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Francia, cooperazione blocca-migranti

La cooperazione internazionale francese cambia pelle, diventa prerogativa di società a capitale misto e lavora con un nuovo obiettivo: far gestire i problemi ad altri paesi prima che arrivino in Europa. E capita anche che negli stati africani la priorità diventi imporre la propria agenda e facilitare l'ingresso delle aziende nazionali

Il presidente francese Emmanuel Macron nel corso dell’ultimo weekend ha partecipato a un vertice a cinque con Mauritania, Niger, Ciad, Mali e Burkina Faso. A Bamako, la capitale maliana, si teneva il G5 del Sahel: è questa, per Parigi, la nuovo frontiera dell’Europa. O almeno la nuova frontiera della Francia: rendere più sicura l’area significa ridurre l’arrivo dei migranti e indebolire le reti di organizzazioni terroristiche. Qui si concentrano i principali sforzi della cooperazione transalpina, che oggi si focalizzano quasi esclusivamente sulla lotta al terrorismo e  sul contenimento dei flussi migratori.

La parola d’ordine, per l’Europa intera, è sempre la stessa: esternalizzare, quindi fare in modo che altri paesi debbano gestire i problemi prima che arrivino in Europa. La Francia lo fa nel Sahel, l’Italia in Libia, la Germania con una capillare presenza della propria agenzia di cooperazione internazionale Giz in tutte le aree a forte pressione migratoria in Africa.

L’obiettivo è fermare i due fenomeni che più spaventano l’Europa, terrorismo e immigrazione, prima di ritrovarceli in casa. In particolare Macron ha impostato la sua politica estera sull’esportazione di stabilità e sicurezza, anche laddove l’Ue tentenna. Lo si legge nel documento di presentazione alla missione africana, depositato in Senato dal presidente francese. Ma quali sono le conseguenze di questo modello di cooperazione internazionale?

La cooperazione: un affare per multinazionali

In Francia in particolare, a partire da circa il 2008, la cooperazione internazionale ha lentamente cambiato pelle. Da strumento appannaggio del governo, è diventata prerogativa di società a capitale misto, dove il pubblico fornisce la governance e parte dei denari, ma la maggior parte delle azioni è in capo ad aziende di rilevanza statale.

In particolare c’è un’agenzia che rappresenta bene questo cambio di modello: si chiama Civipol. Le sue azioni sono per la maggior parte di proprietà di aziende private. Queste rispondono al nome di Safran, Morpho, Thales: le principali aziende che si occupano di difesa e sicurezza in Francia. Un corrispettivo transalpino delle italiane Leonardo-Finmeccanica o Piaggio.

Civipol è una multinazionale della cooperazione. Si dedica principalmente alla formazione di forze dell’ordine, giudici, funzionari di Stato. Ne ha parlato anche La Stampa in Diverted Aid, un lavoro finanziato dallo European Journalism Center, un centro di giornalismo europeo che sostiene progetti di inchiesta. Non c’è progetto, nel Sahel, in cui Civipol non sia presente.

Con questa società c’è spesso un’altra organizzazione particolare: Expertise France, agenzia internazionale che si occupa di logistica. Aiuta i cooperanti a rendere possibili i progetti sul campo. Tra i suoi scopi, però, c’è anche quello di facilitare l’ingresso di grandi attori dell’industria francese nei paesi con i quali collabora.

Perché la cooperazione non è mai fine a se stessa: diventa un modo per imporre la propria agenda, più che uno strumento per rispondere alle esigenze di un Paese in via di sviluppo. Creare opportunità anche per il paese che aiuta è di certo una delle necessità per rendere il rapporto di cooperazione vantaggioso per tutti. Ma il rischio è che così non ci sia correlazione tra le esigenze degli uni e le “offerte” degli altri.

Expertise France, “il metodo francese”

L’agenzia era nata all’inizio di gennaio 2015 come fusione di altre sei entità: France expertise internationale (Fei), Adetef, Gip Esther, Gip Inter, Gip Spsi e Adecr. Il suo scopo era essenzialmente quello di razionalizzare i costi per la cooperazione internazionale e per partecipare ai bandi europei. Le finanze transalpine, infatti, non erano sufficienti.

Il giro d’affari dell’agenzia a 18 mesi dalla sua creazione era di 130 milioni di euro, di cui il 70% da fondi internazionali, in cui la Francia partecipava solo in parte. Il budget totale di provenienza solo francese non superava il 10% del totale.

E la macchina da gestire è complessa: gli esperti sono oltre 10 mila, dispiegati per oltre 400 progetti in tutto il mondo, Africa in testa. Il competitor principale per Expertise France è Giz, l’ente tedesco della cooperazione internazionale, dotato di 2 miliardi di fondi pubblici, contro i 21 milioni dei francesi. Una discrepanza che ha reso obbligatorio, per Expertise France, cercare denaro in altri contesti, fuori dalla sola Francia.

Un problema di priorità

Expertise France ormai rappresenta il 75% della “cooperazione tecnica” francese. Il suo ruolo è indiscutibile: il 14% dei suoi introiti deriva da progetti di infrastrutture con le Nazioni Unite, a cui si aggiungono appoggi logistici a missioni militari come Minusma, il contingente Onu in Mali.

L’accorpamento di diverse agenzie ha di certo rafforzato la presenza francese. Però forse il problema che comporta l’accentramento delle risorse per la cooperazione riguarda l’agenda internazionale. Migrazioni e sicurezza stanno prendendo sempre più piede tra le priorità europee e nazionali dei progetti di cooperazione. Il solo progetto Parsec gestito da Expertise France per la formazione delle forze di sicurezza nella regione di Gao e Mopti vale 29 milioni di euro.

Anche le agenzie, di conseguenza, si devono adeguare: capita così sempre più di frequente che i destini di Expertise France e Civipol siano uniti. Insieme formano il “team Francia”, che oltre alla cooperazione spesso fornisce appalti e commesse per le proprie aziende di Stato. Ai tempi della caduta di Gheddafi, le pagine dei giornali si erano riempite di retroscena che raccontavano proprio il tentativo di Parigi di sfilare Tripoli dall’orbita romana. E a trattare con i libici era proprio Civipol.

Gli effetti collaterali dell’esternalizzazione

L’esternalizzazione a ogni costo, così come l’eccessiva deriva securitaria della cooperazione, hanno generato dei mostri. Per esempio, ad Agadez, in Niger, sono finite in carcere 126 persone con l’accusa di traffico di esseri umani da quando la Francia ha cominciato a sostenere con forza i progetti per rendere più sicure le frontiere. Le persone in questione, però, il più delle volte non fanno parte di gruppi di criminali organizzati, ma sono locali che non hanno altre attività per vivere. Come ha raccontato France Soir, spesso chi esce di prigione continua a fare esattamente ciò che faceva prima, visto che non ci sono alternative. Eppure non ci sono progetti per la creazione di posti di lavoro in Niger in cui sono investiti 29 milioni di euro.

In Sudan, Expertise France e Civipol sono insieme all’agenzia di cooperazione tedesca Giz protagonisti della formazione degli agenti di frontiera, con i quali l’Italia ha stretto un accordo bilaterale per velocizzare i rimpatri. Come denunciato dal Gruppo della sinistra europea (Gue) già lo scorso anno, tra gli agenti formati dalle agenzie europee ci sarebbero anche i Janjaweed, un gruppo armato che ha commesso stragi nel Darfur. L’assurdo paradosso è che dovrebbero essere proprio loro a gestire i flussi di chi scappa da quella regione.

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