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Diritti violati nell’hotspot di Taranto

Hotspot Leaks: un'inchiesta collettiva svela quello che sta succedendo nel centro pugliese

Camara (il nome è di fantasia) ha 19 anni. Di nazionalità gambiana, è sbarcato al porto di Reggio Calabria il 28 marzo del 2016. Poco dopo l’arrivo è stato fatto salire su un autobus e trasportato a Taranto. Destinazione hotspot. Lì dentro sarebbe dovuto restare per un massimo di 48 ore, il tempo di essere identificato e foto segnalato. Almeno così prevede la normativa italiana che regola il trattenimento amministrativo dei richiedenti protezione internazionale, che la identifica alla stregua di qualsiasi altra misura di polizia limitativa della libertà personale.

Ma Camara, come migliaia di altri migranti transitati nell’ultimo anno a Taranto, nell’hotspot è rimasto più tempo: 20 giorni. «Ho fatto il sarto nel mio paese da quando avevo 13 anni. Ora voglio farlo qui in Italia. Finora ho vissuto in un capannone vicino al mare, dove la notte fa molto freddo. Eravamo un centinaio di persone a dormire in uno spazio piccolo. Ora mi trovo in un altro centro molto affollato, a Borgo Mezzanone, vicino Foggia», ha raccontato.

Dal Pakistan all’Italia, passando per i Balcani

Hayat ha 25 anni, e anche il suo nome è di fantasia. In Pakistan era un odontotecnico. È arrivato in Italia il 16 marzo, fuggendo dal suo Paese per motivi etnici. L’uomo, infatti, abitava in una regione dove la sua etnia, quella pashtun, è perseguitata da diversi anni dalle milizie talebane. Il suo viaggio è durato un anno. La prima tappa è stato l’Iran ed è poi proseguito attraverso la Turchia.

Hayat è passato dalla rotta balcanica, attraversando la Bulgaria, dove è stato costretto dalla polizia, a suon di botte, a lasciare le impronte. Poi ha raggiunto l’Italia, passando per la Serbia, la Croazia e l’Austria (dove è stato nuovamente identificato, ma senza avere la possibilità di formalizzare la richiesta d’asilo).

Arrivato a Milano dalla frontiera del Brennero, ha raggiunto Taranto, su consiglio di alcuni amici afghani appartenenti alla sua stessa etnia. Qui, nella città pugliese, è riuscito finalmente a fare la domanda di protezione internazionale.

Ma la sua odissea sembrava non dovesse avere termine. Perché in un primo momento Hayat è stato classificato dalla questura di Taranto come senza fissa dimora, e, come tale, escluso dal circuito dell’accoglienza e, di conseguenza, anche dalla possibilità di essere contattato dalla commissione territoriale per la valutazione della sua domanda d’asilo.

La sua storia ha un parziale lieto fine dato che, grazie all’interessamento degli attivisti di “Campagna Welcome Taranto”, ora Hayat ha un tetto e un domicilio. E la possibilità, quindi, di affrontare così le diverse fasi richieste per ottenere il riconoscimento della protezione internazionale.

Trasferito senza ragione

Lamin, anche in questo caso il nome è di fantasia, nigeriano, è arrivato in Italia il giorno della vigilia di Natale di due anni fa. È stato prima “ospite” del Centro richiedenti asilo (Cara) di Crotone, poi ha trascorso un periodo in un centro di accoglienza straordinario (Cas) a Genova. Un giorno dello scorso marzo, mentre l’uomo si trovava in un bar di Ventimiglia, è stato prelevato dalla polizia italiana e condotto a Taranto.

Il motivo ufficiale del trasferimento, secondo la polizia, è che era in possesso di un permesso di soggiorno scaduto, anche se Lamin aveva con sé anche un documento rilasciato dal Cara di Crotone che ne attestava la condizione di ricorrente in appello al diniego della commissione territoriale. Eppure è stato portato in hotspot per essere identificato, senza poter capire cosa gli stesse accadendo. Non solo.

Anche lui, come tanti altri migranti giunti a Taranto da Ventimiglia, è stato destinatario di un foglio scritto a penna con l’indicazione “Non entra” – cioè non entra in hotspot – e l’invito a raggiungere entro due giorni la questura di Crotone per regolarizzare la propria posizione.

La sua storia sembra emblematica di quali criteri vengono seguiti dalla polizia per “alleggerire” la frontiera con la Francia. A Ventimiglia, dove chiunque abbia la pelle nera può essere prelevato con la forza mentre si trova all’interno di un bar, ed essere portato a quasi 1.200 km di distanza soltanto per l’identificazione.

Hotspot Leaks, dossier sulla frontiera di Taranto

Le storie in questione, così come altre centinaia, sono state raccolte dagli attivisti romani del progetto Stamp (sostegno al transito e accoglienza di migranti e profughi) e dall’organizzazione Un Ponte per… che per tutto il mese di aprile hanno allestito un presidio fisso davanti alla stazione di Taranto. Una staffetta che è andata ben oltre la semplice solidarietà, «ma che ha praticato soprattutto lo strumento dell’inchiesta collettiva», ha spiegato Antonio Sanguinetti, ricercatore alla Sapienza di Roma ed attivista di Stamp. «Abbiamo raccolto una grande quantità di materiali che spiegano le modalità con cui avvengono i trasferimenti da Ventimiglia a Taranto».

Dunque, «dalle informazioni in nostro possesso appare evidente che siamo di fronte a vere e proprie lesioni di diritti fondamentali» dice ancora Sanguinetti. «Le cifre, le storie, i dati che raccontano queste violazioni le abbiamo sistematizzate in un rapporto che abbiamo preparato al ritorno da Taranto».

Da questo lavoro ne è uscito dunque un vero e proprio rapporto, “Hotspot Leaks, dossier sulla frontiera di Taranto”, una sorta di “dossier dell’esclusione”, come è stato subito definito da qualcuno, presentato qualche giorno fa in anteprima a Roma, all’interno del centro sociale Strike in via di Portonaccio.

hotspot Taranto
Fonte: dossier Hotspot Leaks. Trasferimenti verso l’hotspot di Taranto

«Il sistema hotspot ideato dalla Commissione europea nel 2015 è stato concepito per rispondere a due obiettivi politici. Il primo: identificare il 100% dei migranti transitanti sul suolo europeo. Il secondo, invece, è quello di favorire il maggior numero di rimpatri e respingimenti», ha detto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia.

Alla stesura del documento hanno collaborato anche alcuni avvocati del nodo romano dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi). Come ha spiegato l’avvocato Loredana Leo, «soltanto con la recente “legge Minniti”, la n. 46 del 2017, il legislatore ha introdotto nel testo unico sull’immigrazione, a oltre due anni dall’istituzione delle zone hotspot in Italia, il primo riferimento normativo ai punti di crisi».

Da questo punto di vista, il modello di selezione dei migranti messo in campo dall’approccio hotspot è uno degli strumenti (insieme agli accordi con i paesi di transito e provenienza dei richiedenti asilo) con cui il Governo europeo delle migrazioni vuole creare un efficiente sistema di riammissione e rimpatrio. Anche se, sempre secondo Loredana Leo, «così sono proprio i principi fondamentali dell’Unione a essere messi continuamente in discussione, oltre che i nostri valori costituzionali».

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