Milano, sgomberati centinaia di africani

Allontanati dalle palazzine occupate da mesi, molti sono finiti in strada. Tra loro dei minorenni

Centinaia di persone originarie del Nord Africa sono state sgomberate il 13 giugno dagli stabili abbandonati che avevano occupato qualche mese fa in via Lampedusa, a Milano. Tra loro c’erano anche dei minori e ora nessuno sa dove si siano trasferiti. In ogni caso, pare che siano tanti quelli che sono finiti a vivere per strada.

A denunciarlo è l’associazione Naga con una nota diffusa il 22 giugno:

«Lo scorso martedì 13, le forze dell’ordine li hanno allontanati dagli stabili. Così, semplicemente allontanati, senza prevedere in alcuno modo la possibilità di offrire loro una qualche sistemazione alternativa».

Chi viveva in via Lampedusa

Secondo il Naga, «la maggior parte erano ragazzi molto giovani e freschi della traversata del canale di Sicilia. Altri, in numero inferiore ma, comunque rilevante, erano persone che in Italia ci vivono da lungo tempo. Tra questi i più avevano finito per perdere – dopo dieci 20/25 anni di permanenza – il loro permesso di soggiorno. Altri si erano rifugiati in quelle case pur essendo in possesso di un documento ancora valido».

Inoltre, c’erano alcuni minorenni. Anche loro reduci dal viaggio in mare. E anche alcune ragazze «che, se non erano minorenni, erano comunque giovanissime».

Gli stabili sgomberati

La situazione in cui queste persone vivevano era piuttosto degradata, come ammette la stessa associazione. «Le condizioni di vita, ed il livello di degrado igienico-sanitario, all’interno di stabili che, privi di acqua corrente e riscaldamento, erano dotati di scarsa corrente ottenuta con allacci di fortuna, certo non rendevano quel posto adatto ad una vera accoglienza».

Detto questo, però, gli operatori del Naga sottolineano che «era comunque, per chi ci viveva, una casa, un luogo dove stare diverso dalla strada dove ora, invece, andranno a vivere. Uno sgombero senza alternative non prevede, per chi lo subisce, nessuna altra possibilità».

Vita di strada

Nei giorni successivi allo sgombero i volontari dell’unità di medicina di strada del Naga sono usciti per cercarli e provare a riprendete il lavoro che, dallo scorso febbraio, svolgevano con loro, ossia per fornire le informazioni e il sostegno necessari ad accedere ai diritti previsti dalla legge italiana. Ebbene, questo è stato il risultato.

«Siamo riusciti ad intercettare qualcuno di loro: uno di loro si accingeva a dormire sul marciapiede di fronte ai palazzi di via Lampedusa; altri lavavano i propri vestiti ad una fontanella pubblica più prossima; altri sono stati loro a contattarci e tutti hanno riferito di aver trovato altri alloggi di fortuna in zona. Di fatto è stato, quindi, solo spostato il problema, rendendo ancor più precaria la situazione degli sgomberati».

Minorenni senza assistenza

L’associazione sottolinea come «sui giovani minorenni si è palesata l’inadeguatezza dell’organizzazione del servizio di prima accoglienza previsto dal Comune». Come nel caso di A., un ragazzo di 17 anni che è stato incontrato mentre dormiva sul marciapiede.

«Per riuscire ad accedere al sistema che li avrebbe condotti in una comunità dedicata, veniva imposto loro di presentarsi, ogni giorno alle 8.30 del mattino, presso gli uffici predisposti in via Statuto. Mancare una volta all’appello avrebbe significato perdere la precedenza acquisita. Come se un ragazzo di quindici, o sedici anni, scioccato dal fatto di essersi trovato, inaspettatamente, a dormire per strada, possa essere trattato alla stregua dell’utente di un centralino telefonico».

E l’associazione non è arrivata a questa conclusione basandosi solo sullo sgombero di via Lampedusa. Al Naga, infatti, raccontano che dopo vari tentativi di contatto con le istituzioni ci si è resi conto di quanto la situazione sia peggiorata.

«In seguito alla recente chiusura del cosiddetto hub di via Sammartini, non esiste più una struttura,  né pubblica né convenzionata né privata, in grado di dare un alloggio emergenziale ad un minorenne non accompagnato che, presentandosi in via Statuto, rimane nella coda che gli permetterà, nel giro di un mese o più, di accedere al sistema di prima accoglienza. Ed essere, infine, affidato ad una comunità. Non gli viene lasciata altra alternativa che dormire in strada, o arrangiarsi in altro modo».

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