Sei incinta? La Ue ti sospende la borsa

La Ue finanzia i migliori progetti di ricerca post-laurea. Ma ha problemi coi diritti delle donne

La più prestigiosa borsa di studio d’Europa ha un problema con i diritti delle donne. Come hanno segnalato alcune ricercatrici a Osservatorio Diritti, e come conferma il regolamento per accedere al concorso, quando una vincitrice della borsa Marie Curie resta incinta, infatti, la borsa viene sospesa.

L’Unione europea ha puntato molto sulla ricerca post-laurea attraverso Horizon 2020, un piano d’investimento da 80 miliardi di euro tra il 2014 e il 2020. E tra i vari programmi ci sono anche le Marie Curie-Skłodowska Actions (Mcsa), dedicate a ricercatori “esperti” di qualsiasi nazionalità, che decidano di lavorare in Europa e siano in possesso di un dottorato o di almeno quattro anni di esperienza in ambito universitario.

Ebbene, il problema sta proprio qui. L’esclusività e l’eccellenza del progetto sono requisiti imprescindibili per essere selezionati. Ma quello che invece viene omesso, e che alcune ricercatrici hanno scoperto poi sulla propria pelle, è che se una di loro dovesse rimanere incinta, la borsa di studio viene sospesa.

Nina Unkovic ha 35 anni, è croata. E anche se non è rimasta incinta, è stata tra le prime a incappare in questo problema. A gennaio del 2014 Nina ha vinto un cofinanziamento regionale di tre anni che fa capo alle Mcsa per portare avanti il suo lavoro sulla teoria e la storia della conservazione dei monumenti, prima all’università di Lubiana e poi a quella di Spalato. A dicembre del 2015 ha subito un grave incidente stradale che le ha provocato una seria frattura a una gamba. Per questo motivo, per diversi mesi non ha potuto proseguire la sua ricerca. E quando le è stato comunicato che i fondi erogati dalla Commissione europea sarebbero stati disponibili solo entro una certa data, a luglio 2016 è stata costretta a tornare in università, anche se il medico le aveva consigliato di prolungare i tempi di recupero. Nina, rientrata dunque forzatamente al lavoro, si è posta quindi una domanda: «E se fossi rimasta incinta?».

TRA RICERCA E MATERNITÀ

Per capire la questione, bisogna considerare innanzi tutto che il sostegno economico della Commissione non è personale, ma viene erogato all’organizzazione ospitante, europea o di uno Stato associato, come un’università o un centro di ricerca. A sua volta questa organizzazione assume il ricercatore in base a un contratto nazionale.

Nel caso della borsa di studio individuale (If), per esempio, il finanziamento, si legge sul sito, «comprende un’indennità per coprire le spese di vitto e alloggio, il costo dei viaggi e le spese familiari, può servire a reintegrare ricercatori che ritornano in Europa, o contribuire a riavviare una carriera nella ricerca dopo un’interruzione, come un congedo parentale».

In uno degli allegati del contratto, si fa riferimento al congedo per maternità e a quello parentale, affermando che «sì, un ricercatore li può prendere, in accordo con la legge nazionale, ma la borsa non ricopre questi costi». Il motivo? «Perché il contratto è sospeso (art. 6 allegato II) per tutta la durata della maternità o del congedo parentale».

DOMANDA E RISPOSTA

Nina ha deciso di capire fino in fondo quello che stava succedendo. E così ha scritto alla Research Executive Agency della Commissione europea. La risposta che ha ricevuto, dopo due mesi, è stata questa: «In caso di Cofund, il beneficiario della borsa viene pagato solo per il periodo in cui è attivo. Un periodo di malattia o un congedo parentale sono ammessi, in questi casi la borsa può essere estesa. Il problema potrebbe sorgere alla fine del progetto, perché noi non possiamo erogare altri fondi una volta che il contratto è ufficialmente terminato».

La stessa persona che ha scritto a Nina, interpellata da Osservatorio Diritti ha risposto che «il beneficiario del premio è obbligato ad assumere con regolare contratto il ricercatore e che quindi, in caso di maternità, il contratto in sé non è sospeso e che i costi previdenziali sono a carico dello Stato in cui la persona è assunta». Inoltre «durante il periodo di assenza il contratto viene sì sospeso, ma prolungato il termine dell’accordo per garantire che il ricercatore possa lavorare sul suo progetto per il periodo inizialmente stabilito».

Nel contratto pubblicato sul sito della Marie Curie, relativo alle borse di studio individuali (If) si legge, però, che «l’ente che firma il contratto ha l’obbligo di avvisare la Commissione europea non appena venga a conoscenza di circostanze che rischino di compromettere le performance dello stesso. Una di queste è rappresentata dalla gravidanza e dalle conseguenze derivanti dall’applicazione della legge nazionale (pag 12)». E ancora, «il ricercatore può richiedere un prolungamento (pag. 13) ma l’ente, entro quattro settimane da questa richiesta, deve far avere alla Commissione la propria opinione sulla desiderabilità di permettere la continuazione del finanziamento del progetto oltre il tempo stabilito».

PARITÀ DI GENERE?

La Commissione, dunque, stipula un contratto con un ente che riceve i soldi, con cui a sua volta sostiene le spese del ricercatore, assunto con regolare contratto. In questo modo, la questione maternità non viene affrontata dall’Unione europea perché, così facendo, demanda al sistema previdenziale di ogni singolo paese la responsabilità di farsi carico della ricercatrice che richiede la maternità.

Visto che nel progetto delle “azioni” Mcsa sono coinvolti i paesi dell’Unione, ma anche paesi associati, il trattamento è ovviamente diverso a secondo dello stato, e più o meno favorevole a seconda dei casi e del tipo di contratto con cui la persona viene assunta.

Nina riconosce che il finanziamento rappresenta una grande opportunità, anche perché quando ha fatto domanda era disoccupata. Per lei non è una questione personale, non essendo incinta, ma è comunque intenzionata ad andare avanti nella sua battaglia perché il problema è che la parità di genere è garantita solo a livello di progetto di ricerca e non a tutela del ricercatore o, nel caso specifico, della maternità della ricercatrice. «L’ho voluto far notare e continuerò a farlo finché non si troverà una soluzione».

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