Migranti, Italia e Grecia lasciate sole

Il parlamento Ue chiede rispetto per obblighi d'accoglienza: solo Malta e Finlandia nei patti

In Europa pare che l’accoglienza dei richiedenti asilo non sia esattamente di casa. Tanto che tra tutti e 28 i paesi Ue, solo Finlandia e Malta sono in linea con gli obiettivi. Con il risultato che il peso della gestione degli arrivi via mare ricade quasi interamente su Italia e Grecia (anche il segretario generale dell’Osce, Lamberto Zannier, aveva espresso un’idea simile in un’intervista esclusiva a Osservatorio Diritti).

A denunciarlo ieri è stato lo stesso Parlamento europeo, che ha condannato il comportamento degli stati membri: gli accordi prevedono il trasferimento di 160 mila richiedenti asilo da Roma e Atene entro il prossimo settembre, ma al momento ne sono stati accettati appena 18.770, pari all’11 per cento.

Gli europarlamentari hanno approvato una risoluzione con 398 sì, 134 contrari e 41 astensioni, con cui si spronano i paesi a onorare gli obblighi presi e a dare la priorità alla ricollocazione dei minori stranieri non accompagnati e altri richiedenti vulnerabili. I politici, inoltre, hanno fatto notare che «finora è stato ricollocato solo un minore».

Ma non è tutto. Il Parlamento Ue, infatti, ha fatto pressione anche sulla Commissione, sottolineando che dovrà considerare l’attivazione di procedure d’infrazione. Inoltre, è stato detto sempre ieri, le misure di ricollocazione dovranno essere prorogate fino alla riforma del sistema d’asilo “Dublino”.

I patti per la gestione dei flussi migratori

Per cercare di gestire i flussi migratori, nell’estate del 2015 l’Ue aveva adottato due decisioni d’emergenza per ricollocare migliaia di migranti. Nel dettaglio, in quell’occasione era stato stabilito che 160 mila richiedenti asilo, con alte possibilità di ricevere lo status di rifugiati, sarebbero dovuti essere ricollocati entro settembre 2017 dall’Italia e dalla Grecia verso altri paesi membri, dove sarebbero quindi state esaminate le loro richieste di protezione.

In una successiva decisione approvata dal Consiglio nel settembre 2016 – e alla quale il Parlamento Ue si era opposto – gli stati membri si erano messi d’accordo stabilendo che 54 mila dei 160 mila posti si sarebbero potuti utilizzare per l’ammissione di profughi siriani dalla Turchia nell’ambito del trattato di migrazione con Ankara, invece che dall’Italia o dalla Grecia.

Dato che questi erano i patti, ieri sono dunque emerse critiche verso alcuni paesi membri per le «preferenze fortemente restrittive e discriminatorie, come la ricollocazione delle sole madri single o l’esclusione di richiedenti di specifiche nazionalità, come per gli eritrei, nonché l’applicazione di controlli di sicurezza molto estesi».

Obiettivi ancora lontani

La maggior parte dei paesi è ancora lontana dagli obiettivi. Quattro degli stati membri, infatti, stanno accettando numeri molto limitati di rifugiati, mentre due rifiutano del tutto di partecipare.

Il Parlamento ha messo in chiaro che, anche se non saranno raggiunti gli obiettivi di ricollocazione entro settembre, i paesi Ue dovranno continuare a trasferire i richiedenti idonei. Ed è stato proposto anche di prorogare lo schema di ricollocazione finché il nuovo regolamento di Dublino sarà adottato.

A seguito della votazione sulla ricollocazione dei richiedenti asilo, il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha detto:

«Gli stati membri dovrebbero smettere di tergiversare in merito alla ricollocazione dei richiedenti asilo. Devono onorare gli impegni assunti in seno al Consiglio e approvati da questo Parlamento. La solidarietà necessita di azioni, non solo di parole. Invitiamo la Commissione europea a garantire il rispetto dello stato di diritto».

 

«L’Italia e la Grecia continuano a essere sottoposte a un’enorme pressione, dal momento che migliaia di migranti continuano a sbarcare sulle loro coste ogni giorno. Dei 160 mila richiedenti asilo, solo poco più del 10% è stato ricollocato. Soltanto un numero limitato di stati membri si è fatto carico della propria quota e ciò è profondamente ingiusto. I nostri cittadini si aspettano da noi una risposta efficace alle loro preoccupazioni. Ecco perché non possiamo limitarci a rispondere alle emergenze. L’Unione deve attuare una volta per tutte una strategia globale per gestire i flussi migratori. Dobbiamo riformare profondamente il regolamento Dublino sull’asilo e affrontare il problema alla radice investendo di più e meglio in Africa, nel quadro di una robusta diplomazia economica».

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