Bolletta alimentare crudele con l’Africa

Secondo l'ultimo report della Fao importare cibo costa il 10% in più rispetto a un anno fa

Comprare cibo da altri paesi costa sempre più caro. Per la precisione, nell’ultimo anno la bolletta alimentare mondiale è aumentata di oltre il 10 per cento. Una vera mazzata per i paesi dell’Africa subsahariana, dove la situazione continua a peggiorare e la necessità di importare cibo non smette di crescere.

Tutto questo, però, sta accadendo nonostante i prezzi delle materie prime, del cibo, siano piuttosto stabili. Che cosa sta succedendo, dunque? Lo spiega l’ultimo Food Outlook il rapporto diffuso giusto ieri dalla Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura.

«I mercati internazionali delle materie prime alimentari sono ben equilibrati, sostenuti da ampi rifornimenti di grano, mais e una ripresa della produzione degli oli di semi. Tuttavia, l’aumento dei costi di spedizione e i maggiori volumi di importazione spingono la bolletta alimentare globale a oltre 1,3 mila miliardi di dollari quest’anno, con un incremento del 10,6% rispetto al 2016».

In altre parole, quindi, i costi di spedizione e le necessità crescenti di paesi sprovvisti di una quantità di alimenti sufficienti a sfamare la popolazione stanno provocando seri problemi alla bolletta degli stati più in difficoltà, anche se i prezzi dei prodotti agricoli non stanno crescendo.

Il circolo vizioso colpisce i paesi affamati

Questa situazione rischia di appesantire ancora di più i già gravi problemi alimentari che stanno attraversando diversi paesi africani. Il report, infatti, prosegue spiegando che la bolletta dei paesi meno sviluppati, di quelli con entrate scarse e già indebitati a livello alimentare e delle nazioni nell’Africa subsahariana sta crescendo ancora più rapidamente a causa dei maggiori volumi di importazione di carne, zucchero, latticini e oli di semi.

Detto in un altro modo, è il classico “circolo vizioso”: i paesi che hanno più fame, quelli attraversati da carestie, oppure quelli depredati dalle multinazionali che coltivano sul posto ed esportano poi all’estero tutta la produzione agricola senza lasciare nulla alla gente locale, sono obbligati a importare più cibo. E così facendo, oltre a spendere cifre maggiori in termini assoluti, spingono ancora più verso l’alto i prezzi proprio di quegli alimenti di cui hanno bisogno e che continueranno così a costare sempre di più. È la legge della domanda e dell’offerta. Che sommandosi alle spese di spedizione in forte aumento rischia di strangolare questi paesi.

La crescita dei costi di importazione è previsto quasi per tutte le categorie di alimenti, con l’unica eccezione del pesce. In questo caso, infatti, l’alta domanda interna in diversi paesi in via di sviluppo è compensata da un’impennata anche superiore dell’allevamento di pesci locale.

L’indice Fao

L’organizzazione della Nazioni Unite rivela che «i prezzi globali delle materie prime alimentari sono saliti a maggio per la prima volta in tre mesi, con l’Indice Fao dei prezzi del cibo a una media di 172,6 punti mensili, pari al 2,2% in più di aprile e a circa il 10% in più rispetto a maggio 2016». Tradotto: complessivamente il cibo costa sempre più caro.

Questo indicatore è un indice che misura la media commerciale di questi prodotti, tracciando i prezzi dei mercati internazionali dei cinque principali gruppi di materie prime del settore: cereali, oli vegetali, latticini, carne e zucchero. Ebbene, in maggio è stato registrato l’aumento di prezzo per tutti questi alimenti, con la sola eccezione dello zucchero.

Le previsioni per grano, riso, carne, latte, soia

Il nuovo report della Fao offre anche previsioni aggiornate relative alla produzione delle principali materie prime alimentari. In generale, nonostante esistano differenze a livello regionale e nazionale, ci sono quantità sufficienti a livello globale per tutte queste commodity.

«I prezzi internazionali del grano dovrebbero rimanere stabili, specialmente durante la prima metà della stagione, mentre una produzione di grani grezzi vicina ai record manterrà probabilmente una competizione intensa tra i maggiori esportatori. Anche le previsioni di forniture di riso restano ampie, sebbene le riserve potrebbero diminuire visto che qualche esportatore sta riducendo le proprie riserve pubbliche».

In poche parole: produzioni vicini ai record di grani grezzi, di norma, significa possibile calo dei prezzi; una diminuzione di scorte, per contro, potrebbe portare a un aumento. Tutto questo, però, al netto di altri fattori, come i costi di spedizione, che potrebbero continuare a pesare duramente sui prezzi finali di importazione.

Per dirlo con qualche numero, l’ultimo report su forniture e domande di cereali diffuso sempre ieri dalla Fao ha chiarito che una prevista contrazione del 2,2% nella produzione annuale di grano sarà sostanzialmente compensata da un aumento di produzione dell’1,4% dei grani grezzi – soprattutto in Sud America e Africa meridionale – e da una crescita dello 0,7% nella produzione mondiale di riso.

In valori assoluti, l’organizzazione Onu prevede un declino complessivo nella produzione dei cereali a quota 2.594 tonnellate (-0,5%), comunque superiore alle necessità previste pari a 2.584 milioni di tonnellate.

La soia continuerà a essere prodotta in abbondanza. Il rapporto Fao, infatti, dice che «ci si aspetta che i livelli eccezionali del raccolto portino a un balzo fino a livelli mai raggiunti nel 2016-2017, permettendo così un ulteriore aumento delle scorte a livello locale». E la tendenza dovrebbe proseguire ancora nel 2017-2018.

Discorso diverso, invece, per la produzione mondiale di carne, che dovrebbe segnare una stagnazione per il terzo anno consecutivo, a causa soprattutto di un anticipato declino cinese, che dovrebbe però tornare ad accelerare le importazioni da Stati Uniti e Brasile.

La produzione di latte, infine, dovrebbe crescere di circa l’1,4% nel corso di quest’anno, trainato soprattutto dall’industria indiana.

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