Berta Cáceres, uccisa per ambientalismo a 44 anni

Un documentario pubblicato dalla Thomson Reuters racconta la storia della leader ambientalista Berta Cáceres, uccisa nel 2016 in Honduras per la sua lotta contro dighe e miniere e in favore del diritto alla terra e dei popoli indigeni. Un filmato che Osservatorio Diritti ripubblica integralmente per ricordare il simbolo dell'attivismo ambientale

Worth Dying for? è un documentario di più di 25 minuti per ricordare la leader ambientalista Berta Cáceres e per immergersi nella realtà dell’Honduras, uno dei paesi con il più alto numero di morti al mondo tra gli attivisti ambientali secondo l’ultimo rapporto di Global Witness. Un video, prodotto dalla Thomson Reuters Foundation, che Osservatorio Diritti ripubblica qui integralmente.

«Vale la pena morire?», viene chiesto agli attivisti honduregni che lottano per difendere la propria terra dalla costruzioni di dighe e miniere che ne minacciano l’ecosistema. Nonostante qualcuno abbia cercato di zittirli con la paura, per Felipe Benitéz, Miriam Miranda e Margarita Pineda ne vale la pena.

La loro storia, come quella di Berta e di tante altre persone uccise perché scomode a multinazionali e poteri forti dello stato, è condensata nel reportage che fa parte del più ampio progetto investigativo The Politics of Death.

Berta Cáceres, simbolo dell’attivismo ambientale

«Berta Cáceres è un simbolo». Ha ragione Tomás Gómez Membreño, coordinatore generale del Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell’Honduras (Copinh), associazione fondata nel 1993 e guidata da Berta prima che venisse assassinata. Lo dice con la dovuta enfasi Tomás, nel giorno in cui le strade di Tegucigalpa, la capitale honduregna, si colorano per commemorare il primo anniversario della morte della militante ecologista.

Dopo anni di continue minacce, il 3 marzo 2016 un commando di uomini armati si è presentato a casa sua a La Esperanza, nel dipartimento di Intibucá. Nel cuore della notte ha sfondato la porta e l’ha uccisa a colpi d’arma da fuoco. Il giorno dopo avrebbe compiuto 44 anni di età. Una morte «brutale», l’ha definita la madre di Berta, l’ottantenne Austraberta Flores, che nonostante tutto continua a incoraggiare i nipoti a «portare avanti la lotta della madre».

È vero, Berta Cáceres è un simbolo. Per più di venti anni ha lottato per i diritti del popolo indigeno dei Lenca. Per più della metà della sua vita si è battuta in prima persona per difendere la loro terra. Nel 2015 ha vinto il Goldman Environmental Prize, “premio Nobel” per la protezione dell’ambiente che le è stato assegnato per la campagna portata avanti dal Copinh contro la costruzione della diga di Agua Zarca sul fiume Gualcarque e affidata all’impresa Desarrollos Energéticos (Desa).

Il suo nome ha iniziato a fare il giro del mondo, ma anche e a dare sempre più fastidio a chi aveva interessi diretti in quel territorio. In Honduras gli ecologisti non hanno mai avuto vita facile ma la situazione è precipitata dopo il colpo di stato militare del 2009, ordinato dalla Corte Suprema, con cui è stato destituito Manuel Zelaya. Come sottolinea il report di Global Witness, dal 2010 sono stati uccisi 120 attivisti ambientali, la maggior parte dei quali contrari alle costruzioni di dighe e allo sfruttamento minerario del territorio.

Inchieste incrociate sull’omicidio di Berta Cáceres

A un anno dall’omicidio di Cáceres sono state arrestate otto persone, tra cui due ufficiali militari e due uomini collegati alla Desa, ma ancora non è stata fatta chiarezza sui mandanti. La famiglia di Berta aveva chiesto un’indagine indipendente, perché convinta del coinvolgimento nell’assassinio di alcuni politici e dell’esercito, ma il governo gliel’ha negata.

Al suo caso ci sta lavorando la Missione di appoggio contro la corruzione e l’impunità in Honduras (Maccih). Istituita nel 2016, la commissione opera in modo del tutto indipendente, «i fondi sono quelli della comunità internazionale», garantisce il suo rappresentante Juan Jiménez, ex presidente del Consiglio dei ministri peruviano. A febbraio 2017 un’inchiesta del quotidiano britannico The Guardian, invece, ha portato alla luce dei documenti che proverebbero il coinvolgimento dei servizi segreti militari honduregni legati alle forze speciali statunitensi.

Attacco armato: nel mirino la figlia della leader

Intervistata dai giornalisti della fondazione Thomson Reuters, il vice ministro dei Diritti umani e della Giustizia, Norma Allegra Cerrato, ha detto che «il governo sta lavorando per estirpare la violenza contro gli attivisti». L’impegno dello stato evidentemente non basta, o forse non è quello di cui hanno bisogno le persone che lottano difendere la terra. Molti di loro, tra cui la stessa Cáceres, infatti, hanno rifiutato la protezione del governo per diffidenza nei confronti della polizia.

Di fatto gli attacchi e le intimidazioni agli attivisti ambientali continuano. L’ultimo in ordine cronologico è quello alla figlia di Cáceres, la 26enne Berta Zuñiga. Nella notte tra il 30 giugno e il 1° luglio 2017, l’auto su cui viaggiava con Sotero Chavarría e Asunción Martínez, è stata attaccata da tre uomini armati di machete. Poi un quarto uomo ha cercato di mandarli fuori strada con un pick-up. I tre membri del Copinh stavano tornando da una visita a una comunità nel municipio di Santiago Puringla, nel dipartimento di La Paz. Sono riusciti a scampare indenni all’imboscata, ma questo episodio di violenza ha riacceso preoccupazione nei difensori dei diritti umani in Honduras.

berta cáceres

Berta Zúñiga Cáceres, figlia di Berta Cáceres. Foto Daniel Cima (via Flickr)

I risultati della lotta: finanziatori della diga in ritirata

La lotta di Berta e dei suoi compagni, però, a quanto pare è servita. Gli attivisti non sono morti invano. Secondo quanto riportato dal sito di Copinh, il 6 luglio i due principali finanziatori della diga Aqua Zarca, la Netherlands Development Finance Institution (FMO) e la Finnish Fund for Industrial Cooperation (Finnfund), si sono ufficialmente ritirati dal progetto e lo hanno annunciato all’organizzazione con una chiamata diretta.

«Questa decisione – si legge sul sito di Finnfund – è stata raggiunta dopo  lunghe consultazioni con un grande numero di portatori di interesse (stakeholders), sia locali sia internazionali, e attraverso il lavoro di una missione di accertamento dei fatti e consulenti entrambi indipendenti».

«Dobbiamo svegliarci!»

Per Miriam Miranda, leader della Black Fraternal Organization of Honduras (Ofraneh), quello che sta accadendo è un «auto-suicidio collettivo» e va fermato.

«Come diceva Berta “¡Que despertemos!”, “Dobbiamo svegliarci!”», anche se «ci catalogano come terroristi per il fatto di difendere la terra e le risorse naturali».

Per Miriam non c’è garanzia della protezione dello stato, «mi può capitare qualsiasi cosa in qualsiasi posto in qualunque momento», dice. Certo «che si ha paura, ma la paura non deve paralizzare la lotta».

Dello stesso avviso è anche  Felipe Benitéz, presidente del Movimiento Independiente Indìgena Lenca de La Paz – Honduras (Milpah). «In Honduras, uno dei modi per tagliarti fuori, è ucciderti». E, infatti, Felipe e la sua famiglia, ogni sera prima di andare a letto, si barricano in casa per timore che qualcuno possa piombare dentro e ammazzarlo come hanno fatto con Berta.

«Ci hanno rubato le nostre terre, i nostri fiumi senza neanche consultarci». A parlare è Margarita Pineda, un’altra attivista che si batte contro lo sfruttamento delle risorse ambientali nel piccolo villaggio di San Josè, sempre vicino a La Paz. Come ricorda il vice ministro Cerrato è vero, «gli indigeni hanno il diritto di essere consultati ma – si giustifica – non esiste un procedimento che spieghi come questa cosa deve avvenire, per cui finché non c’è un procedimento non sappiamo se viene (la consultazione, ndr) fatta nel modo giusto o sbagliato».

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