Da Milano a Manchester, senza vere domande

Il terrorismo suicida non ci sta nelle nostre categorie, è davvero troppo. Manda in frantumi tutta la mistica dell’istinto di sopravvivenza, qui disprezzato. Magari i suicidi sono manipolati da menti contorte, magari ci sono di mezzo promesse di resurrezioni senza pensieri e dai piaceri infiniti. Eppure un salto nella morte volontaria, quand’anche a fini terroristici, rimane uno schiaffo alle nostre categorie occidentali.

Temo, tuttavia, che il crinale passi proprio su questa contraddizione, così ostica da interpretare per noi ma forse più apparente che reale. Ammazzare ammazzandosi è un attentato nell’attentato, dove niente più conta. Non basta, infatti, dare la morte al nemico immaginato, bisogna inclinare verso il nulla, privandosi persino del gusto di vedere l’altro annientato dal dolore.

A Manchester ci vanno di mezzo ragazzi e bambini, ma l’odio cancella ogni distinzione, il campo nemico diventa omogeneo, gli altri vengono assorbiti in una categoria indistinta, nel caso specifico quella dei crociati, non importa se non sanno nemmeno che cosa sia esattamente un crociato.

Eppure noi non siamo migliori, sebbene ci faccia piacere pensare di esserlo. In una conta macabra di civili innocenti e di bambini, uccisi per sbaglio (così ci raccontiamo in modo autoconsolatorio), non saremmo secondi al Califfo.

C’è un messaggio che si ripete negli attentanti che subiamo, anche in quello di Manchester o soprattutto in quello di Manchester, che colpisce minori inconsapevoli. C’è la carica di odio smisurato che si legge nelle tecniche e negli effetti, un odio sordo e senza possibile soluzione, la stessa carica che vedo innescarsi in certe situazioni troppo asimmetriche, in quelle condizioni dove manca completamente l’ascolto dell’altro.

Illudersi che si tratti semplicemente di una guerra militare allungherà solo i tempi del conflitto, moltiplicherà i lutti, porterà nuove distruzioni. La fase militare è solo una parte, forse neppure la più importante. Ci vuole dell’altro per venire a capo di questo orrore infinito, ci vuole l’umiltà di gettare un occhio sapiente non solo tra le fila dell’esercito nemico, ma soprattutto nelle ragioni, vere o fasulle che siano, di chi rinuncia alla sua stessa vita nell’illusione di darle un senso. Una beffa, certo, ma è quello che accade, e le premesse spesso si materializzano sotto i nostri occhi distratti. In questo senso l’aggressione degli agenti alla stazione centrale di Milano, da parte di un ragazzino italiano, di origine araba, con una famiglia devastata alle spalle e una vita compromessa ancora prima che si dispiegasse, dice più di quanto osiamo pensare.

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