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Iraq, la scelta militarista dell’Italia

Dal 2003 spesi 2,6 miliardi in interventi militari, sette volte più dei soldi dati alla cooperazione

Fra il 2003 (anno di inizio della missione “Antica Babilonia”) e il 2017 (operazione “Prima Parthica”), l’Italia ha speso 2,6 miliardi di euro per sostenere l’intervento militare in Iraq. Contribuendo, in questo modo, a creare lo stato di instabilità di cui ogni giorno sono vittime ancora oggi decine di migliaia di civili innocenti. È quanto emerge dal rapporto “Iraq – Quattordici anni di missioni italiane 2003-2017” realizzato dall’osservatorio Mil€x in collaborazione con l’associazione “Un ponte per…”.

Un lavoro complesso – come scrivono gli stessi autori del report – perché ai «costi diretti» della guerra bisogna poi aggiungere quelli indiretti, che non vengono riportati nei documenti pubblici e che sono quindi impossibili da quantificare. In base alle stime del rapporto, i quattordici anni di impegno militare italiano in Iraq (2003-2017) sono costati ai contribuenti oltre 2,6 miliardi di euro, a fronte di una spesa di 360 milioni per iniziative di cooperazione e assistenza civile.

Un rapporto di uno a sette «emblematico della scelta politica nettamente militarista fatta dai successivi governi italiani, tutti desiderosi, in passato come oggi, di mostrarsi tra i più volenterosi delle varie colazioni militari a guida statunitense intervenute in Mesopotamia», si legge nel report.

Soldi che avrebbero potuto essere spesi in ben altro modo, con risultati sicuramente più felici, per finanziare programmi che avrebbero potuto coprire tutti i 18 governatorati dell’Iraq dal 2003 a oggi. Perché in un paese dove il 18% dei giovani (15-24 anni) è disoccupato, e dove il 23% della popolazione vive con meno di due euro al giorno, le armi non sono certo la principale esigenza.

Dall’istruzione alle rinnovabili: alla ricerca di alternative

L’Iraqi Social Forum, associazione con sede a Baghdad ma ramificata in tutto il paese, ha calcolato che con i 2,6 miliardi spesi dall’Italia sotto forma di aiuti militari sarebbe stato possibile fare ben altro. Ad esempio, attività di sostegno e formazione al sistema giuridico (per migliorare il funzionamento dei tribunali), al sistema bancario (per migliorare l’accesso al credito), per aggiornare e formare gli insegnanti, per migliorare il sistema sanitario. Ma anche per investire sulla produzione di energia rinnovabile, in modo da superare la dipendenza da combustibili fossili e per sviluppare programmi ambientali e di gestione dell’acqua che rispettino l’ecosistema e tutelino l’agricoltura.

«Che i giovani iracheni vogliano investire sulle energie rinnovabili sembra incredibile ai più, ma tante sono le idee innovative degli iracheni. Basterebbe chiedere loro cosa vogliano per costruire un altro futuro, invece di inviare in quegli scenari di conflitto ulteriori armi, eserciti e mercenari. Basterebbe ascoltare», osservano gli autori del rapporto.

Militari italiani in Iraq: un po’ di storia

La storia degli interventi militari italiani in Iraq ha inizio con la partecipazione attiva alla prima guerra del Golfo, scatenata a seguito dell’invasione irachena del Kuwait, con le operazioni “Desert Shield” e “Desert Storm” che costarono la vita ad almeno 20 mila soldati iracheni e a 3.664 civili.

La seconda fase dell’intervento militare italiano in Iraq prende il via con l’adesione all’operazione internazionale a guida americana “Iraqi Freedom” (“Operazione Antica Babilonia“, dal 2003 al 2006): costo complessivo 1,75 miliardi di euro. Una presenza fortemente voluta dal governo di Silvio Berlusconi, smanioso di stare al fianco degli storici alleati George Bush (Usa) e Tony Blair (Regno Unito), incurante della convinzione pacifista mostrata da tanti italiani nella manifestazione del 15 febbraio 2003.

Sempre secondo il rapporto, dunque, il Parlamento italiano ha approvato così un massiccio intervento militare mascherato da missione umanitaria. Una missione dall’altissimo costo economico, ma non solo: il 12 novembre 2003 un attacco alla base “Maestrale” è costato la vita a 19 italiani tra militari e civili.

La terza fase della presenza italiana in Iraq ha preso il via nel 2014 con l’operazione “Prima Parthica” che – a differenza delle altre operazioni – si è sviluppata in maniera graduale, senza particolare clamore sui media e senza dibattito nelle aule parlamentari. Il tutto ha avuto inizio con un semplice invio di armi da parte del governo di Matteo Renzi nell’agosto 2014. Successivamente il governo ha deciso di partecipare indirettamente alle offensive terrestri contro il Daesh, inviando a Erbil, nel Kurdistan iracheno, 280 uomini tra soldati istruttori, consiglieri militari e forze speciali, oltre che con la decisione di partecipare ai bombardamenti aerei della coalizione.

Centuria, l’operazione speciale nata nel silenzio

Sempre nel silenzio più totale – e senza nessuna comunicazione al Parlamento – ha preso il via anche l’Operazione Centuria: ovvero l’invio di un commando di forze speciali (una trentina di incursori) nella provincia di Al-Anbar «allo scopo di assistere in prima linea le forze speciali irachene impegnate contro Daesh», si legge nel report.

La notizia era trapelata sui media italiani e immediatamente smentita dal ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Salvo poi essere confermata dagli stessi marines americani, che hanno indicato la presenza dei soldati italiani sul proprio sito internet.

Complessivamente, nel corso del 2016, la presenza del contingente militare italiano impegnato in Iraq è stata aumentata progressivamente fino a raggiungere quota 1.400 unità. E nel 2017 – secondo la ricostruzione fatta dal report di Mil€x – è previsto un ulteriore incremento fino a 1.500 uomini.

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