Il diritto dei bambini a essere pensati

Un bambino di 5 anni sta per annegare in una piscina, nell’indifferenza delle persone che gli girano intorno, qualcuna addirittura lo sfiora, mentre lui cerca disperatamente di tenere la testa fuori dall’acqua. È accaduto a Helsinki, la sua mamma era andata a farsi praticare un massaggio all’interno del centro benessere dove si trovava col suo piccolo.

Esattamente negli stessi giorni, in provincia di Arezzo, una mamma si è “dimenticata” in macchina la sua bambina, con conseguenze tragiche. Non è la prima volta che accadono disgrazie del genere, verosimilmente non sarà l‘ultima.

I bambini sono vittime del nostro atteggiamento pendolare, dal viziamento più spudorato alla trascuratezza seriale, senza fermate intermedie.

Le conseguenze sono quelle descritte oppure altre, che si manifesteranno anche quando non saranno più bambini e infliggeranno le conseguenze dei limiti educativi alla comunità di cui fanno parte, oltre che a se stessi.

Girano molte carte sui diritti dei minori, forse troppe. Non ne esistono altrettante sui doveri dei loro educatori, ma forse, come quasi tutte le carte, servirebbero a poco anche queste.

Ora, non potendo mettere in giro l’ennesima carta sui diritti dei bambini e neppure sui doveri di chi li genera, mi accontenterei se sopra ognuna di quelle già scritte, fosse apposta una premessa, una sorta di articolo zero, che all’incirca dovrebbe suonare così: «Al bambino dev’essere riconosciuto il diritto di essere il pensiero prevalente dei suoi educatori, anzi il loro primo pensiero».

Il bambino della piscina è stato vittima dell’ansia della madre di tenere in forma il proprio corpo. La bambina dimenticata in macchina lo è stata del lavoro della madre e forse dei pensieri accumulati dalla stessa nella sua quotidianità.

Vittime, tutti, bambini e grandi, di una mostruosa inversione di mezzi e di fini, giacché una madre può essere bella quanto si vuole, ma se perde il suo bambino sarà solo un’infelice per il resto della vita. Così per una madre che, spesso senza colpa, subisce un’abrasione del senso della realtà perché, sopraffatta dal dovere e dalla fatica, e dimentica che accanto alla sua strada scorre il rigagnolo della vita del suo bambino, che non diventerà mai ruscello o fiume impetuoso se i suoi genitori non lo seguiranno con lo sguardo, passo per passo.

Non soffocare un bambino non significa perderlo di vista, semmai vuole dire esattamente il contrario, ossia ritagliarsi la giusta distanza da lui, accorciandola al bisogno, dilatandola quando è necessario, ma sempre all’interno di una solida trama, il cui regista non può che essere l’adulto.

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