incoraggiando a essere assassini».

Prendere una posizione forte contro mega-progetti che hanno impatti devastanti per l’ambiente «non è mai stato così mortale». Così come insegna, per esempio, la storia di Berta Cáceres, la nota attivista honduregna ammazzata nel 2016 perché si era messa in testa di opporsi alla costruzione di una mega-diga e di difendere la popolazione indigena locale.

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E l’omicidio non è certo l’unico pericolo per chi si infila in questa strada pericolosa.

«L’assassinio è appena una delle varie modalità di tattica usate per mettere a tacere i difensori della terra e dell’ambiente, comprese minacce di morte, arresti, assalti sessuali e denunce legali aggressive», scrive Global Witness

Jakeline Romero, una colombiana contro la miniera

Il report racconta la storia di tante vittime. Come quella di Jakeline Romero, colombiana, che ha dovuto affrontare anni di minacce e intimidazioni per aver protestato contro il devastante impatto di El Cerrejón, la più grande miniera a cielo aperto dell’America Latina.

Il progetto, scrivono i redattori del report, è di proprietà di società quotate alla borsa di Londra, Glencore, BHP Billiton e Anglo-American, ed è realizzato da una società locale. La miniera è stata accusata di essere la causa della mancanza di acqua nella regione e del trasferimento forzato di massa della popolazione locale. Per parte sua, l’azienda locale Cerrejón ha negato ogni responsabilità per la mancanza d’acqua e ha condannato le minacce di cui sono stati vittima gli attivisti.

«Ti minacciano, così tu starai zitto. Io non posso stare zitta. Non posso restare in silenzio di fronte a tutto quello che sta accadendo alla mia gente. Stiamo combattendo per le nostre terre, la nostra acqua, le nostre vite», dice Jackeline.

Difensori dei diritti umani sempre più a rischio

Il report è pieno di storie come quella di Jakeline. Gente che combatte contro le multinazionali, gruppi di ribelli e perfino i loro stessi governi nei paesi più pericolosi al mondo. Sempre con lo stesso obiettivo: difendere l’ambiente, la terra.

Global Witness sottolinea come gli omicidi di questi difensori dei diritti umani non stiano solo crescendo come numero, ma si stanno pure diffondendo geograficamente. Nel 2016, infatti, sono state uccise 200 persone in ben 24 paesi del mondo, contro i 185 omicidi concentrati in 16 stati rilevati appena un anno prima.

Nel 40% dei casi le vittime erano indigeni. E nonostante la mancanza di indagini spesso non permetta di stabilire ufficialmente chi siano i responsabili, la ong riferisce che ci sono “forti evidenze” che indicano che dietro all’omicidio di almeno 43 persone ci sono forze di polizia e militari, con attori privati come guardie di sicurezza e sicari collegati alla morte di 52 vittime.

La classifica: in Brasile è record di violenza per la terra

Dalla classifica compilata da Global Witness spicca il Brasile (49 omicidi nel 2016). «La lotta spietata per i beni naturali dell’Amazzonia» rendono il gigante sudamericano «il paese più mortale al mondo in termini di numero assoluto di omicidi, sebbene l’Honduras rimanga il paese più pericoloso (per omicidi, ndr) pro capite negli ultimi dieci anni».

Ancora in America Latina, il report sottolinea come neppure il Nicaragua sia messo molto bene. Il paese, infatti, sta iniziando a contendere il triste primato delle persecuzioni verso i difensori della terra. «Un canale intra-oceanico è pronto a dividere in due il paese, minacciando trasferimenti di massa, sommosse sociali e violente soppressioni di quelli che si schiereranno contro il progetto».

Dall’altra parte del mondo, nelle Filippine, invece, una «vorace attività mineraria» sta spingendo verso l’alto il numero di omicidi.

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Difensori dell’ambiente sotto attacco in Colombia…

Il quadro che emerge della Colombia è ben diverso da quello rappacificato affidato alle televisioni di tutto il mondo in occasione della firma dei trattati di pace tra il governo e i gruppi di guerriglieri delle Farc. Nel paese sudamericano, «gli omicidi sono saliti ai livelli più alti di sempre» e «le aree che in precedenza erano sotto il controllo della guerriglia, adesso sono guardate con invidia dalle compagnie estrattive e dai paramilitari, mentre le comunità che stanno ritornando sono sotto attacco perché reclamano la terra che era stata rubata loro durante il conflitto durato mezzo secolo».

…e in India

La situazione non è migliore in India, dove il report registra un’impennata di omicidi che ha come sfondo controlli fatti «con la mano pesante» e la repressione di proteste pacifiche e attivismo civico. Qui sotto un altro video sulla situazione indiana realizzato da Global Witness.

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