L'informazione indipendente sui diritti umani

Malato di cancro? In Africa non ti curi

L'80% di chi ha il tumore vive in paesi poveri o in via di sviluppo, ma solo il 5% si può curare

Quattro malati di cancro su 5 vivono in paesi poveri o in via di sviluppo, ma solo il 5% di loro può accedere a cure adeguate. Questo dato è stato evidenziato ieri nel corso del meeting della American Society of Clinical Oncology (Asco) in corso in questi giorni a Chicago. In particolare, ne ha parlato la Global Oncology Leadership Task Force attraverso gli interventi di Peter Paul Yu, direttore dell’Hartford Cancer Institute del Connecticut, e di Sana Al Sukhun, direttore della scuola di Medicina dell’Università della Giordania di Amman.

Nei paesi poveri e in via di sviluppo l’emergenza cancro ha sempre più le dimensioni di una tragedia ingestibile. Basti pensare che l’Africa, con l’11% della popolazione mondiale, registra il 25% dei malati complessivi mentre, per contro, assorbe appena l’1% delle spese mondiali. Al contrario, l’America assorbe il 50% dei valori economici, pur avendo poco più del 14% della popolazione globale e il 10% dei malati.

Situazioni e cause di questa escalation ricordano da vicino quelle già registrate con il progredire del diabete: le mutate condizioni di vita, con popolazioni sempre più inattive e con abitudini alimentari sempre più simili a quelle nordamericane, fanno sì che l’incidenza dei tumori sia sempre più pesante proprio nei paesi non occidentali. Inoltre, la mancanza di strutture sanitarie organizzate e d’eccellenza, la carenza di personale qualificato, di programmi di screening e di farmaci neoplastici rende i tumori una sorta di epidemia pressoché priva delle cure più elementari.

Basti pensare che, come ha denunciato Sana Al Sukhun, ben 29 paesi africani, per un totale di 198 milioni di abitanti, non hanno una radioterapia.

Una task force per affrontare il problema

La Global Oncology Leadership Task Force ha ricordato anche come può intervenire la comunità internazionale attraverso la ricerca, la raccolta di dati, promuovendo il training, lo screening e la prevenzione primaria. La Task Force si propone come partner per le azioni contro le neoplasie, in coordinamento con l’Organizzazione mondiale della sanità, per realizzare piani d’azione nei paesi poveri.

Il primo di questi interventi, già avviato nel 2005, è la Breast Health Global Initiative (Bhgi).

Peter Paul Yu ha chiesto di rilanciare questa iniziativa perché in molti paesi in via di sviluppo «l’attenzione alla salute della donna comporta una non indifferente rivoluzione culturale e sociale».

Il secondo intervento, invece, riguarderà la mobilitazione per favorire investimenti in apparecchiature radioterapiche. Una commissione internazionale, creata in collaborazione con il Lancet e a cui partecipano anche economisti ed esperti in tecnologie per la salute, ha stimato che un investimento globale di 184 miliardi di dollari potrebbe portare entro il 2035 a salvare oltre 26 milioni di vite all’anno.

Peter Paul Yu ha ricordato quindi che «l’Oms ha pubblicato all’inizio di febbraio la Guida alla diagnosi precoce del cancro: la diffusione di questo documento in tutti i paesi dovrebbe essere il prossimo passo per una strategia globale contro il cancro, fornendo una linea guida di riferimento a tutti i sistemi sanitari dei Paesi in via di sviluppo».

Alla ricerca dei soldi

Il primo problema da risolvere per poter realizzare questi progetti, naturalmente, è quello del reperimento dei fondi. E visto le cifre in ballo, l’Asco ha ribadito che il cancro si vince con il coinvolgimento di tutti. In particolare, è stato ricordato un passaggio storico da questo punto di vista: nel 2001 l’allora segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, lanciò la prospettiva di un “Fondo globale” per combattere Aids, malaria e tubercolosi nei paesi poveri. Ebbene, il coinvolgimento di Onu, singoli paesi, assemblee di stati (tra cui l’Unione europea), agenzie internazionali e aziende del farmaco riuscì a dare un’accelerazione importante ai sistemi sanitari di molti paesi africani nei confronti delle patologie comunicabili. La speranza, dunque, è che si possa riprodurre un intervento della stessa portata.

Commenti