Caccia agli indios del Brasile

La potente lobby dell'agrobusiness e il governo del paese minacciano il futuro degli indigeni

«Abbiamo paura. Siamo molto preoccupati per il futuro della foresta dell´Amazzonia e per lo sfruttamento del territorio. Abbiamo il parlamento brasiliano governato da chi va in direzione contraria ai diritti degli indios». Queste parole sono di Ninawa Hunikui, sciamano appartenente agli Huni Kuin, popolo indigeno che vive sulle rive del Rio Jordão nello stato brasiliano dell’Acre, vicino al confine con il Perù.

Ninawa punta il dito sul nemico attuale e denuncia la lobby dell’agrobusiness e il suo legame con il governo. «Più della metà dei nostri parlamentari sono latifondisti, lavorano per il loro interesse economico, ci cacciano via della nostra terra per mettere su miniere, sfruttare il petrolio e costruire dighe in mezzo alla foresta a discapito della nostra vita», dice.

Ninawa è Huni Kuin, ma parla anche a nome dei Terena, Yanomami, Kaiapó, Gamela, Guarani-Kaiowá e tanti altri popoli indigeni che lottano per la demarcazione della loro terra e per denunciare la continua invasione del settore agricolo nelle loro riserve.

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© CIMI/Survival

Indios uccisi e senza terra

Secondo il report “Violenza contro i popoli indigeni in Brasile” del Consiglio indigenista missionario (Cimi), il 2015 è stato segnato dalla gravità delle minacce e delle violenze contro le popolazioni indigene in Brasile. I latifondisti si sono mossi e hanno fatto approvare dal parlamento il testo della proposta dell’emendamento costituzionale (Pec) 215/2000, che impedisce nuove demarcazioni di terre indigene, legalizza l’invasione e lo sfruttamento di terre già demarcate e prevede che sia il potere legislativo – cioè deputati e senatori – a occuparsi delle demarcazioni.

Il relatore della proposta di emendamento costituzionale 215 è l’attuale ministro della Giustizia, Osmar Serraglio, del Partito del movimento democratico brasiliano (Pmdb). Vicino ai latifondisti – 30% delle donazioni ricevute per la campagna politica del 2014 sono arrivate da grandi aziende agricole – ha criticato gli indios dicendo che la discussione sulla terra «non riempie la pancia a nessuno».

E questa è solo una delle tante norme portate avanti dal governo conservatore di Michel Temer che potrebbero avere conseguenze catastrofiche per i popoli indigeni. Il presidente in carica era salito al potere il 31 agosto 2016, dopo l’impeachment della presidente Dilma Rousseff.

Se il governo della Rousseff aveva fatto soltanto 18 demarcazioni di terra indigena, il governo Temer vince il premio per non averne fatta ancora nessuna fino ad oggi. Il report mostra anche che dal 1985 all’agosto 2016, 1.113 terre indigene sono state individuate, ma di queste solo 398 – pari al 35,7% – ha terminato i processi amministrativi e ottenuto il registro dal governo.

Un altro dato che impressiona è il numero di indigeni assassinati nel paese nel 2015: 54 in tutto, di cui otto donne fra i 9 e gli 82 anni. Le altre 46 vittime, uomini, avevano un’età compresa tra i 2 e i 75 anni. E tra i morti c’erano anche nove minorenni tra i 2 e i 17 anni d’età. Infine, impressiona il numero di suicidi: 87 in tutto.

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La strategia anti-indigeni

Dinamam Tuxá, rappresentante dell’Articolazione dei popoli indigeni del Brasile (Apib), parla di «una strategia anti-indigeni». Lo smantellamento della Fondazione nazionale dell’indio (Funai) è l’ultimo tassello di questo piano politico. Il governo Temer, infatti, ha drasticamente ridotto gli investimenti pubblici destinati a questo ente, che ha un ruolo fondamentale nella difesa dei diritti degli indigeni. Per il 2017 sono previsti 60,6 milioni di real (circa 16,6 milioni di euro), contro i 531 milioni (oltre 145 milioni di euro) del 2016.

La situazione è così grave che il movimento mondiale per i diritti dei popoli indigeni, Survival International, aveva emesso una nota denunciando «che probabilmente, non appena la protezione sarà annullata, migliaia di invasori si precipiteranno all’interno di questi territori».

«È una mossa politica del settore dell’agrobusiness, che vede i popoli “incontattati” come un ostacolo al profitto e che sta prendendo di mira la foresta che è stata finora inaccessibile allo sviluppo. La verità è che questi tagli potrebbero causare un genocidio», ha dichiarato Stephen Corry, direttore generale di Survival International.

E se questo non bastasse, a maggio Antonio Costa, ormai ex presidente della Funai, è stato dimesso e al suo posto il governo di Temer ha piazzato Franklimberg Ribeiro de Freitas, un generale dell’esercito.

Sempre questo mese, infine, è stata reso pubblico il rapporto della commissione parlamentare d’inchiesta sulla Funai che doveva indagare sulle presunte irregolarità all’interno dell’ente e sulle demarcazioni di terra. Nella conclusione, che si estende per oltre tremila pagine, si chiede il rinvio al giudizio di 77 persone fra antropologi, ricercatori, indigeni, attivisti, pubblici ministeri e politici. Ebbene, il testo è stato approvato settimana scorsa e le richieste di rinvio a giudizio sono state dunque inoltrate al ministero pubblico e alla polizia di Brasilia per ulteriori indagini.

L’ultima foto di questa pagina è di Fiona Watson – Survival

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