Zucchero amaro per contadini cambogiani

La concessione di 40 mila ettari a compagnie cinesi devasta la vita e la terra degli agricoltori

Lo zucchero per i cambogiani non è dolce. O almeno non lo è per le comunità di Preah Vihear, nel nord del paese, che dal 2011 protestano contro la concessione di 40 mila ettari di terra a cinque compagnie cinesi. I villaggi della zona chiedono la restituzione dei terreni e la cancellazione delle concessioni rilasciate dal governo.

«Passiamo il tempo a monitorare la distruzione dei nostri campi di riso», è la testimonianza di una donna raccolta nel rapporto “Cambogia: comunità in lotta continua contro l’accaparramento della terra delle compagnie di zucchero cinesi“.

Molti abitanti delle zone interessate dalla concessione si sono opposti all’arrivo dei bulldozer, per impedire che le loro coltivazioni venissero distrutte. Alcuni di loro si sono rivolti al tribunale locale, per ottenere indietro le terre espropriate. Il report appena pubblicato dall’organizzazione non governativa Grain e realizzato in collaborazione con associazioni cambogiane, denuncia la violazione di diritti umani, la perdita di mezzi di sostentamento e un devastante impatto ambientale.

Circondati dalla canna da zucchero

Secondo il rapporto, le promesse di sviluppo dell’area, fino ad ora, sono rimaste sulla carta e le comunità locali hanno perso l’accesso alle risorse che garantivano loro una vita dignitosa. Nella maggior parte dei villaggi interessati dalla concessione la popolazione locale e le comunità indigene presenti non possono più coltivare la terra, e vivono in villaggi circondati dalla canna da zucchero.

Le compagnie cinesi titolari della concessione, sempre secondo le testimonianze raccolte da Grain, avrebbero offerto compensazioni irrisorie. Alcune famiglie avrebbero ricevuto 250 dollari all’ettaro per lasciare le loro terre. Anche coloro che avevano ottenuto un titolo di proprietà dallo Stato, in alcuni casi, sarebbero stati costretti a venderlo.

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Foto: Lucius Kwok

L’arrivo della canna da zucchero ha tolto terreno alla produzione di riso, una delle colture più diffuse nella provincia. Oltre ai campi, le comunità locali avrebbero perso anche l’accesso alle foreste, ai fiumi e ai pascoli, che si trovano nelle aree date in concessione alle aziende cinesi. Il report denuncia anche il taglio di molti alberi e l’uso di pesticidi nelle piantagioni.

All’impatto sulla vita delle comunità e sui loro mezzi di sostentamento, inoltre, si aggiunge il fatto che non sarebbero state rispettate le promesse di impiego annunciate dal progetto. Solo una minoranza dei membri delle comunità impattate avrebbe ottenuto un lavoro, nella maggior parte dei casi si sarebbe trattato di un lavoro stagionale, limitato alla fase di installazione. Molte operazioni, come semina e raccolto, sono meccanizzate. Il documento dell’ong, inoltre, segnala come nel 2014 la polizia locale abbia trovato, tra gli impiegati di una delle compagnie operanti nella provincia, dei lavoratori minorenni.

Il trucco delle cinque compagnie cinesi

La legge cambogiana permette l’affidamento di terre a un singolo soggetto privato fino ai 10 mila ettari. Le cinque aziende che hanno ottenuto contratti terrieri nel nord del paese sarebbero, però, sussidiarie di un’unica compagnia cinese. A dirlo sono le analisi svolte dalle ong locali sulla base del progetto “Follow the money to justice”, che fornisce strumenti alle comunità locali per comprendere gli investimenti terrieri.

La vera concessionaria del progetto sarebbe l’azienda Hengfu Group Sugar Industry insieme alla Zhanjiang Huada Trading, originarie del Guangdong, in Cina. Le cinque compagnie risultano avere sede in un unico luogo nella capitale cambogiana e tutti i contratti sono stati firmati lo stesso giorno. Secondo il report, le cinque sussidiarie sarebbero state create ad hoc per aggirare la legge sulle concessioni ai privati.

Terre cambogiane in cerca di investitori

Le piantagioni cinesi di canna da zucchero si inseriscono nella strategia cambogiana di concedere la terra per ragioni economiche e per lo sviluppo di distretti agro industriali. Il progetto di sfruttamento, infatti, non prevede solo la coltivazione della canna, ma anche l’installazione di una raffineria di zucchero, con una capacità produttiva potenziale di 2 mila tonnellate al giorno. La struttura dovrebbe diventare una delle più imponenti in Asia. L’impianto da 360 milioni di dollari sarà operativo dal 2018 e dovrebbe dare lavoro a circa 7.000 persone.

Il governo cambogiano ha puntato ad attrarre capitali stranieri disponibili ad investire nel settore agricolo, tanto che nel 2012 le concessioni a privati coprivano più dell’11% della superficie del paese.

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Palazzo del Governo

Questa politica ha subìto un rallentamento nel 2012, anche a causa delle proteste interne al paese, quando il governo annunciò una moratoria dell’assegnazione delle terre a privati, puntando alla riduzione degli ettari destinati alle concessioni e garantendo titoli di proprietà alla popolazione locale.

La legge cambogiana prevede, inoltre, il riconoscimento delle terre destinate alle comunità indigene. Alcune delle comunità impattate dal progetto della canna da zucchero avevano avviato il lungo iter di riconoscimento delle terre collettive, ma non avendo ancora ricevuto l’approvazione formale del loro titolo all’avvio delle operazioni, hanno perso i loro diritti sulle terre coltivate.

Lo zucchero cambogiano sbarca in Europa

Dove finisce lo zucchero prodotto dalle compagnie cinesi nella provincia di Preah Vihear? Secondo il report dell’ong Grain è destinato ad essere esportato in Europa, in India e in Cina. Nel 2016 l’Unione Europea ha importato quasi 4.000 tonnellate di zucchero dalla Cambogia.

Tra i paesi importatori di questa materia prima c’è anche l’Italia, con circa 100 tonnellate nel 2016 e 3 mila nel 2015. Le importazioni europee, però, sono in calo rispetto al 2013, quando le esportazioni verso la Ue raggiungevano le 65.000 tonnellate. La drastica diminuzione dello zucchero cambogiano sulle tavole europee è dovuta proprio alle denunce di violazione dei diritti umani e di danni ambientali.

Già nel 2012 venne messa sotto accusa l’iniziativa commerciale “Tutto tranne armi”, che permetteva ai beni provenienti dalla Cambogia di essere esportati nella Ue senza dazi e con un regime di prezzi definito. Questo sistema privilegiato di importazioni ha favorito l’espansione della produzione di zucchero nel paese asiatico, che tra il 2004 e il 2014 è più che triplicata.

Nell’ottobre del 2016 è stata presentata al parlamento europeo una proposta di risoluzione sull’accaparramento delle terre in Cambogia per la produzione di zucchero destinato alla Ue. Nel testo della risoluzione, ancora in discussione, si chiede alla Commissione di mettere fine alle importazioni di zucchero provenienti dalla Cambogia, che avrebbero provocato l’esproprio di 12.000 persone.

Proprio per sensibilizzare l’Unione europea, nel 2012 è nata la campagna “Zucchero pulito” per chiedere la fine degli abusi e dei danni ambientali causati dalla canna da zucchero in Cambogia, per sostenere le comunità impattate e per garantire ai piccoli contadini di poter riprendere la loro attività.

L’inquinamento dei fiumi in Cambogia

Nel mese di aprile la compagnia cinese titolare delle piantagioni di canna da zucchero, e le sue sussidiarie, sono state messe sotto indagine dal dipartimento dell’ambiente della provincia, dopo un’improvvisa moria di pesci nel fiume Stung Sen, una delle principali fonti d’acqua. Le indagini dovranno verificare se l’azienda e le sue sussidiarie abbiano utilizzato nelle loro coltivazioni pesticidi vietati.

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Il fiume Stung Sen – Foto: WorldFish

Le autorità locali hanno denunciato, inoltre, la realizzazione di una diga illegale che permetterebbe alla compagnia di irrigare le piantagioni utilizzando l’acqua degli affluenti dello Stung Sen. Le acque superficiali, soprattutto nelle aree rurali, sono una risorsa importante. Nel 2014 un report dell’Unicef indicava che più della metà di coloro che non hanno accesso all’acqua vive nelle aree rurali.

Gli abitanti delle campagne non solo fanno più fatica ad accedere alla risorsa, ma spesso si tratta di acqua di qualità peggiore. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità, la popolazione rurale della Cambogia consuma per il 15% acqua proveniente da fiumi, laghi e dalla pioggia.

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