Militari sudamericani nel mirino del pm

La pm Tiziana Cugini ha presentato ricorso al tribunale di Roma contro la sentenza che ha assolto 19 dei 27 militari delle dittature sudamericane accusati di sequestro e assassinio di 25 cittadini italiani. Questi crimini sono stati commessi durante il Piano Condor, attuato negli anni '70 e '80 dalle dittature della regione

Il pubblico ministero italiano ha presentato ricorso lo scorso 15 maggio davanti al tribunale di Roma per tentare di ribaltare la sentenza che ha assolto 19 dei 27 militari delle dittature sudamericane accusati di sequestro e assassinio di 25 cittadini di nazionalità italiana. Questi crimini sono stati commessi durante gli anni in cui è stato attuato il Piano Condor.

La data dell’udienza non è ancora stata definita dal tribunale romano. Nei processi penali, il tempo di attesa, in media, è di 5 o 6 mesi, contati a partire dalla presentazione del ricorso. Questo, comunque, non è una regola: tutto dipende dal volume dei processi che saranno analizzati da quella corte.

Una sentenza storica, visto che la corte romana ha riconosciuto l’esistenza del Piano Condor e ha condannato otto ex-presidenti e militari sudamericani all’ergastolo. Il Piano fu un’operazione che unì dittature del Cono Sud (una regione che comprende i paesi sudamericani al di sotto del tropico del Capricorno, ndr) in azioni di repressione di oppositori politici che si conclusero con sequestri, assassini e migliaia di persone scomparse.

La corte ha riconosciuto che tutti gli accusati erano torturatori e avevano partecipato ai sequestri, ma per quei crimini non sono potuti essere condannati per due motivi: il sequestro è andato in prescrizione e il crimine di tortura non esisteva nel codice penale italiano (questo reato è stato introdotto il 5 luglio 2017, ndr). Il tribunale ha trovato insufficienti le prove che dimostrano la partecipazione diretta dei 19 accusati che sono stati assolti nei casi di omicidio.

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Lettura della sentenza

Durante la lettura della sentenza pronunciata il 17 gennaio scorso, era sceso un grande silenzio nell’aula del tribunale. I procuratori, che dal 1999 si occupano del caso, uscirono in silenzio, increduli per il risultato. Le uniche certezze di quel giorno erano che almeno otto accusati erano stati condannati e la procura avrebbe presentato ricorso.

Opera Mundi ha ottenuto, in esclusiva, copia del ricorso presentato dal procuratore Tiziana Cugini, responsabile del caso. Nel documento di 30 pagine depositato alcuni giorni dopo la visita del presidente italiano Sergio Mattarella in Argentina e Uruguay – paesi coinvolti nell’operazione Condor e nel processo – il procuratore afferma che la «corte sbaglia nel condannare per gli omicidi solo i responsabili dell’operazione anti-sovversiva e gli agenti militari per il sequestro di persona per poi assolverli a causa della prescrizione».

Per il procuratore, è stato ampiamente dimostrato che l’obiettivo dei governi militari dei paesi del Cono Sud era l’eliminazione fisica dei dissidenti sovversivi. Il documento ribatte a ciascuna argomentazione usata dalla corte per l’assolvimento dei 19 accusati come, per esempio, il fatto di aver liberato i detenuti dalle prigioni clandestine e di aver avuto medici presenti nelle prigioni. Questi argomenti del tribunale servirebbero a giustificare che l’obiettivo dei regimi non era assassinare, ma solamente ottenere informazioni, anche se sotto tortura.

Prigioni come centri clandestini di detenzione

«Non è vero che i detenuti uscissero vivi dalle prigioni clandestine o che gli scomparsi, anzi, i morti, fossero persone sfortunate. I testimoni e i documenti provano, senza alcun dubbio, che le prigioni erano in verità dei sequestri, che i penitenziari erano centri clandestini di detenzione, che queste prigioni illegali erano luoghi dove si eliminavano i detenuti o se ne decideva l’eliminazione (attraverso i voli della morte, per esempio)», afferma il documento.

In merito ai prigionieri liberati, la procura mette in discussione il motivo delle liberazioni, concentrandosi sulle vittime Rosa Barreix e Cristina Finn, che furono salvate perché, sotto tortura, finirono col collaborare con i generali. È citato anche il caso di Raul Borrelli, che ebbe la sorella e il cognato sequestrati e torturati e che furono liberati solo quando Borrelli fu arrestato.

La procura sottolinea che, al contrario di quanto dichiarato dalla corte, la presenza di medici nelle prigioni clandestine non annullava le sessioni di tortura, visto che questi erano presenti quando le vittime erano torturate e fa notare la complicità dei medici quando si chiede «qual è l’utilità dell’interrogatorio sotto tortura se il detenuto dovesse morire senza dire nulla già al primo choc elettrico?».

Ufficiali semplici

Inizialmente erano state denunciate 33 persone. Sei morirono durante il processo. Gli 8 condannatii cileni Hernán Jerónimo Ramírez Ramírez e Fafael Ahumanda Valderrama; i boliviani Luis García Meza Tejada e Luis Arce Gómes; i peruviani Francisco Morales-Bermúdez Cerruti, Pedro Richter Prada e Germán Ruiz Figueroa; e l’uruguayano Juan Carlos Blanco – erano ex presidenti e generali. La Corte ha inteso che solo chi era al comando doveva essere condannato, visto che mancavano prove che collegasse gli altri accusati agli omicidi perché loro non occupavano posizioni di comando.

Però, secondo il procuratore, «a parte la semplice denominazione delle cariche, i militari, operatori di morte, imputati in questo processo, erano persone capaci di garantire – sia per affinità ideologica o di interesse comune – l’operatività delle strutture di repressione». Tiziana Cugini cita come esempio il processo in cui gli ufficiali nazisti furono condannati per la strage di Sant’Anna di Stazzema, una base conosciuta dei partigiani in Italia.

«Quali prove sta cercando la corte per affermare con una decisione penale la responsabilità di questi soggetti?», si chiede il procuratore, che chiede nella conclusione del ricorso che la sentenza che ha assolto i 19 accusati sia annullata.

opera mundiQuesto articolo è stato pubblicato per la prima volta a giugno da Opera Mundi, un importante sito di informazione brasiliano con cui Osservatorio Diritti ha avviato una collaborazione negli ultimi tempi.

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