Turchia, dove la verità costa il carcere

Can Dündar, ex direttore del quotidiano Cumhuriyet, è finito in prigione per aver pubblicato la notizia del coinvolgimento dei servizi segreti nel traffico di armi pesanti dalla Turchia verso la Siria, destinate probabilmente a Isis o al Qaeda. Oggi è in esilio in Germania. Lo racconta lui stesso in "Arrestati", un libro pubblicato da "Nutrimenti"

Can Dündar è stato arrestato per aver svolto il suo lavoro. Giornalista e scrittore, fino al 2016 ha diretto Cumhuriyet, uno dei più antichi quotidiani turchi. E il 28 maggio 2015 decise la pubblicazione della notizia che avrebbe cambiato la sua vita: il coinvolgimento dei servizi segreti turchi (Mit) in un traffico di armi pesanti verso la Siria, molto probabilmente destinate allo Stato Islamico o ad al Qaeda. Posizionate sotto casse di medicinali, le armi erano nascoste all’interno di tir scortati proprio da uomini del Mit.

Nel novembre 2015, insieme al caporedattore Erdem Gül, Dündar fu condotto nel carcere di Silivri accusato di spionaggio e divulgazione di segreti di stato. I due giornalisti ci rimasero fino al 26 febbraio 2016 e qualche giorno dopo furono condannati: 5 anni e 10 mesi. Il 6 maggio dello stesso anno subì anche un’aggressione armata, dalla quale uscì illeso. Nel mese di giugno, infine, si è trasferito in Germania. Ma su di lui pende ancora un mandato d’arresto.

Racconto di una prigionia

Arrestati”, pubblicato in Italia da Nutrimenti, è il racconto di una prigionia lunga mesi, ma allo stesso tempo anche della resistenza di un giornalista che, nonostante le sbarre e l’isolamento, ha continuato a fare il suo mestiere. Munito di carta e penna, Dündar ha scritto i capitoli del libro, firmato editoriali e inviato lettere.

A partire dalle prime pagine, l’autore tratteggia con intensità la sua lunga vicenda giudiziaria. Tutto iniziò con una riunione di redazione. I giornalisti presenti decisero di pubblicare in prima pagina la fotografia che smascherava il traffico di armi. Si trattava dell’immagine di un video, consegnato al giornale da un parlamentare della sinistra, come scrive lo stesso Dündar. E per la giustizia turca, il deputato responsabile delle rivelazioni era Enis Berberoglu, membro del Chp (Partito popolare repubblicano). Per questo motivo, Berberoglu fu condannato a 25 anni di reclusione.

«Essere manipolato per una certa operazione o per un’altra è un vero rischio. In questi casi ti poni due domande: l’informazione che hai ricevuto è vera?, pubblicarla è di interesse comune?», riporta ancora l’uomo.

La notizia ebbe una notevole risonanza, tanto da provocare la reazione dello stesso presidente Recep Tayyip Erdogan, che minacciò pubblicamente coloro che avevano diffuso il libro. Così, le conseguenze per i due giornalisti non tardarono ad arrivare. Convocati al palazzo di giustizia di Istanbul, Dündar e Gül furono arrestati e deportati poche ore dopo.

Il sostegno della società civile

«Il messaggio che ho inviato su Twitter nel momento in cui il tribunale ha dato l’ordine d’arresto – lo stesso che dà il titolo a questo libro – voleva esprimere anche la condizione della società turca», scrive nell’introduzione. Ma il giornalista non si arrese e non smise mai di combattere: «”Benvenuta pazienza”, questo era il titolo del mio primo articolo scritto da Silivri per Cumhuriyet il 28 novembre 2015. L’avevo scritto a mano sul retro del modulo di richiesta, nello stordimento di quel primo giorno».

Durante i 90 giorni trascorsi in carcere, l’uomo visse in una cella di 25 metri quadrati, divisa da un muro alto dieci metri. Allo stesso tempo, però, non fu mai solo: sua moglie Dilek e il figlio Ege lo sostennero con numerose interviste e dibattiti. Senza dimenticare i suoi colleghi, ma anche diversi esponenti della società civile, che manifestarono pubblicamente per la sua liberazione.

Tra i tanti sostenitori, Dündar ricorda in particolare gli attivisti di “Onde pazze fuori”: un’iniziativa per «creare un ponte di libri tra chi era dentro e chi era fuori». Le opere furono destinate ai prigionieri in regime di isolamento. E lui stesso riuscì a sopravvivere anche grazie alla lettura dei volumi.

Turchia, giornalisti in carcere

Le condizioni di vita in prigione non furono semplici. Per 40 giorni, Dündar fu costretto a vivere in un regime di isolamento totale. Solo dopo numerose richieste, riuscì a ottenere un televisore e, soprattutto, carta e penna per scrivere. Senza dimenticare i divieti previsti dal regolamento: dalla macchina per scrivere alle interazioni con gli altri detenuti.

«Tra questi, uno di quelli di cui più sentivo la mancanza era il colore. Silivri era epurata dai colori, come se fosse una regione volutamente decolorata», scrive Dündar.

Situato a poco più di 100 chilometri da Istanbul, questo enorme edificio riesce a ospitare più di 10 mila detenuti. Tra loro c’è anche Murat Capan, giornalista del magazine Nokta. L’uomo, insieme al direttore Cevheri Guven, è stato condannato a 22 anni di reclusione per istigazione alla rivolta armata.

L’incontro tra lo stesso Dündar e il caporedattore avvenne da una parte all’altra del cortile. «Anche lui era stato arrestato a causa di una copertina, sempre su Erdogan», scrive il cronista. «Il direttore di un quotidiano, appoggiando prima la bocca e poi l’orecchio a un tombino, cercava di avere notizie del mondo di fuori dal caporedattore di una rivista. Questo era lo stato dei media turchi nel ventunesimo secolo», continua Dündar.

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