Scontrinisti, una vita da volontari

La storia di 22 ragazzi che lavorano da anni alla Biblioteca Nazionale di Roma senza contratto

Ci sono storie in cui la differenza tra lavoro e volontariato, se esiste, quasi non si vede. Come quella di un gruppo di ragazzi e ragazze, 22 in tutto, che hanno passato gli ultimi anni garantendo alcuni servizi fondamentali della Biblioteca Nazionale di Roma, come il magazzino e i prestiti. Lo hanno fatto con tutto l’impegno e gli obblighi del caso: orari, scadenze rispettate, un capo a cui riferire, turni recuperati in caso di malattia o altri imprevisti. Ma qualcosa è sempre mancato: un contratto, per dirne una. E una paga accettabile, o quanto meno non legata a bizzarri sistemi di rendicontazione.

E così otto di loro, che nel frattempo erano diventati ormai uomini e donne (hanno tra i 28 e i 40 anni d’età), alla fine si sono decisi a protestare. Lo hanno fatto tramite i social network, attraverso la stampa e durante la manifestazione “Mi riconosci? Sono un professionista dei beni culturali“. Risultato? il servizio è stato sospeso con un Sms. Oltre lo sfruttamento, la beffa.

“Assunti” a tempo indeterminato. Ma senza contratto

Ma facciamo un passo indietro. Questi 22 ragazzi non sono dei lavoratori a tutti gli effetti, almeno sulla carta. Non c’è nessun contratto, non c’è stata alcuna comunicazione di assunzione al Centro per l’impiego e di conseguenza niente ferie, contributi, malattia, maternità e simili. Sono dei volontari molto particolari: non svolgono un servizio una tantum o limitato nel tempo, ma sine die, ossia senza una data di scadenza «per coprire i buchi lasciati dal blocco delle assunzioni della pubblica amministrazione», spiega Federica Rocchi, 32 anni.

«La storia è questa: circa 17 anni fa a fornire determinati servizi era la cooperativa Biblionova, a un certo punto il rapporto con la cooperativa si è concluso e tramite una convenzione tra i Beni culturali e la Biblioteca Nazionale con Avaca (Associazione volontari attività culturali e ambientali, ndr) si è deciso che alcune attività sarebbero state svolte dai volontari in attesa di un concorso e dello sblocco delle assunzioni».

Avaca è un’associazione presieduta da Guido Rastelli, che da diversi anni mette insieme questi volontari che si dividono tra le varie aree della Biblioteca Nazionale e non solo. «La mia attività è iniziata 6 anni fa, subito come volontaria», precisa Federica, «ma ho dei colleghi che sono partiti 17 anni fa con la cooperativa e con la promessa che la situazione entro breve si sarebbe normalizzata. Anche quando sono entrata io mi dicevano che avrebbero dato vita a una cooperativa, poi non se ne è più parlato. Nel frattempo, ho continuato a lavorare e a raccogliere scontrini».

Tra rimborsi spese e scontrini

Che cosa c’entrano gli scontrini? Il volontariato prevede un rimborso spese che viene dato solo se vengono presentati scontrini per un determinato valore minimo. «Devi dimostrare di avere speso almeno 400 euro tra trasporti, pranzi e qualsiasi altra cosa possa essere collegata al tipo di servizio che stai svolgendo. È quanto c’era scritto sul foglio che ho firmato non appena sono entrata in Avaca e di cui non ho copia perché mi è stato ritirato poco dopo averlo firmato ed è quanto ho fatto ogni giorno per 6 anni. Va da sé che essendo precaria, non posso spendere 400 euro prima per poi avere un rimborso. Come facevamo dunque? Chiedevamo scontrini a parenti, amici o chiunque o ci accordavamo con il personale di alcuni bar per farci avere gli scontrini che la gente non ritirava. E in più, ogni anno, dovevamo pagare la quota di associazione di 25 euro, che poi ci veniva sì rimborsata, ma senza la quale non avevamo l’accesso alla Biblioteca».

Tornando al lavoro, Federica non si è mai comportata come una vera volontaria. «Sono stata ai magazzini, ai banconi della distribuzione dei libri, al prestito dove c’erano quasi sempre solo due mie colleghe a gestirlo senza il personale della Biblioteca. Ma mi è capitato tante volte di reggere da sola un turno, anche in magazzino. Ma d’altra parte ho sempre avuto un orario fisso, dei turni che venivano segnati nel registro a fianco di quelli del personale della Biblioteca».

Turni che erano da rispettare e, in caso, da recuperare. Come racconta Viola Casagrande, 29enne e mamma di una bambina di 5 anni. «Sono entrata 4 anni e mezzo fa per una sostituzione e ho iniziato a lavorare al Passi, una postazione nell’atrio della Biblioteca da cui si controllano gli accessi e si fa in modo che non entrino estranei. Facevamo i turni, eravamo in 8 volontari e se per caso la bimba stava male, dovevo avvisare in vicedirezione e comunque recuperare il turno. Sono stata lì 2 anni, poi sono stata spostata all’interno, all’accoglienza, al bancone distribuzione e al magazzino e anche in questi casi capitava che restassi da sola». Ma c’è stata almeno una formazione per prepararsi a questo lavoro? «Abbiamo avuto degli affiancamenti solo all’inizio, per il resto ho imparato tutto sul campo», ammette Viola.

Un “lavoro” sicuro

Ma perché queste persone non si sono guardate intorno? Paradossalmente, pare che il rinnovo continuo di questo rapporto, senza garanzie, fosse molto più sicuro di altre opzioni.

Racconta ancora Federica, che sta per laurearsi in Scienze della Formazione: «Ho provato spesso a cambiare, ma questa è la cosa più continuativa che ho avuto. Oltre al fatto che fin dall’inizio mi è stato detto che prima o poi le cose si sarebbero risolte, mi sono appassionata a questo lavoro, ho imparato a farlo e ci tengo. Una situazione come questa non ti permette di fare scelte di vita importanti, ma d’altro canto se ti guardi intorno non trovi grandi lavori».

Lo stesso vale per Viola. Che racconta così la sua storia:

«Ho iniziato quando mia figlia aveva 10 mesi per arrotondare. Ho fatto la cameriera, la barista, ho pure lavorato da Ikea, ma quei rapporti di lavoro finivano e questo no. E il fatto di sostituire personale che magari era andato in pensione, dava l’impressione che prima o poi le cose si sarebbero aggiustate. Non eravamo di supporto alla biblioteca, ma in sostituzione. A me capitava di fare due pomeriggi di seguito proprio per colmare eventuali buchi. Quando sono entrata non si è mai parlato di assunzione, ma più che altro di concorso. Adesso sto andando a fare le pulizie a casa di una signora e cercando altro, ma avere una bambina non aiuta».

Nel momento in cui scriviamo, la situazione è questa, come si può vedere anche vedere sulla pagina Facebook degli Scontrinisti: il rapporto di lavoro è stato interrotto con un Sms, il deputato Stefano Fassina, a seguito dell’interruzione della convenzione da parte del Mibact, ha chiesto che venga riconosciuto questo lavoro mascherato e «vengano attivati contratti a tempo indeterminato a quanti fino a oggi hanno prestato servizi essenziali come finti volontari».

E adesso arriva pure il servizio civile

Il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, è intervenuto ribadendo la differenza tra volontariato e lavoro subordinato e dicendo che è stata avviata un’ispezione da parte del segretario generale del ministero per capire la situazione.

«Auspichiamo un incontro», dice Federica, «e nel frattempo stiamo cercando di capire come muoverci. Alzare la testa e denunciare questa situazione ci è costata fatica, ma non potevamo non farlo, anche se non siamo stati uniti. Avaca ha volontari anche alla Galleria Borghese, Palazzo Barberini, eccetera, ma non hanno voluto collaborare. Cosa mi aspetto? Non vedo grandi soluzioni, anche perché, mentre per ora la nostra mancanza viene sopperita formando delle squadre e coprendo i turni in ogni modo, è aperto un bando di servizio civile per sostituirci con altri volontari e sul sito della Biblioteca è attiva la richiesta di volontari per il periodo tra l’1 luglio 2017 e il 30 giugno 2018».

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