Un po’ di chiarezza sul caso Riina

Il boss che fa discutere: la sentenza della Cassazione, la salute, la commissione Antimafia

In questi giorni sta facendo molto discutere la sentenza della Corte di Cassazione riguardante la richiesta di misure alternative alla detenzione presentata dal legale di Totò Riina, ex “capo dei capi” di Cosa Nostra. Nei media, nei social network, ma anche nelle chiacchiere fra amici la discussione si sta sempre più polarizzando attorno a due posizioni agli estremi: da un lato i sostenitori del «ha fatto bene la Cassazione a farlo uscire perché è malato», dall’altro quelli del «deve marcire in galera per i crimini che ha commesso».

Il dibattito che è nato dalla decisione della Suprema Corte, tuttavia, è spesso basato su delle inesattezze e su una concezione distorta della realtà. Basti pensare che ancora oggi, a più di una settimana di distanza dalla sentenza, tra le colonne di uno dei più noti quotidiani nazionali si legge che la Cassazione avrebbe «accolto, per la prima volta, il ricorso del difensore del boss che chiede il differimento della pena o, in subordine, la detenzione domiciliare per il diritto a una morte dignitosa».

La vicenda si arricchisce oggi di un nuovo tassello, ovvero il risultato del sopralluogo effettuato dalla commissione Antimafia presso l’Ospedale Maggiore di Parma. Per capire fino in fondo la relazione presentata dalla presidentessa Rosy Bindi, sembra opportuno ripercorrere le fasi della vicenda cercando di fare un po’ di chiarezza.

Chi è Totò Riina

Salvatore Riina (detto “Totò”) è stato il “capo dei capi” di Cosa Nostra tra il 1982, anno in cui i Corleonesi conquistarono il controllo dell’organizzazione criminale vincendo la cosiddetta “seconda guerra di mafia”, e il 15 gennaio del 1993, giorno in cui venne arrestato a Palermo dai Ros.

È stato condannato a diversi ergastoli per svariati gravissimi reati (tra i quali si possono ricordare gli omicidi di Piersanti Mattarella, Pio La Torre, Ninni Cassarà, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Boris Giuliano e le stragi di Capaci e di Via D’Amelio). In quanto boss mafioso, durante la detenzione è sottoposto al regime del carcere duro previsto dall’art. 41 bis della legge sull’ordinamento penitenziario.

Le condizioni di salute

Riina, che oggi ha 86 anni, è molto malato: soffre ormai da tempo di gravi complicazioni cardiache, di una duplice neoplasia renale e di alcuni problemi di carattere neurologico. Per questo motivo, ormai da due anni, non si trova più in carcere, ma all’Ospedale Maggiore di Parma, città in cui sta attualmente scontando la pena. Anche durante la sua degenza in ospedale è comunque in isolamento e sorvegliato a vista.

La richiesta del legale

Il legale di Riina l’anno scorso ha chiesto al Tribunale di sorveglianza di Bologna che al proprio assistito venisse concessa, proprio alla luce della sua situazione clinica, la sospensione delle pena oppure, in subordine, la detenzione domiciliare. Tale richiesta è stata respinta dal Tribunale, che ha ritenuto che le condizioni di salute di Riina, per quanto gravi, fossero compatibili con la detenzione dal momento che il condannato è costantemente monitorato e assistito.

I giudici hanno inoltre sottolineato come il regime carcerario cui è sottoposto sia una misura necessaria vista la sua particolare pericolosità sociale. Contro questa decisione del Tribunale di Bologna, il legale di Riina ha presentato ricorso in Cassazione. È proprio la sentenza della Corte di Cassazione ad aver generato l’attuale dibattito.

La sentenza della Cassazione

Secondo la sentenza n. 27766 della prima sezione penale della Suprema Corte, le motivazioni su cui si basa la decisione del Tribunale di sorveglianza di Bologna sono, in alcuni punti, carenti e contraddittorie. Innanzitutto, secondo la Corte, il semplice fatto che Riina sia costantemente monitorato non implica necessariamente la compatibilità del suo stato di salute con il regime carcerario. Bisogna invece verificare che lo stato di detenzione, nel caso concreto, non si tramuti in una pena inumana e non dignitosa, proibita sia dalla nostra Costituzione che dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Secondo la sentenza della Suprema Corte, inoltre, i giudici del Tribunale di Bologna non hanno sufficientemente spiegato come «l’indiscusso spessore criminale» di Riina persista tutt’oggi nonostante le sue condizioni di salute.

La Cassazione, quindi, non ha fatto alcuna valutazione di merito sul caso specifico, ma si è limitata ad affermare che la decisione del Tribunale di Bologna non è adeguatamente motivata. Per questo motivo la Suprema Corte ha annullato l’ordinanza del Tribunale con rinvio: ora la palla viene cioè nuovamente passata (rinviata) al Tribunale di Bologna che dovrà sistemare le carenze e chiarire gli aspetti contraddittori delle motivazioni attuali.

La Cassazione, dunque, non ha deciso che Riina debba essere scarcerato, ma si è limitata a chiedere al Tribunale una motivazione più articolata, completa e non contraddittoria. A seguito delle polemiche nate da questa sentenza, la Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali, anche straniere (meglio nota con il nome di “Commissione Antimafia”) ha deciso di effettuare un sopralluogo nell’ospedale Maggiore di Parma per verificare le attuali condizioni di detenzione e di salute di Riina.

Il sopralluogo della commissione Antimafia

La relazione riassuntiva del sopralluogo presentata il 13 giugno davanti alla Commissione Antimafia dalla presidentessa Rosy Bindi è molto importante perché ci fornisce degli spunti su quelli che potrebbero essere i contenuti della nuova decisione del Tribunale di Bologna.

In base alla relazione, lo spessore criminale di Riina resta invariato ed attuale per diverse ragioni. Innanzi tutto la Commissione Antimafia sottolinea che Riina è ancora oggi potenzialmente il capo di Cosa Nostra dal momento che, in base alle regole mafiose, «i soggetti che tornano in libertà, riassumono i ruoli precedenti». L’attualità delle pericolosità sociale si evince anche dal fatto che in questi anni non ha mai esternato alcun segno di ravvedimento e conserva intatta la sua capacità di intendere e di volere.

Infatti Riina, seppur malato, «ha continuato a partecipare alle numerose udienze che lo riguardano dimostrando di conservare lucidità mentale e in qualche modo anche fisica». Inoltre, «interloquisce normalmente con il personale medico, paramedico e della polizia penitenziaria, svolge i colloqui con i familiari e con il suo difensore, scrive lettere ai parenti e legge senza difficoltà quelle che riceve, partecipa alle udienze sebbene ciò comporti uno spostamento temporaneo presso la casa di reclusione di Parma».

Lo stato di detenzione ex 41bis del boss mafioso, inoltre, non si sostanzia in una pena disumana e contraria ai diritti umani dal momento che le condizioni di salute di Riina sono «sì imprevedibili ma al momento stabili, [e] si potrebbe anche ipotizzare in futuro un rientro in carcere, dove comunque le condizioni sarebbero adeguate, identiche se non superiori a quelle di cui potrebbe godere in un regime di domiciliari. Questo gli consente lo svolgimento di una vita dignitosa, e di una morte, quando essa avverrà, altrettanto dignitosa».

La commissione lancia infine ai giudici di Bologna un importante ed esplicito monito sottolineando che la portata di questo caso è di ben «più ampia portata in considerazione del fatto che molti dei detenuti al 41bis condannati all’ergastolo, specie quelli a cui il regime speciale è stato applicato sin dalla sua entrata in vigore, sono invecchiati o destinati a invecchiare in ambito carcerario dove bisogna far fronte al loro naturale decadimento fisico spesso accompagnato dall’insorgenza o dall’aggravarsi di patologie mediche».

Secondo molti lo scrupolo mostrato dalla Corte di Cassazione e il dibattito che ne è scaturito è del tutto esagerato in considerazione della carriera criminale e degli atroci delitti di cui si è macchiato Totò Riina. La forza di uno Stato di Diritto, tuttavia, si misura anche nell’attenzione ai diritti umani quando ciò possa essere considerato “scomodo” o “impopolare”.

Questo non significa che Totò Riina debba uscire dal carcere. Significa però che la magistratura non può esimersi dal motivare adeguatamente le decisioni che riguardano la libertà personale di una persona: nemmeno quando questa persona si chiama Totò Riina.

Altra cosa è quella di sostenere l’esistenza di un “diritto a morire a casa” che, come sottolineato dalla Commissione Antimafia, non è basato su nessuna argomentazione giuridica. Al contrario, la maturità di uno Stato si evince anche dalla sua capacità di garantire i diritti costituzionalmente garantiti dei detenuti sebbene questi siano anziani, malati e sottoposti al regime carcerario ex 41bis.

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