Guatemala e Indonesia all’olio di palma

Piantagioni accusate di violare i diritti dei lavoratori, dei coltivatori, alla salute e al cibo

Indonesia e Guatemala, geograficamente molto lontani, sono collegati da una pianta: la palma da olio. In entrambi i paesi le piantagioni di palma sono state accusate da organizzazioni non governative internazionali e dalle comunità locali di aver violato il diritto a un lavoro dignitoso, a coltivare la terra, alla salute e al cibo.

La palma “sostenibile” che viola i diritti dei lavoratori

A metà giugno il centro di ricerca olandese Somo e la fondazione Cnv Internationaal hanno presentato il rapporto “Palming Off Responsibility” che documenta la violazione dei diritti dei lavoratori da parte di due produttori certificati dalla Roundtable on Sustainable Palm Oil (Rspo, la Tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile), in Indonesia. I due casi riportano testimonianze di lavoratori obbligati a straordinari non pagati per poter raggiungere livelli di produttività irrealistici, come i 1.300 kg al giorno di frutto richiesti da una delle due aziende, la Aneka Inti Persada.

Questa politica di sfruttamento, secondo la ricerca, avrebbe spinto molti lavoratori a coinvolgere nella raccolta anche moglie e figli, con il conseguente impiego di bambini, in alcuni casi non più grandi di 10 anni. Secondo le testimonianze raccolte ci sarebbero persone che da anni lavorano senza un contratto e senza adeguati servizi sanitari.

La salute dei lavoratori, inoltre, verrebbe messa alla prova dall’uso dei pesticidi. Spesso gli addetti all’uso di prodotti chimici non indosserebbero le tute protettive per tutta la giornata, ma solo nelle ore meno calde.

olio di palma
Foto tratta dal report “Palming Off Responsibility”

Le reazioni dei colossi dell’olio di palma e della Rspo

A essere messe sotto osservazione dalla ricerca olandese sono state due aziende operanti nell’isola di Sumatra: Murini Sam Sam e Aneka Inti Persada, entrambe certificate dalla Rspo. Si tratta di due compagnie che riforniscono grandi colossi internazionali come la Wilmar International e la malese Sime Darby, protagonisti del commercio mondiale di olio di palma.

La Wilmar nel 2016 possedeva più di 200.000 ettari di palma da olio, mentre la Sime Darby sul suo sito si definisce il più grande produttore mondiale di olio di palma sostenibile, con un milione di ettari nel mondo. Entrambe hanno criticato la metodologia con cui si è svolta l’analisi “Palming Off Responsibility”, realizzata nel gennaio di quest’anno.

Le interviste hanno coinvolto un limitato numero di lavoratori (78), interpellati in forma anonima, e agli intervistati sono state rimborsate le spese di viaggio per raggiungere il luogo dei colloqui. Secondo i promotori dell’indagine molti lavoratori si sarebbero rifiutati di collaborare per paura di ripercussioni da parte delle aziende.

In risposta all’uscita del report è intervenuta anche la Tavola rotonda per l’olio di palma sostenibile, che conta più di 3.000 membri e certifica più di 11 milioni di tonnellate di olio. L’organo certificatore ha ammesso le critiche riguardanti alcuni membri della tavola rotonda, sottolineando però che molte delle denunce si sarebbero diffuse proprio grazie ai meccanismi di trasparenza adottati.

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Foto tratta dal report “Palming Off Responsibility”

In Guatemala dopo la palma non crescerà più niente

Il 15 giugno un altro rapporto ha portato alla ribalta gli effetti della coltivazione di palma da olio sulla popolazione locale, questa volta in Guatemala. L’Istituto di Scienza e Tecnologia Ambientale dell’Università autonoma di Barcellona ha pubblicato uno studio sull’infertilità dei terreni coltivati a palma da olio nel paese centroamericano.

La ricerca stima che il terreno di una piantagione potrebbe tornare fertile solo dopo 25 anni. L’impatto ambientale delle monoculture e della chimica avrebbe delle conseguenze dirette sulla popolazione locale: per la produzione di cibo e per l’accesso all’acqua.

Nelle piantagioni le comunità non hanno diritti

In occasione della Giornata mondiale della Terra, il 22 aprile, per le strade di Guatemala City hanno sfilato numerose comunità, alcune delle quali vivono completamente circondate da piantagioni di palma da olio. La popolazione lamenta lo scarso impiego di manodopera locale, spesso titolare di contratti stagionali e mal pagati.

Secondo le testimonianze raccolte dalla campagna Land Rights Now alcune famiglie sono state costrette a vendere le loro terre, attraverso forme di intimidazione e violenza. I più fortunati, che hanno la possibilità di continuare a coltivare, sono però circondati dalle piantagioni. Hanno visto ridursi l’accesso all’acqua e aumentare il livello di inquinamento da agenti chimici, dovuto all’uso di fertilizzanti e pesticidi.

Il Guatemala non è nuovo alla coltivazione della palma da olio, ma negli ultimi anni il prodotto si è diffuso rapidamente, in particolare nel nord del paese. Secondo dati della Fao, dal 2008 al 2014 sono più che raddoppiati gli ettari di terra destinati a questa coltivazione.

L’arrivo della palma in Guatemala, come in Indonesia, è stata accompagnata dal taglio delle foreste come spiega una delle leader indigene Maya Q’eqchi’ interpellata da Land Rights Now.

«La distruzione delle foreste è cominciata quando hanno piantato la palma da olio. Ci hanno intimiditi, criminalizzati e minacciati».

La lotta dei popoli indigeni contro la violazione dei diritti umani e la contaminazione delle risorse naturali, nel 2015, era arrivata davanti alla Commissione Interamericana sui diritti umani, per chiedere al paese di fermare l’espansione delle piantagioni. Da allora nulla è cambiato nelle politiche governative. Le comunità in marcia nel mese di aprile hanno chiesto al ministero dell’Agricoltura il riconoscimento dei diritti di proprietà e l’aumento dei fondi destinati a favorire l’accesso alla terra.

La compagnia impunita di Sayaxché

Nel marzo del 2017 l’ong Oxfam ha aggiornato il report “Diritti umani e impatti ambientali della palma da olio a Sayaxché, Guatemala” dedicato all’impatto della compagnia Reforestadora de Palma del Petén SA (Repsa) sulle comunità locali nella zona di Sayaxché.

Nel 2015 la compagnia produttrice di palma è stata accusata di aver inquinato un importante fiume della zona, provocando un ingente danno ambientale. Nonostante una corte abbia ordinato la sospensione delle operazioni di Repsa durante la fase di investigazione, la compagnia ha continuato a produrre. Secondo gli investigatori, i livelli di contaminazione continuano a essere alti anche a distanza di due anni.

Oxfam denuncia l’impatto negativo sulla comunità che utilizzava il fiume come fonte di sostentamento. L’inquinamento avrebbe peggiorato la dieta e la salute di più di venti comunità. L’installazione delle piantagioni avrebbe accelerato il processo di concentrazione della proprietà terriera e limitato le possibilità di spostamento di alcune comunità, circondate dalla palma. Nel report Oxfam denuncia anche intimidazioni contro gli attivisti, violazione dei diritti dei lavoratori che operano nelle piantagioni e la mancanza di politiche a sostegno del diritto al cibo e alla salute per la popolazione locale.

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