Massacro di Srebrenica: Olanda condannata

La Corte d'Appello dichiara il paese «parzialmente responsabile» per la morte di 300 uomini

La Corte d’Appello dell’Aja ha confermato ieri che i Paesi Bassi devono essere ritenuti «parzialmente responsabili» per la morte di circa 300 uomini musulmani avvenuta nel 1995 a Srebrenica, in Bosnia Erzegovina. Queste persone erano state espulse dalla base olandese delle Nazioni Unite di Potočari dopo che la zona circostante era stata circondata dalle truppe serbo-bosniache.

I giudici olandesi confermano così una decisione del 2014, secondo la quale i peacekeeper sapevano che gli uomini che stavano cercando rifugio nella base Onu sarebbero potuti essere uccisi dai combattenti serbo-bosniaci se non fossero stati accolti all’interno del compound. Allo stesso tempo, però, la sentenza di ieri si discosta da quella di primo grado in un punto: i risarcimenti saranno riconosciuti solo per il 30% dei danni.

Gli avvenimenti di Srebrenica

Il massacro di Srebrenica è stato probabilmente quello che più di ogni altro ha fatto indignare la comunità internazionale tra i tanti eventi accaduti durante la guerra in Bosnia tra il 1992 e il 1995. Il 13 luglio 1995, infatti, circa 8 mila ragazzi e uomini musulmani furono uccisi dalle truppe serbo-bosniache sotto il comando del generale Ratko Mladic, oggi sotto accusa per genocidio al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia (la sentenza dovrebbe arrivare entro la fine del 2017). Si è trattato del peggior omicidio di massa avvenuto in Europa dalla Seconda guerra mondiale.

I fatti accaduti sono di una tale gravità che nel 2007 la Corte internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite aveva ufficialmente parlato di “genocidio” perpetrato dalle forze serbo-bosniache ai danni dei musulmani.

Nei giorni precedenti al crimine, molte delle vittime avevano cercato rifugio nella “safe zone” Onu, una delle zone di sicurezza istituite dalle Nazioni Unite proprio per proteggere la popolazione dagli scontri in corso. Quello che trovarono, però, furono dei caschi blu poco equipaggiati e troppo poco numerosi per essere in grado di difenderli.

La sentenza

Leggendo le motivazioni della sentenza, il giudice Gepke Dulek-Schermers ha detto che

i soldati olandesi «sapevano o avrebbero dovuto sapere che gli uomini non si stavano solo rifugiando… ma erano in un reale pericolo di essere soggetti a tortura o esecuzione».

La sentenza si è occupata nello specifico di circa 300 uomini che avevano chiesto protezione alla base controllata dal contingente dei Paesi Bassi.

La corte ha invece rigettato un appello presentato dai parenti delle vittime di Srebrenica, secondo cui il governo olandese dovrebbe essere ritenuto responsabile per la protezione delle migliaia di rifugiati che si erano raggruppati davanti alla base delle Nazioni Unite.

Per Lenneke Sprik, professoressa di sicurezza internazionale all’università VU di Amsterdam, la sentenza è stata «molto importante per le future operazioni di peacekeeping e per la legge sulle relative responsabilità». La decisione, secondo quanto dichiarato dalla Sprik alla agenzia di stampa Reuters, potrebbe scoraggiare d’ora in poi alcuni paesi dal mandare truppe per le operazioni di peacekeeping.

Risarciti al 30 per cento

La sentenza si è discostata dalla decisione di primo grado quanto ai risarcimenti. La Corte d’appello, infatti, ha stabilito che i Paesi Bassi dovranno pagare solo il 30% dei danni, stimando che la probabilità che gli uomini cacciati dalla base venissero poi effettivamente uccisi fosse pari al 70 per cento.

L’ammontare dei danni dovrà essere calcolato in seguito, in un processo separato, a meno che le vittime e lo stato non riescano a raggiungere un accordo.

Secondo Munira Subasic, una delle “Mamme di Srebrenica”, si tratta di una «grande ingiustizia».

«Lo stato olandese dovrebbe prendersi la propria responsabilità per le nostre vittime perché avrebbero potuto tenerli tutti in sicurezza nel compound del Dutchbat (Battaglione olandese)».

Le resistenze del governo

La vicenda aveva già fatto saltare il governo di Amsterdam quindici anni fa, quando lo stesso esecutivo aveva ammesso il proprio fallimento nella protezione dei rifugiati.

Nel 2002, pur dimettendosi, il governo olandese aveva comunque definito il compito del corpo di pace Onu di Potočari una «missione impossibile». Una posizione confermata ieri, con dichiarazioni ancora più chiare in questa direzione.

Il ministro dell’Interno di Amsterdam, infatti, ha detto all’agenzia di stampa Reuters che lo stato sta valutando con attenzione le conclusioni dei magistrati. «La nostra posizione finora è stata, e continua ad esserlo, che i serbo-bosniaci sono i responsabili per questa tragedia», ha dichiarato il portavoce Klaas Meijer.

A commento della vicenda giudiziaria, l’agenzia di stampa britannica sottolinea come il caso sia «estremamente inusuale», visto che vede sotto accusa uno degli stati che ha partecipato alle operazioni di peacekeeping delle Nazioni Unite.

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