Profughi ambientali senza diritti

Sono le vittime dei cambiamenti climatici, ma non sono riconosciuti come rifugiati

Fuggono da terremoti, inondazioni, uragani. Sono le vittime del “climate change”, dei cambiamenti climatici causati dall’uomo che portano sempre più spesso morte e devastazione. Sono i cosiddetti “profughi ambientali”. Che scappano sì da situazioni tragiche e imprevedibili. Ma che, allo stesso tempo, non hanno ancora alcun diritto. Tanto meno quello di essere considerati rifugiati e, in quanto tali, di essere protetti dalla legislazione internazionale.

Ridefinire alcune risorse naturali indispensabili per la sopravvivenza dell’uomo, come l’acqua e la terra, in termini di diritti umani, potrebbe rendere meno tortuosa la strada verso il riconoscimento dello status di rifugiati per queste persone. «Sono queste due battaglie che devono essere portate avanti in parallelo, se non ci si vuole arrendere alla cultura dell’emergenza». A dirlo è Christian Elia, condirettore di Q Code Magazine e coordinatore del Centro Studi di Emergency.

Su questo è d’accordo anche Carlo Petrini, fondatore di Slow Food e presidente dell’Università di Scienze Gastronomiche.

«Non si può continuare a gestire l’ondata migratoria attraverso un approccio economico che ne è esso stesso la causa. Non sarà la crescita a salvarci, ma la redistribuzione della ricchezza e un’economia rigenerativa, che trasforma lo scarto in materia prima».

A Osservatorio Diritti, Petrini ha anche dichiarato che, in qualità di ambasciatore Fao, vuole inoltrare all’Unione europea una richiesta, simbolica ma dal risvolto pragmatico: «Destinare parte delle quote del piano accoglienza ai migranti che provengono dai quattro paesi più duramente colpiti dalla siccità: Yemen, Nigeria, Sud Sudan e Somalia».

Il paradosso della legge sui rifugiati

Nelle norme internazionali la definizione di profughi ambientali non esiste. L’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) li considera alla stregua dei migranti economici. Chi lascia la propria casa perché le risorse idriche sono esaurite o perché la terra è stata acquistata da una multinazionale, o chi una casa non ce l’ha più perché spazzata via da un terremoto, è trattato come chi emigra in cerca di migliori opportunità lavorative.

La Convenzione di Ginevra del 1951 attribuisce lo status di rifugiato solo «a chi è perseguitato per la razza, la religione, la cittadinanza, l’appartenenza a un determinato gruppo sociale o le opinioni politiche». Un trattato che, nel suo confronto quotidiano con la realtà, sta svelando il proprio lato paradossale: più aumentano le persone che hanno bisogno di protezione, più diminuisce il numero di quelle che riescono ad ottenerla.

Disastri naturali e sfollati interni

Il 19 giugno l’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) ha pubblicato lo studio “Global Trends 2016”. Ebbene, secondo il report il 2016 ha segnato il nuovo record quanto a numero di rifugiati nel mondo: le persone costrette a emigrare a causa di persecuzioni, conflitti, violenze o violazione dei diritti umani sono state ben 65,6 milioni.

E secondo un’altra recente ricerca, il Rapporto globale sugli sfollati interni pubblicato a maggio dal Centro di monitoraggio dei trasferimenti forzati interni (Idmc) e dal Consiglio norvegese dei rifugiati (Nrc), nel 2016 più di 24 milioni di persone hanno dovuto lasciare la propria casa, pur senza andare all’estero, proprio a causa di disastri naturali.

Cosa lega cambiamento climatico, migrazioni e conflitti

Il cambiamento climatico non è un concetto astratto. Secondo uno studio pubblicato nel 2016 su “Environmental Research Letters”, il 97% degli scienziati è concorde nel ritenere che il riscaldamento globale sia provocato dall’attività umana.

Siccità, desertificazione, innalzamento del livello del mare e conseguente inquinamento della falda acquifera sono solo alcuni degli effetti dell’innalzamento della temperatura terrestre. E la maggior parte dei leader delle più grandi potenze mondiali sembrano essere d’accordo con la comunità scientifica, anche se con significative eccezioni (come quella del presidente americano Donald Trump).

L’accordo sul clima di Parigi è la dimostrazione di una presa di coscienza da parte della politica sul cambiamento climatico. Firmato a dicembre 2015 da 195 paesi, recentemente è stato rinnegato dagli Stati Uniti. L’obiettivo a lungo termine è quello di mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto di 2°C rispetto ai livelli preindustriali.

Già nel 2015 l’Unhcr riconosceva la connessione tra migrazioni forzate e cambiamento climatico. E tra cambiamento climatico e scoppio di conflitti.

La crisi siriana, per esempio, è stata attivata inizialmente anche da una lunga siccità. Fenomeno che ha alimentato ancora prima del conflitto migrazioni non solo interne, ma anche verso i paesi confinanti. Come ha ricordato in un’intervista a Osservatorio Diritti anche Lamberto Zannier, segretario generale dell’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (Osce).

Zannier, inoltre, si è detto favorevole al riconoscimento dello status di rifugiato ai migranti ambientali. «Purtroppo c’è una sottovalutazione dell’impatto del fenomeno ambientale sulle migrazioni e sui flussi dei rifugiati. Per questo credo che sarebbe opportuno riconoscere l’esistenza di questo problema e accordare protezione anche ai rifugiati climatici».

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