Enel rinuncia al carbone insanguinato

La società interrompe i contratti di fornitura dalla Colombia per violazione dei diritti umani

Enel rinuncia al carbone insanguinato della Colombia. Lo ha annunciato ieri l’amministratore delegato della società, Francesco Starace, nel corso dell’assemblea annuale degli azionisti. E lo hanno comunicato subito l’associazione Re:Common e la Fondazione finanza etica (gruppo Banca etica), che spingevano da tempo in questa direzione.

Come denunciato da Re:Common nell’aprile 2016 attraverso la pubblicazione di “Profondo Nero” e con il video “La Via del Carbone”, e come avevano confermati vari rapporti preparati dalla ong olandese Pax, il percorso del carbone dalla Colombia all’Italia era legato a gravi violazioni di diritti umani da parte delle unità paramilitari.

Enel ha deciso dunque di non rinnovare i contratti di fornitura con la multinazionale estrattiva statunitense Drummond, né con la svizzera Prodeco/Glencore. Un cambio di rotta che avrà importanti conseguenze pratiche. Dalla regione colombiana del Cesar, infatti, è arrivato finora il carbone che garantiva il funzionamento delle grandi centrali Enel di Civitavecchia e Brindisi, che da ora in poi dovranno dunque fare riferimento a nuove fonti di approvvigionamento.

La situazione a Bogotà, però, resta problematica. La Colombia è infatti il più grande produttore di carbone dell’America Latina e il quinto esportatore al mondo. E si stima che le sue riserve potrebbero durare ancora per altri 200 anni.

La Fondazione finanza etica (Ffe) e Re:Common sono soddisfatte della decisione presa ieri dal colosso energetico controllato al 23,6% dal ministero del Tesoro. Tanto che, per la seconda volta in dieci anni, la Ffe ha votato a favore del bilancio. «L’anno scorso con l’Ong olandese PAX e Re:Common abbiamo chiesto ad Enel di non importare più carbone dalla Colombia a causa delle violazioni dei diritti umani collegate alle attività minerarie e siamo stati ascoltati: i contratti di approvvigionamento sono stati terminati», ha dichiarato Andrea Baranes, presidente di Ffe. «Nel 2016, inoltre, il peso del carbone nel mix di produzione energetica di Enel è sceso dal 30% al 28%, mentre le rinnovabili sono salite dal 31% al 33%. Sono segnali molto positivi che abbiamo deciso di premiare con un sì al bilancio».

Sulla stessa linea il commento di Giulia Franchi di Re:Common: «Dopo anni di lavoro sulla spinosa questione del carbone insanguinato importato dalla Colombia, siamo molto contenti della decisione dell’Enel di non rinnovare i contratti di importazione della polvere nera dal Cesar e della Guajira».

I FRONTI APERTI

Fatte queste considerazioni, però, le due organizzazioni sottolineano che c’è ancora parecchia strada da fare. «Pensiamo che Enel debba fare molto di più sulla questione carbone: promettere di diventare carbon neutral entro il 2050 è del tutto inadeguato, le centrali esistenti vanno chiuse il prima possibile», ha aggiunto Franchi.

Re:Common sottolinea che «Enel possiede la più grande centrale a carbone d’Europa a Brindisi, oltre a “vantare” 7,000 MW di potenza a carbone installati in Italia. Inoltre controlla il 70 per cento di Endesa, la multinazionale elettrica spagnola che possiede più di 5,000 MW di potenza a carbone installata sul territorio iberico. Centrali che continuano a emettere enormi quantità di CO2 nell’atmosfera e inquinano localmente».

A questo proposito, inoltre, l’associazione ha lanciato proprio ieri un report condotto insieme ai ricercatori dell’Instituto Internacional de Derecho y Medio Ambiente, in cui si evidenziano le responsabilità della utility italiana, quale azionista di maggioranza di Endesa, nella produzione da carbone in Spagna e Portogallo e nell’assenza di un piano urgente di uscita dal carbone nella Penisola iberica. «Pensare a una transizione fuori dal carbone in Italia, per quanto ancora da definire, senza intervenire in Spagna, risulterebbe una contraddizione e un’ingiustizia macroscopica», sostiene Re:Common.

Anche la Fondazione finanza etica non risparmia critiche alla società guidata da Starace. «La centrale di Civitavecchia è tra i dieci impianti a carbone più inquinanti d’Europa. Brindisi è al diciottesimo posto. Nonostante le emissioni di Co2 di entrambi gli impianti siano scese sensibilmente nel 2016, non esiste ancora un piano per la chiusura di queste centrali», ha rilevato la Ffe nel corso del suo intervento all’assemblea degli azionisti.

IL PARCO DEL POLLINO

Gli interventi in assemblea sono stati fatti grazie alla strategia di azionariato critico condotto ormai da tempo dalla fondazione del gruppo Banca etica. «Nel 2007 abbiamo comprato 250 azioni di Enel», spiega Andrea Baranes, e «da allora interveniamo alle assemblee con il sostegno di organizzazioni come Re:Common e dei comitati locali contro le centrali inquinanti. Facciamo domande sui rischi ambientali e sociali dell’attività dell’impresa e sulla sua presenza nei paradisi fiscali».

Ebbene, proprio grazie a questa strategia, ieri è potuto intervenire in assemblea anche Ferdinando Laghi, primario dell’ospedale di Castrovillari (Cosenza) e vice-presidente nazionale dell’Associazione medici per l’ambiente Isde-Italia. Laghi, si legge in un comunicato diffuso dalla Ffs, ha criticato «l’inutilità e i danni all’ambiente arrecati dalla centrale a biomasse Enel del Mercure, all’interno del Parco Nazionale del Pollino».

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