Carcere a vita per il Pinochet d’Africa

L'ex presidente del Ciad, Hissène Habré, condannato per crimini di guerra e contro l'umanità

La conferma della condanna all’ergastolo per crimini di guerra e crimini contro l’umanità, inflitta alla fine di aprile da un tribunale speciale africano di Dakar, in Senegal, all’ex presidente del Ciad, Hissène Habré, sancisce l’epilogo di 26 anni di ricorsi, battaglie legali, testimonianze raccapriccianti e documenti che testimoniano le atrocità di cui si è macchiato il “Pinochet d’Africa”.

Il Senegal, primo paese al mondo a ratificare il trattato che nell’aprile 2002 ha istituito la Corte penale internazionale (Cpi), ha confermato così di essere all’avanguardia nella tutela dei diritti umani e nell’applicazione del diritto internazionale. Anche se non va dimenticato che Hissene Habré ha vissuto in Senegal dal momento in cui fu deposto dall’attuale presidente ciadiano, Idriss Déby Itno. Per 22 anni, quindi, il paese africano gli ha dato rifugio, prima di arrendersi alle ripetute pressioni delle organizzazioni per i diritti umani, del governo belga e dell’Unione africana, che chiedevano di processarlo.

UNA LUNGA STORIA

L’iter per assicurare l’ex dittatore ciadiano alla giustizia è stato lungo e travagliato. I suoi crimini sono stati testimoniati dalle vittime sopravvissute e da una speciale commissione d’inchiesta del governo ciadiano, che lo ha accusato della morte di 40 mila persone e di aver prodotto 80 mila orfani.

Habré è stato inchiodato anche da una serie di documenti che riportavano i casi di 12.321 vittime di abusi, tra cui 1.208 persone uccise in carcere. L’importante materiale fu rinvenuto da Reed Brody, un avvocato di Human Rights Watch, presso la sede abbandonata della Direction de la Documentation et de la Sécurité (Dds), la polizia politica cui venivano affidati tutti i lavori sporchi.

Nel gennaio 2000, sette vittime sporsero denuncia contro di lui presso le autorità di Dakar, ma la giurisdizione senegalese si dichiarò incompetente a procedere. La parte offesa si rivolse allora alla giustizia belga, che nel 2005 chiese l’estradizione di Habrè. Di fronte al rifiuto dell’allora presidente senegalese, Abdoulaye Wade, si mosse allora l’Unione africana (Ua) che nel 2006 intimò al Senegal di giudicare il dittatore.

Poi, nel 2008, mentre il governo di Dakar continuava a tergiversare e la giustizia del Ciad lo condannava a morte in contumacia, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Cedeao) decise che Habré doveva essere processato da «un tribunale penale speciale a carattere internazionale».

Nel 2009, dopo che il Senegal aveva ripetutamente omesso di rispondere alla richiesta di estradizione, il Belgio portò il caso davanti alla Cpi. Nel luglio 2012, durante la cerimonia di apertura del 19esimo vertice dell’Unione africana ad Addis Abeba, il nuovo presidente senegalese Macky Sall affermò che Hissène Habré sarebbe stato processato a Dakar.

Pochi giorni dopo, la Cpi  pronunciò la sua unanime decisione ordinando al Senegal «senza ulteriori indugi di sottoporre il caso alle proprie autorità competenti ai fini dell’azione penale». In risposta al pronunciamento della Corte dell’Aja, dopo quattro giorni di negoziati a Dakar, Senegal e Ua decisero di istituire un tribunale speciale in seno alle Corti senegalesi presieduto da giudici africani nominati dall’organismo di Addis Abeba.

Il 30 giugno 2013 la polizia senegalese ha arrestato quindi Habré nella propria abitazione, dove aveva vissuto in esilio dorato per 22 anni. Il processo è iniziato nell’estate del 2015 e terminato nel maggio dello scorso anno. È stata la prima volta che un ex capo di stato africano è stato perseguito per violazioni dei diritti umani in un paese africano diverso dal proprio, dove peraltro era stato ospitato e protetto fino a poco tempo prima.

LA PISCINA DEGLI ORRORI

Nel processo hanno suscitato scalpore le testimonianze delle atrocità perpetrate nel centro di detenzione di N’Djamena, passato alla cronaca come “La piscina”, dove molti prigionieri politici furono costretti a scavare fosse e fabbricare tombe per seppellire centinaia di altri detenuti.

Nel famigerato carcere, i prigionieri più fortunati morivano letteralmente soffocati nel giro di quattro o cinque giorni, stipati in celle sovraffollate di sei metri quadrati con poca acqua o cibo e i loro cadaveri venivano lasciati marcire nell’intento di propagare malattie tra i detenuti.

Altri, invece, venivano costretti a respirare i gas di scarico delle macchine o infilati ancora vivi in sacchi della spazzatura e gettati nel Chari, il fiume della capitale. Il metodo più diffuso di tortura era costringere per giorni il prigioniero in una posizione conosciuta come arbatachar, che consiste nel legare saldamente le braccia e le gambe della vittima dietro la schiena, provocando un dolore intenso che spesso induceva alla paralisi e alla cancrena.

L’avvocato Reed Brody ha giudicato la condanna definitiva all’ergastolo di Habré come «una vittoria per le sue tante vittime ciadiane, senza la cui tenacia non si sarebbe mai celebrato il processo».

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