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Mafia nigeriana alla conquista del Nord

La prostituzione nigeriana in Italia si sposta al Settentrione spinta da soldi e stragi

La storia della prostituzione nigeriana in Italia è fatta di spostamenti lungo il territorio: prima al Nord – piccoli gruppi negli anni Ottanta – poi il radicamento nel Sud Italia, in Campania e nelle isole dove approdano i migranti. Infine, un nuovo slittamento nel Settentrione a caccia di sicurezza e nuovi mercati da colonizzare. La tratta delle nigeriane a scopo sessuale coinvolge il nostro paese – assieme alla Spagna che tuttavia, spesso, funge solo da scalo – in maniera superiore a qualunque altra nazione d’Europa. I motivi sono diversi.

Le mafie nigeriane in Italia

Oltre alla ovvia ragione geografica – l’Italia è il primo paese d’approdo e il più vicino alla Libia, da dove partono gommoni e barconi – si riscontra da anni una presenza radicata e organizzata di alcuni gruppi che magistrati e investigatori chiamano “nuove mafie” o “mafie etniche”, caratterizzati da un’accentuata efferatezza nel delinquere (leggi la recensione del libro “Mafie straniere in Italia“). Sono gli “Eye”, gli scissionisti di “Aye” e i “Black Axe” che, oltre alla prostituzione, orchestrano traffici illeciti di droga e armi. Si è spesso ipotizzato che lavorassero in subappalto per le organizzazioni mafiose italiane, ma la prova definitiva di questo legame non esiste.

Sono brand criminali transnazionali che, secondo il ministero dell’Interno, operano «come piccoli gruppi autonomi come snodi di una rete verticale […] Le loro attività sono pervase di ritualità magiche e fideistiche, vincoli etnici che uniti all’influenza delle lobby in madre patria costituiscono un fattore di coesione e assoggettamento psicologico molto forte». Per questo le ragazze ridotte in schiavitù denunciano raramente, nonostante l’ordinamento italiano preveda il rilascio del permesso di soggiorno per le vittime della tratta che fanno i nomi dei propri aguzzini.

Le istituzioni conoscono e mappano questo fenomeno sulla scia delle inchieste portate avanti dal 2006 in poi: l’operazione “Niger” dei carabinieri, la “Mutilevel” della polizia e l’operazione “Milord” della guardia di finanza.

L’approccio solo giudiziario, tuttavia, può creare fraintendimenti: per i magistrati inquirenti queste strutture sono a tutti gli effetti mafie da perseguire attraverso il 416-bis, sul modello di Cosa Nostra. Antropologi, criminologi e ricercatori vanno oltre e spiegano come la struttura, criminale e simbolica, non sia affatto verticistica, nemmeno totalmente orizzontale e paritaria, ma piuttosto capillare e fatta di cellule in relazione fra loro dove è impossibile individuare un’unica testa pensante che comanda. Il patto che tiene unita l’organizzazione si basa su legami e relazioni di natura tribale e etnica più ancora che su giuramenti, ricatti o affiliazioni d’opportunità.

Soldi e stragi spostano i gruppi criminali

Le mafie nigeriane si sono stanziate nel nord Italia, in piccolissimi gruppi negli anni Ottanta, per poi trasferirsi in comunità più numerose a Palermo, nel Cagliaritano e lungo la via Domiziana, che da Mondragone costeggia il litorale a nord di Napoli, fino alla provincia di Caserta. Per poi radicarsi nuovamente in Settentrione negli ultimi 10-15 anni: Torino e Milano, certo, ma anche in più piccoli centri di provincia e aree ex industriali come Novara, Padova, Biella, Brescia e Rimini.

Nel movimento che li ha portati a spostare il cuore delle loro attività al Nord, sfruttamento della prostituzione in primis, hanno influito almeno due elementi. Il primo: la ricerca di aree più ricche dove “smerciare” la droga e le donne che arrivano a Lampedusa e nei porti siciliani. Abbiamo già visto come bastino 30 giorni per passare da un centro siculo dove rilasciare le impronte digitali a un appartamento nel quartiere Porta Palazzo di Torino, sparendo dal radar del ministero dell’Interno.

Ma è il 2008 la data che potrebbe aver portato a una rottura definitiva del saldo e omertoso legame fra mafia nigeriana e Meridione: il 18 settembre di quell’anno un commando camorristico del clan dei Casalesi ha ucciso sei immigrati di origine africana, in quella che è passata alle cronache come la strage di Castelvolturno. Un eccidio che ha scatenato le proteste della comunità nera del Casertano, che il giorno dopo gli omicidi sfilò per le strade della città in segno di protesta.

Dei sei immigrati ammazzati, tutti lavoravano legalmente e non facevano parte di organizzazioni criminali straniere, ma secondo le ipotesi della direzione distrettuale antimafia di Napoli dell’epoca, in quella strage efferata c’erano due messaggi: uno palese e l’altro criptato. Il primo: l’odio razziale da parte dei camorristi, riconosciuto come aggravante anche nella sentenza della Cassazione; il secondo: l’avvertimento agli immigrati che, per svolgere attività sul territorio, legali o illegali che fossero, bisognava pagare una tassa ai clan. Una gabella che non sempre le “mafie etniche” come i normali lavoratori migranti possono o vogliono pagare e che potrebbe aver contribuito allo slittamento dei loro business criminali verso nord, dove il controllo delle strade e dei quartieri con manu militari è meno diffuso.

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