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Inferno Libia

Il 90% dei migranti visitati nelle cliniche del Medu ha parlato di violenza estrema e torture

«La polemica sui salvataggi in mare distoglie l’attenzione dal vero problema: la Libia. Ogni giorno, al di là del Canale di Sicilia, vengono commesse violenze inaudite ai danni di uomini, donne e bambini (sullo stesso argomento leggi “Libia, torna la tratta degli schiavi”). La strategia dell’Unione europea per contenere i flussi migratori è quella di fermare i migranti in Libia. Ma questo ragionamento passa completamente sopra alla tragedia di centinaia di migliaia di persone». Una tragedia che Alberto Barbieri, coordinatore generale di Medici per i diritti umani (Medu), conosce bene. Perché ne ha visto i segni sulla carne di centinaia di persone: oltre il 90% dei migranti che negli ultimi anni si sono fatti visitare nella clinica mobile dell’associazione ha raccontato di essere stato vittima di violenza estrema, di tortura o di aver subito stupri nel paese di origine oppure lungo la rotta migratoria. In particolare in luoghi di detenzione e sequestro in Libia.

Tra loro c’è Awat, eritreo, di 23 anni. Si è rivolto alla clinica mobile di Medu a Roma per medicare una ferita a un piede che si stava infettando: era stato bastonato duramente da uno scafista al momento dell’imbarco sul gommone diretto in Italia. Come molti suoi connazionali, Awat ha lasciato il paese per sfuggire al servizio militare a tempo indeterminato imposto dalla dittatura di Isaias Afeworki, ma il suo viaggio si è trasformato presto in un vero e proprio inferno. Ad Agedabia, in Libia, il ragazzo è stato catturato da un gruppo di miliziani che gli hanno chiesto mille dollari in cambio della libertà e lo hanno costretto ai lavori forzati. È stato percosso ogni giorno e spesso è rimasto senza cibo né acqua per lungo tempo.

Quando finalmente è riuscito a pagare il riscatto si è diretto a Tripoli, per imbarcarsi. Di nuovo è stato arrestato e rinchiuso in una sorta di prigione con centinaia di persone ammassate in un’unica cella, senza nemmeno lo spazio per sedersi o per dormire. I prigionieri venivano picchiati tutti i giorni con bastoni e tubi di gomma. Qui Awat ha assistito alla morte di diverse persone per fame, stenti, malattie e percosse.

Una malattia chiamata tortura

Privazione di acqua e cibo, condizioni di detenzione disumane e percosse sono le forme più comuni di maltrattamenti che subisce la quasi totalità dei migranti provenienti dall’Africa subsahariana durante il viaggio. A queste poi si aggiungono i lavori forzati, svariate forme di tortura per estorcere denaro ai migranti (dalle ustioni alle scariche elettriche, dalle posizioni stressanti alle percosse violente), gli stupri. «Il centro di questo mostruoso sistema di violenza è oggi la Libia, un enorme campo di sfruttamento e di morte per i migranti», si legge nel rapporto di Medu “Una malattia chiamata tortura”, che nei giorni scorsi è stato presentato a Ginevra.

«Le prove generali di questo sistema erano state fatte nel deserto del Sinai, dove tribù di beduini rapivano i migranti e li torturavano per estorcere denaro dalle loro famiglie», spiega Barbieri. «Il Sinai è diventato una sorta di prototipo di quanto si è poi riprodotto in Libia su più larga scala».

Sono tanti gli attori che gestiscono questo business. Dai grupp0i di trafficanti altamente organizzati ai gruppi criminali estemporanei, dagli Asma Boy (bande armate che rapiscono i migrati per ottenere riscatti) alla polizia, dalle milizie a semplici civili che possono sfruttare i migranti facendoli lavorare come schiavi. «Le persone che arrivano in Italia con questo vissuto alle spalle hanno bisogno di risposte adeguate, che in Italia mancano», spiega Barbieri.

Fino a qualche anno fa il Medu non si occupava specificatamente di tortura. «Ma siamo stati costretti a farlo nel momento in cui tutti i migranti che salivano sulla nostra clinica mobile ci raccontavano quello che avevano subito», sottolinea Barbieri. Che continua: «Ovviamente si rivolgevano a noi per un problema medico specifico, ma dall’anamnesi le violenze emergevano chiaramente». L’82% dei richiedenti asilo seguiti dal team medico-psicologico di Medu nei centri di accoglienza in Sicilia presentava ancora «segni fisici compatibili con le violenze riferite».

Come in guerra

La storia di Ibrahim, 20 anni, fuggito dal Mali, è emblematica. È stato reclutato a forza da un gruppo armato, ma si è rifiutato di combattere e per questo è stato torturato e mutilato. In Libia, dopo aver lavorato per alcuni mesi senza essere pagato, è stato arrestato ed è finito in carcere per cinque mesi, dove è stato percosso quotidianamente, ha subito violenza sessuale e i suoi carcerieri gli negavano cibo e acqua. Dopo aver assistito alla morte di diversi compagni di cella, Ibrahim è riuscito a fuggire e a imbarcarsi per l’Italia e alla fine è stato inserito in un centro d’accoglienza alla periferia di Roma. Ma neppure a quel punto il suo inferno era finito.

Le torture subite, infatti, hanno lasciato dolori continui e cefalee persistenti, ma non solo. Ibrahim ormai non si fida più di nessuno, soffre di un’insonnia che si aggrava progressivamente, soffre di incubi e passa le giornate in uno stato di stordimento alternate a momenti di allarme ingiustificato: basta lo sbattere di una porta per metterlo in agitazione.

Una sera aveva dato in escandescenza: aveva gettato a terra un pc, colpito con un pugno un vetro e aveva cercato di togliersi la vita. Gli operatori lo avevano portato al pronto soccorso, la mano era stata curata, ma nel reparto di psichiatria non c’erano mediatori culturali e linguistici. Per dieci giorni a Ibrahim è stata somministrata una terapia farmacologica sedante, ma al momento della dimissione è costretto a tornare nella stessa struttura da cui proveniva.

Da un lato, una parte dei migranti che ha attraversato l’inferno della Libia mostra di possedere risorse e una resilienza tali da permettere loro di superare queste drammatiche esperienze. Per contro, la letteratura medica internazionale ci dice che in casi di violenze così ripetute il rischio di sviluppare disturbi post traumatici da stress o depressione è molto alto. «Gli uomini, le donne e i bambini che sbarcano sulle coste italiane si trovano in una condizione simile a coloro che sono reduci da una guerra», si legge nel rapporto di Medu che stigmatizza la mancanza di adeguati servizi territoriali per rispondere a questo tipo di bisogni.

Fermare le violenze e gli abusi che si consumano lungo la rotta migratoria è praticamente impossibile. Quello che però può essere fatto fin da subito è un intervento per avviare percorsi terapeutici e di riabilitazione, interventi mirati a evitare la ri-traumatizzazione dei migranti che andrebbe ad aggravare situazioni già compromesse.

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