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“Bunkers”, rifugiati sottoterra

Immersione in un ex rifugio atomico in Svizzera dove sono rinchiusi i richiedenti asilo

«La casa è il luogo in cui ci si sente in pace, sicuri, dove si ha la propria privacy, la propria intimità, è un luogo meraviglioso dove si può creare qualcosa». L’immagine si offusca, poi diventa tutto buio. «Benvenuti all’inferno». La voce è quella di Mohammad Awad Jadallah, un giornalista sudanese richiedente asilo politico in Svizzera. La sua storia è quella che la regista francese Anne-Claire Adet ha voluto far raccontare a lui stesso in Bunkers, cortometraggio del 2016 della durata di 14 minuti in concorso al Migranti Film Festival di Pollenzo (Cuneo), in programma dal 10 al 12 giugno e organizzato dall’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche.

Un’immersione sensoriale

Il film è un’immersione sensoriale e in prima persona nell’esperienza soffocante di un ex rifugio atomico, risalente alla Seconda guerra mondiale, nel quale, a decine di metri di profondità, vengono rinchiusi i richiedenti asilo. Proprio a Ginevra, la città in cui hanno sede il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite (Unhcr) e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr). «Quando sono scappato dal mio paese non avrei mai immaginato che un giorno mi sarei ritrovato qui». Qui è l’ingresso di un parcheggio sotterraneo, un ascensore che scende al piano -3, l’aria che manca, la luce del sole che non c’è, il tempo che non passa mai.

È Mohammad a trascinare lo spettatore a decine di metri di profondità, nella “sua casa”. Le immagini sono quelle mosse e verticali fatte con un cellulare. A nessuno è permesso entrare nel bunker, solo agli “ospiti”. È lui a raccontare, intervistato poi dalla regista, la sofferenza quotidiana, la difficoltà a respirare, la completa mancanza di privacy.

«L’unico momento di intimità è quello che si ha quando si va in bagno, ma dura solo pochi minuti perché fuori ci sono altre persone che aspettano il proprio turno». Le notti passate insonni, il sovraffollamento, le tensioni che si creano per lo stress e la stanchezza accumulati vivendo in quella che altro non è che una prigione.

«È vietato fumare, è vietato cucinare, è vietato avere visite, è vietato guardare la televisione dopo le dieci di sera… non avere “il diritto di” significa essere prigioniero».

I bunker della Seconda guerra mondiale

Durante la Seconda guerra mondiale, la Svizzera aveva costruito dei rifugi antiatomici per proteggere la popolazione da eventuali attacchi dell’Unione Sovietica. Caduti in abbandono per diversi anni, nell’estate del 1999, quando in Kosovo infuriava la guerra, Ginevra aveva “accolto” 700 persone in questi rifugi, scatenando l’indignazione pubblica. All’epoca le istituzioni erano state costrette a trovare soluzioni alternative. A dicembre dello stesso anno nessuno viveva più sottoterra.

Dal 2011 il paese ha riaperto i bunker per ospitare i migranti. Inizialmente questo tipo di alloggio era destinato alle persone che dovevano essere rimpatriate. Oggi ci sono uomini e donne ancora in attesa che la propria richiesta di asilo venga presa in considerazione.

Nel 2015 alcuni rifugiati hanno fondato il collettivo StopBunkers, diventato poi Perce-frontières, per denunciare le condizioni inumane in cui erano e sono tuttora costretti a vivere.

L’esperienza della regista

«La differenza rispetto all’uso che si fa dei bunker in Svizzera – qui di solito vengono accolti i senza tetto durante l’inverno, oppure le associazioni che vogliono organizzare un evento – è che in questi casi le persone sono ospitate per un periodo di tempo limitato», dice la regista a Osservatorio Diritti. Gli immigrati, invece, «vivono lì e sono costretti a rimanerci».

«Alcuni di loro hanno passato più di un anno sottoterra. Non possono uscire quando vogliono e anche quando lo possono fare, immaginatevi girare a Ginevra in inverno senza soldi: dove si può andare? Tra l’altro il permesso di uscita dura al massimo 72 ore, dopodiché sono considerati “dispersi” e la loro procedura per la richiesta di asilo si interrompe. Se vogliono andare a trovare un famigliare in un’altra parte del paese, per loro è impossibile».

Anne-Claire Odet è rimasta in contatto con Mohammad, che «ha sposato una donna svizzera, ha un bambino, ha ottenuto il passaporto svizzero da quasi un anno e si è iscritto all’università di Ginevra». Per quanto riguarda i bunker, ad oggi, dice la regista, «la situazione è cambiata, ma non molto e non tanto per il tipo di politica dell’accoglienza, ma perché ultimamente a Ginevra è diminuito il numero di richiedenti asilo. A dicembre del 2016 erano 340 le persone che vivevano in sei bunker rispetto alle 600 suddivise in 10 rifugi di gennaio, sempre del 2016. Le autorità dicono che vogliono chiudere queste strutture entro il 2018 e che stanno costruendo nuovi centri di accoglienza, ma la stessa cosa l’avevano detta due anni fa, prevedendo la chiusura entro il 2017. Il problema è che l’Hospice général – un’istituzione caritatevole svizzera – ha problemi con le autorità locali, che si oppongono alla costruzione di centri di accoglienza per richiedenti asilo».

La prima proiezione

«La prima volta che il film è stato proiettato, i rappresentati delle istituzioni presenti in sala erano piuttosto scossi, ma il mio obiettivo, più che scuotere l’istituzione, era quello di creare un dibattito pubblico», racconta Anne-Claire.

«Alla fine del film, alcune persone dello staff mi hanno ringraziata per aver mostrato la realtà delle cose e alcuni richiedenti asilo hanno lasciato la sala con le lacrime agli occhi, non tanto per il film in sé, ma perché la sala era gremita di gente e per una volta hanno sentito che la loro storia importava a qualcuno».

Il cortometraggio è stato finanziato attraverso la piattaforma di crowdfunding Kiss Kiss Bank Bank. In soli due giorni ha ottenuto i fondi necessari per la realizzazione. Terminato a marzo del 2016, è già stato proiettato in diversi festival, tra cui il Festival Dei Popoli e il Montreal International Documentary Film Festival a novembre 2016, lo Zurich Human Rights Film Festival nel  dicembre del 2016 e il Respect – Belfast Human Rights Film Festival a marzo del 2017.

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