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Banca Mondiale finanzia lavoro minorile

Human Rights Watch: BM sostiene progetti legati a lavoro forzato e minorile in Uzbekistan

«La Banca Mondiale sta finanziando con mezzo miliardo di dollari progetti agricoli collegati al lavoro forzato e minorile in Uzbekistan». È chiara e diretta l’accusa lanciata dall’ultimo report di Human Rights Watch e dal Forum uzbeco-tedesco per i diritti umani, “Non possiamo rifiutarci di raccogliere il cotone“.

Centotrentacinque pagine fitte fitte in cui le due organizzazioni scrivono nei dettagli come «il governo uzbeco abbia forzato studenti, insegnati, operatori medici e altri dipendenti pubblici e del settore privato, e a volte bambini, a raccogliere il cotone nel 2015 e 2016, così come a ripulire i campi e le piante di cotone nella primavera 2016». Un’operazione che va avanti senza scrupoli: l’esecutivo del paese, riferisce sempre il report, ha minacciato di sparare, di interrompere il pagamento dei contribuiti e di sospendere o espellere gli studenti che si rifiutano di lavorare nei campi di cotone.

Complessivamente, Human Rights Watch stima che oltre un milione di persone siano costrette ogni anno a lavorare per il governo raccogliendo cotone.

Eppure alla base degli accordi del prestito concesso dalla Banca Mondiale, sottolineano le due organizzazioni, c’era proprio la richiesta di rispettare le leggi che proibiscono il lavoro forzato e minorile. E Nel caso in cui questo non fosse avvenuto, il prestito sarebbe dovuto essere sospeso di fronte a elementi credibili di violazioni.

Il report si basa su 257 interviste approfondite e su circa 700 brevi conversazioni con le vittime del lavoro forzato e minorile, agricoltori e attori chiavi nel sistema del lavoro forzato, oltre che su documenti ufficiali e non ufficiali del governo.

E la conclusione, scrivono i ricercatori, è che «è altamente probabile che i progetti di agricoltura e irrigazione della Banca Mondiale, così come gli investimenti in educazione, siano collegati a situazioni in essere di lavoro forzato e c’è un rischio significativo anche di lavoro minorile».

La situazione è così compromessa che già 274 compagnie si sono impegnate a non acquistare più cotone dall’Uzbekistan.

L’accusa alla Banca Mondiale

«La Banca Mondiale sta dando copertura all’Uzbekistan per un sistema del lavoro violento nella sua industria del cotone», ha dichiarato Umida Niyazova, che dirige il Forum uzbeco-tedesco per i diritti umani. «La Banca Mondiale deve chiarire al governo uzbeco e a potenziali investitori che non vuole partecipare di un sistema basato sul lavoro minorile e forzato sospendendo i fondi fino a quando questi problemi saranno risolti».

Secondo il report, il supporto dato a questi progetti ha creato l’impressione che l’Uzbekistan stia lavorando in buona fede per mettere finire al lavoro forzato, «confondendo governi e compagnie responsabili».

Nelle ultime settimane, infatti, il Forum ha dichiarato di aver scoperto che il governo «sta ancora costringendo i suoi cittadini, compresi i bambini, a ripulire i campi e le piante di cotone, così come a piantare zucche, pomodori e altri prodotti agricoli».

Intimidazioni ai difensori dei diritti

Il documento sostiene anche che il governo ha usato intimidazioni, violenze e detenzioni arbitrarie per evitare a ispettori indipendenti e giornalisti di fare rapporti che parlassero di lavoro forzato. Gli stessi controllori del Forum uzbeko-tedesco, insieme al personale di altre organizzazioni impegnate nel monitoraggio della situazione, raccontano di aver dovuto affrontare un costante rischio di molestia e persecuzione nel corso del 2015 e 2016.

Più nello specifico, il report parla per esempio del caso di Dmitry Tikhonov, costretto a lasciare il paese nel 2015. Oppure di Uktam Pardaev, imprigionato e rilasciato con la condizionale due mesi dopo.

«Nel 2016 solo un ispettore del Forum uzbeco-tedesco, Elena Urlaeva, ha potuto continuare a lavorare ufficialmente, ed è stata soggetta a sorveglianza, molestie, detenzioni arbitrarie, assalti e permanenze obbligatorie in un ospedale psichiatrico».

Il ruolo della Banca Mondiale

Nel 2015-2016 la Banca Mondiale ha investito nel settore agricolo uzbeko 518,75 milioni di dollari. E il governo del paese aveva promesso che non sarebbe stato utilizzato lavoro forzato o minorile nei progetti sostenuti o nelle aree dei progetti. La Banca Mondiale si era impegnata dunque a monitorare in maniera indipendente gli abusi e a creare un sistema di risarcimenti alle vittime.

Nonostante queste premesse, si legge nel report, «il governo uzbeco ha continuato ad obbligare un numero enorme di persone, a volte bambini di 10 o 11 anni, a lavorare per ore nei campi di cotoni in difficili condizioni, compresi nell’area del progetto d’irrigazione della Banca».

«La Banca Mondiale si è accontentata di un monitoraggio esiguo, inefficace, fornendo di fatto copertura agli abusi del governo».

L’istituto era stato avvisato

Gruppi indipendenti, tra cui il Forum uzbeco-tedesco, avevano presentato alla Banca Mondiale prove di lavoro forzato e minorile e di attacchi a difensori dei diritti che cercavano di denunciare gli abusi durante e in seguito al raccolto del 2015. Ma pare che questo non sia servito a molto.

«Invece di sospendere il suo prestito al governo, in linea con gli accordi del 2014, la Banca Mondiale ha aumentato i propri investimenti nell’industria agricola in Uzbekistan attraverso il suo ramo di prestiti al settore privato, l’International Finance Corporation (Ifc)». Nel dettaglio, l’Ifc avrebbe investito altri 40 milioni di dollari attraverso un prestito a un produttore di filato di cotone in Uzbekistan per poter ampliare la sua fabbrica tessile.

L’Organizzazione internazionale del lavoro

La Banca Mondiale, si legge nel documento, aveva contrattato l’Organizzazione mondiale del lavoro (Ilo) – un’agenzia Onu composta da governi, organizzazioni di datori di lavoro e rappresentanti sindacali – per monitorare la situazione nel 2015 e 2016. Una mossa che, però, pare non avesse grandi possibilità di riuscita. «Con il governo e sindacati non indipendenti coinvolti nel monitoraggio, il sistema stava di fatto monitorando se stesso».

Lo stesso governo uzbeco, scrivono i ricercatori, ha cercato con molta insistenza di istruire i raccoglitori di cotone affinché dichiarassero sempre agli ispettori dell’Ilo che stavano lavorando in maniera assolutamente volontaria. E così, nel 2016, «l’Ilo ha deciso che non fosse più necessario monitorare il lavoro forzato, citando un implicito riconoscimento dell’esistenza del problema del lavoro forzato da parte del governo».

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Campo di cotone

Il cotone uzbeco

L’Uzbekistan è il quinto produttore di cotone al mondo. Circa il 60% della materia grezza viene esportato verso Cina, Bangladesh, Turchia e Iran. Questa industria consente ricavi annuali per oltre 1 miliardo di dollari, pari a circa un quarto del Prodotto interno lordo complessivo dello stato, attraverso la produzione di un milione di tonnellate di fibra di cotone.

«Le entrate del cotone finiscono in un conto opaco extra-budget del ministero delle Finanze che a cui non può avere accesso il pubblico ed è controllato da ufficiali governativi di alto livello», scrivono ancora Human Rights Watch e il Forum.

Cambio al vertice

Il nuovo presidente, Shavkat Mirziyoyev, ha promesso riforme dopo due decenni di regole repressive sotto Islam Karimov, la cui morte è stata annunciata il 2 settembre scorso. «Questo cambio di leadership rappresenta una buona opportunità per i governi e le istituzioni finanziarie internazionali per fare pressione per riforme generalizzate».

Il momento giusto per fare pressioni potrebbe essere il prossimo G20 di Amburgo, previsto per il 7 e 8 luglio. I rappresentati di questi paesi, sottolineano le due istituzioni, «dovrebbero assicurare i loro sforzi per sostenere catene di fornitura sostenibili e la diffusione di un lavoro decente dalle fabbriche alle campagne e fare pressione sulla Banca Mondiale perché smetta di finanziare progetti che rinforzano sistemi di lavoro abusivi».

La richiesta a Banca Mondiale e Ifc

Human Rights Watche e il Forum chiedono dunque che Banca Mondiale e Ifc sospendano i finanziamenti all’agricoltura e all’irrigazione dell’Uzbekistan fino a quando questi settori non saranno più contaminati da lavoro forzato e minorile.

Oltre a questo, «dovrebbero prendere tutte le misure necessarie per prevenire rappresaglie contro i difensori dei diritti umani che si stanno occupando di lavoro collegato ai loro investimenti, rispondendo repentinamente quando questo dovesse avvenire e lavorando con chi prende i soldi in prestito per rimediare agli abusi».

«La missione della Banca Mondiale è combattere la povertà, le persone che vivono in povertà sono le più vulnerabili al lavoro forzato e minorile in Uzbekistan», ha dichiarato Jessica Evans, una delle autrici del report. «La Banca Mondiale dovrebbe smettere di finanziare progetti che rinforzano il sistema di lavoro forzato nel paese, dando la priorità invece che facciano avanzare le necessità sociali ed economiche della gente che vive in povertà», ha concluso.

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