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Attacco globale ai difensori dei diritti

Otto reportage svelano i legami tra la morte di centinaia di attivisti e i potenti dell'economia

Centinaia di persone ogni anno muoiono per difendere la propria terra o i diritti delle loro comunità. Secondo alcuni studiosi e attivisti, non siamo di fronte a omicidi isolati, ma tra queste morti violente e i poteri forti dell’economia globale c’è una stretta connessione. Per denunciare l’esistenza di questo fenomeno, per dargli un nome e una forma narrativa, è stato realizzato The Politics of Death (Politica di morte), un progetto giornalistico di Paola Totaro e Matthew Ponsford, andato online il 20 giugno su www.thisisplace.org. Il sito, diretto da Totaro, è un concentrato di reportage da tutto il mondo, prodotti dalla Thomson Reuters Foundation.

«Il più grande problema per le organizzazioni che si occupano di diritti umani è che molti dei crimini che loro denunciano non vengono ricondotti a questioni legate all’accaparramento della terra o allo sfruttamento delle risorse. Questi omicidi vanno solo a gonfiare le statistiche delle morti irrisolte stilate dai medici legali», spiega Totaro a Osservatorio Diritti.

I due giornalisti, con il supporto di dati, testimonianze, interviste e storie esclusive, accompagnano il lettore nei meandri della globalizzazione. Tracciano un filo rosso tra le morti di persone innocue – contadini, donne, professori – e gli interessi di alcune grandi compagnie, in quelle zone che vengono definite #lawlessland, il nuovo far west, dove non vale nessuna legge se non, forse, quella del più forte.

Per farlo «abbiamo lavorato a stretto contatto con le organizzazioni che si occupano di diritti umani, come Front Line Defenders, dice Totaro. Che aggiunge: «Prima abbiamo scritto il long-form. Poi intorno a questo è stata creata la parte multimediale per dare un quadro ricco di notizie e supportato anche da alcuni studi accademici».

Necropolitica, la teoria del filosofo Achille Mbembe

«Ogni settimana, almeno quattro persone, uomini e donne, svaniscono senza lasciare traccia oppure vengono trovate morte, colpite da una pioggia di proiettili».

La violenza della frase con cui si apre il lavoro è solo l’incipit della cascata di informazioni divise in cinque capitoli. Dati che, singolarmente presi, possono apparire sconnessi. Letti, invece, con uno sguardo d’insieme fotografano un fenomeno inquietante.

Totaro e Ponsford parlano di «necropolitica», un concetto coniato nel 2003 dal filosofo camerunense Achille Mbembe. «In molte nazioni occidentali, solo lo stato ha il diritto di uccidere, così come quello di salvaguardare la vita e far rispettare la legge, mentre in altre regioni del mondo, specialmente in quelle reduci da uno sviluppo post-coloniale, lo stato non è l’unico fornitore di violenza», questa la tesi dello studioso africano.

Otto storie dalle “nuove frontiere”

Il viaggio si snoda attraverso otto “nuove frontiere”: Honduras, Cambogia, Kenya, Russia, Bangladesh, Brasile, India, Etiopia. Otto reportage, commissionati da Totaro, in cui si parla di minacce di morte, come quelle al professore Anu Muhammad del Bangladesh, che da anni combatte contro la costruzione di una centrale elettrica per difendere una rara foresta di mangrovie.

Scontri tra contadini e proprietari terrieri, ormai all’ordine del giorno nella regione di Laikipia, in Kenya. Ma anche storie di resilienza come quelle degli attivisti honduregni che non si sono lasciati intimidire dalla morte della tristemente nota compagna di lotte Berta Càceres, l’attivista ambientale brutalmente uccisa nel 2016 per aver difeso il suo popolo, la comunità indigena Lenca (si veda il video qui sotto). Otto facce della stessa medaglia che danno vita alla fredda legge dei numeri.

La violenza non è casuale

A dare i numeri è Subhabrata Banerjee, professore di Management alla Cass Business School di Londra.

«2.125 sono i conflitti in atto nel mondo legati all’accaparramento delle risorse naturali», come riportato dall’Atlante di Giustizia Ambientale, ma secondo il professore «probabilmente sono anche il triplo».

Gli altri dati si possono leggere nel capitolo “La conta dei morti” sono quelli raccolti da ong e associazioni, come Global Witness, Human Rights Watch e Amnesty International.

Secondo Front Line Defenders, «nel 2016 più di mille cittadini in 25 paesi sono stati uccisi, perseguitati, imprigionati o intimiditi per aver difeso le loro comunità». Per Michel Forst, relatore speciale delle Nazioni Unite sui Difensori e le difensore dei diritti umani, «non si è di fronte a una violenza casuale, ma ad attacchi mirati contro chiunque cerchi di proteggere le proprie terre e tradizioni», questo il parere raccolto dai due giornalisti (leggi l’intervista rilasciata da Michel Forst a Osservatorio Diritti).

Omicidi irrisolti, colpevoli non colpevoli

Quali sono i poteri forti che manovrano la mano della morte? Difficile da dire per Totaro perché «le violenze, le minacce, gli omicidi nella maggior parte dei casi vengono commessi da mercenari ingaggiati per intimidire e uccidere. Lo scopo ultimo rimane quello di fermare le campagne degli attivisti che si oppongono alle grandi opere. Il problema è che i governi e i politici non perseguono i responsabili e neanche vogliono indagare. Il risultato è che tutti questi omicidi rimangono irrisolti, gli assassini liberi e se nessuno viene arrestato non è facile accusare società o anche i singoli individui che si sono macchiati di questi crimini».

In Africa c’è la corsa all’oro e ai diamanti, nel Sudest asiatico alla terra fertile, in India e in Bangladesh si va a caccia di carbone. L’America Latina è ricca di legno e minerali, come il litio, «quello con cui vengono fabbricate le batterie dei prodotti marchiati Apple», per esempio. Sono queste “le nuove frontiere”, le materie prime intorno ai cui ruotano gli interessi di stati e multinazionali. Di mezzo ci vanno a finire le popolazioni indigene che si vedono sottrarre ciò che appartiene loro, a volte con la promessa di un effimero posto di lavoro, a volte neanche quello.

HRD Memorial, il memoriale dei difensori

Il progetto, durato tre mesi, è compiuto. Non resta che diffonderlo. Non resta che aprire gli occhi. La palla ritorna alle ong, dice Totaro. «Loro hanno persone schierate in prima linea che possono continuare a documentare queste violenze e violazioni. Come preannunciato dall’articolo, Fld ha già lanciato un nuovo progetto per cercare di continuare questo lavoro». Si tratta dell’HRD Memorial, un sito web e un database attivi da quest’anno per commemorare tutti i difensori che sono stati uccisi da quando, nel 1998, è diventata effettiva la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani delle Nazioni Unite.

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