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Chiedevano l’asilo: riportati in Egitto

Venti profughi sbarcati a Lampedusa non hanno fatto in tempo a presentare la domanda

Alla fine i venti profughi egiziani arrivati all’hotspot di Lampedusa sono stati riportati in Egitto ieri, 31 maggio, con un volo charter partito dall’aeroporto Punta Raisi di Palermo. Il gruppo di migranti sarebbe stato trasferito direttamente allo scalo aeroportuale, senza passare per la questura del capoluogo siciliano, come invece era sembrato in un primo momento. La conferma è arrivata poco fa a Osservatorio Diritti da una fonte molto vicina al dossier che ha chiesto l’anonimato. Dal ministero dell’Interno, invece, non è ancora arrivata alcuna conferma ufficiale, nonostante la richiesta di informazioni sia stata fatta questa mattina alle 11, circa quattro ore fa.

Non si sa ancora nulla, invece, sulla città egiziana in cui sono stati portati i profughi. Secondo le prime informazioni, il gruppo sarebbe dovuto essere imbarcato su un volo della compagnia aerea Smart Wings, che però opera sull’aeroporto di Palermo solo con quattro destinazioni: Praga, Lione, Nantes, Parigi. A questo punto, dunque, le ipotesi ancora in piedi sono due: i migranti potrebbero aver viaggiato su un volo privato, organizzato appositamente per il rimpatrio; oppure hanno viaggiato effettivamente con la Smart Wings, per cambiare poi aereo una volta raggiunta una delle quattro destinazioni.

La decisione pare sia stata presa nonostante i profughi «abbiano manifestato la loro volontà di presentare domanda di protezione internazionale». Ad aver impedito ai migranti di formalizzare questa richiesta, nello specifico, sarebbe stata semplicemente «l’assenza di modelli C-3 all’interno dell’Hot Spot di Lampedusa». In altre parole, non ci sarebbero stati i moduli per poter chiedere l’asilo.

Tutto quello che è accaduto, insomma, sembra essere contrario al diritto internazionale. Secondo quanto si legge in un documento redatto proprio ieri dall’avvocata Alessandra Ballerini in nome e per conto dell’Associazione diritti e frontiere (Adif), infatti, «da informazioni apprese tramite le associazioni di volontari operanti sul territorio di Lampedusa è giunta notizia di un trasferimento di 20 profughi di nazionalità egiziana, richiedenti asilo, dall’Hot Spot di Lampedusa per il rimpatrio».

Anche Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, ieri scriveva dal suo profilo Twitter: «No ai respingimenti collettivi basati sulla nazionalità. Rischia di accadere a Lampedusa a 20 richiedenti asilo egiziani. Paese sicuro?».

Diritti umani in pericolo

Un’azione di questo genere, si capisce leggendo il documento di Adif, potrebbe aver violato diversi diritti. Innanzi tutto, come scritto più sopra, i profughi avrebbero «manifestato la loro volontà di presentare domanda di protezione internazionale, nonostante la mancata formalizzazione della stessa, per assenza di modelli C-3 all’interno dell’Hot Spot di Lampedusa». E la legge prevede che la presentazione della domanda sia garantita dalle autorità a chiunque.

Oltre a questo, c’è il problema del rispetto dei diritti umani nel paese che accoglierà questi profughi. Il documento, infatti, ricorda che «l’Egitto è un Paese dove non è garantito il rispetto dei diritti dell’uomo». E, a sostegno di questa tesi, cita l’ultimo rapporto di Amnesty International. Dove si legge:

«Le autorità hanno fatto ricorso ad arresti arbitrari collettivi per reprimere le manifestazioni e il dissenso, detenendo giornalisti, difensori dei diritti umani e dimostranti, e hanno limitato le attività delle organizzazioni per i diritti umani. L’agenzia per la sicurezza nazionale (National Security Agency – Nsa) ha sottoposto centinaia di detenuti a sparizione forzata: agenti dell’Nsa e altre forze di sicurezza hanno torturato e altrimenti maltrattato detenuti. Le forze di sicurezza hanno fatto ricorso a un uso eccessivo e letale della forza durante le normali operazioni di ordine pubblico e in circostanze che potevano equivalere a esecuzioni extragiudiziali. Sono proseguiti i processi iniqui davanti ai tribunali civili e militari. Le autorità non hanno provveduto a indagare adeguatamente le violazioni dei diritti umani e ad assicurare alla giustizia i responsabili».

Insomma, secondo l’organizzazione che si occupa di difendere i diritti umani nel mondo, non si tratta esattamente del paradiso dei diritti umani. Come conferma, tra l’altro, la vicenda di Giulio Regeni, il giovane dottorando italiano rapito e ucciso a Il Cairo. Proprio nei giorni scorsi, nel corso dello speciale mandato in onda dalla trasmissione di RaiTre #cartabianca, la famiglia di Giulio ha richiesto attraverso l’avvocata Alessandra Ballerini che l’Egitto sia dichiarato ufficialmente un paese «non sicuro».

E la vicenda, come è noto, aveva portato anche alla decisione di Roma di richiamare l’allora ambasciatore italiano in Egitto, Maurizio Massari, in seguito destinato a un altro incarico. Il funzionario era stato quindi sostituito da Giampaolo Cantini, che però non ha poi preso servizio, come conferma la pagina bianca dedicata ancora oggi all’ambasciatore proprio sul sito ufficiale dell’ufficio de Il Cairo.

L’allontanamento dei 20 cittadini potrebbe essere avvenuta anche in virtù dell’accordo di collaborazione tra Italia ed Egitto firmato nel gennaio del 2007. Ma l’avvocata ricorda che, in ogni caso, «le espulsioni di massa sono vietate dall’art. 4 protocollo 4 della CEDU (Corte europea dei diritti dell’uomo, ndr) e che il rimpatrio di richiedenti asilo comporta una palese violazione del principio di non refoulement».

Considerando tutto questo, dunque, l’Adif richiedeva «con urgenza di conoscere la destinazione finale dei cittadini richiedenti asilo di cui sopra, diffidandovi dall’eseguire ogni attività di respingimento o rimpatrio degli stessi».

La richiesta – che evidentemente non è andata a buon fine – era stata inviata a questura e prefettura di Agrigento (competenti sul territorio di Lampedusa), al dipartimento per le Libertà civili e l’immigrazione e a quello della Pubblica sicurezza – Direzione centrale della immigrazione e polizia di frontiera del ministero dell’Interno. Per conoscenza, inoltre, è stato indirizzato anche alla presidenza della commissione per i Diritti umani, al Garante nazionale per i detenuti e all’Alto commissariato per i rifugiati del nostro paese (Unhcr Italia).

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