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Missione in Somalia al vaglio Onu

La missione dell'Unione africana nata nel 2007 con mandato di 6 mesi sarà votata mercoledì

Negli ultimi dieci anni, il mandato iniziale di sei mesi della missione dell’Unione africana in Somalia (Amisom) è stato rinnovato di scadenza in scadenza dal consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Che mercoledì 24 maggio, ancora una volta, dovrebbe riconfermarne l’autorizzazione.

Prima di pronunciarsi, però, il massimo organo decisionale della comunità internazionale dovrà analizzare il resoconto della valutazione congiunta Unione Africana-Onu, richiesta dalla risoluzione 2297, oltre alla relazione del Segretario generale sul ruolo delle Nazioni Unite in Somalia nel periodo post-elettorale, come richiesto dalla risoluzione 2275.

Dal contrasto alla guerra alla promozione del dialogo

Nel 2007 l’obiettivo immediato della missione era sostituire il contingente etiopico e cercare di porre fine alla guerra civile nel paese africano. Adesso, il suo scopo primario è garantire il funzionamento delle istituzioni federali e sostenere il dialogo e la riconciliazione nazionale, oltre a operare in favore del disarmo e assicurare la protezione degli edifici governativi e dell’aeroporto internazionale di Mogadiscio.

Dopo più di una decade di attività nel martoriato paese del Corno d’Africa, dunque, è lecito interrogarsi se abbia senso o meno continuare a prolungare all’infinito questa missione composta da 22.126 militari, in prevalenza provenienti da sei paesi africani: Uganda, Burundi, Gibuti, Kenya, Etiopia e Sierra Leone.

L’Amisom, tra il 2011 fino alla prima metà del 2015, ha inflitto una serie di significative sconfitte al gruppo radicale islamico al-Shabaab. Nel settembre 2011, ha cacciato militarmente gli estremisti da Mogadiscio e Kisimayo. Ha poi intensificato l’offensiva contro il gruppo legato ad al Qaeda con l’eliminazione di membri di spicco e la riconquista di alcune roccaforti nel centro-sud della Somalia.

Dai primi mesi del 2015, però, la minaccia di al-Shabaab, che dal 2006 ha sferrato centinaia di attacchi in tutta la Somalia, per poi colpire duramente anche in Kenya e Uganda (leggi Antiterrorismo con licenza d’uccidere), è tornata a materializzarsi in tutta la sua violenza (leggi Al-Shabaab avanza in Somalia).

Tutto ciò dimostra che la missione dell’Unione africana non ha più la forza di sconfiggere gli estremisti somali, che nel frattempo hanno ripreso il controllo di molte aree periferiche nel sud e nel centro del paese, riacquistando la capacità di portare a termine attacchi letali su larga scala anche nei confronti dei militari dell’Amisom.

Al-Shabaab attacca la missione in Somalia

Negli ultimi due anni, al-Shabaab ha colpito cinque basi militari della missione di pace. Nell’ordine, gli attentati sono avvenuti ai danni del compound di Lego, situato cento chilometri a nord-ovest di Mogadiscio, dove il 26 giugno 2015 più di trenta militari burundesi hanno perso la vita.

A questo episodio, ha fatto seguito l’assalto contro la base di Janale nella regione del Basso Scebeli, distante 80 chilometri da Mogadiscio, dove il 1° settembre 2015 sono rimasti uccisi cinquanta caschi verdi ugandesi sui 150 presenti nella struttura.

Altro clamoroso attacco nei confronti di un contingente Amisom è stato messo a segno il 15 gennaio 2016 presso la base di El Ade, nei pressi della città di Ceel Cado, nel sud-ovest della Somalia, circa 550 chilometri da Mogadiscio, dove hanno perso la vita almeno cento militari keniani, sebbene le autorità di Nairobi non abbiano mai rivelato il numero reale delle vittime.

Una base presidiata da truppe etiopi, vicino alla città di Halgan, 300 chilometri a nord-ovest di Mogadiscio, il 9 giugno 2016 è stata attaccata dagli estremisti, che hanno rivendicato l’uccisione di sessanta soldati, ma l’Amisom ha negato di aver subito perdite, affermando di aver eliminato 110 militanti di al-Shabaab.

Il 27 gennaio 2017 è stata la volta di un altro compound di militari keniani, quello di Kolbiyow, nel sud della Somalia nella regione di Neder-Juba al confine con il Kenya, dove i terroristi somali hanno rivendicato l’uccisione di 57 soldati, prontamente smentita dal ministero della Difesa keniano.

Malgrado le incertezze sul numero delle perdite inflitte, con i cinque assalti, uniti ad altri due attacchi in cui lo scorso anno sono rimasti uccisi 21 soldati etiopi, al-Shabaab ha dimostrato una rinnovata capacità offensiva, che la rende in grado di colpire le forze dell’Unione africana.

Alla ricerca di una exit strategy

Di contro, l’Amisom ha prodotto risultati molto al di sotto delle aspettative, tanto da indurre uno dei massimi esperti del gruppo, l’accademico norvegese Stig Jarle Hansen, ad affermare che l’Amisom sta combattendo la guerra sbagliata, mentre il gruppo estremista, forte del supporto locale, sarà in grado di continuare per altri trent’anni a costituire una seria minaccia per sei paesi dell’Africa orientale.

Nel breve termine, è palese che la missione di peacekeeping, segnata dai dissidi interni e dalla mancanza di coordinamento tra i paesi che vi partecipano, sembra aver perso buona parte della sua efficacia nell’arginare la minaccia del gruppo islamista.

Allo stato attuale, appare evidente che l’Amisom da sola non ha la forza per sconfiggere al-Shabaab. Tuttavia, il consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite sarà costretto a prolungarne il mandato perché nessuna exit strategy sarà possibile fino a quando l’esercito somalo non sarà in grado di contrastare in maniera efficace l’offensiva del gruppo. A breve termine, però, le possibilità che ciò possa accadere sono pari a zero.

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