«Libertà di stampa a rischio»

Del Freo: casi gravi in Turchia e Russia. In Italia pericoli mafie e pressioni politico-economiche

Il silenzio della autorità europee sulla mancanza di libertà di stampa in Turchia «è sconcertante». E ci sono altri paesi in Europa in cui la situazione è critica. Tra questi, «la Russia è sicuramente il caso più grave, con numerose morti di giornalisti rimaste impunite e le cui circostanze sono poco chiare». In Italia, poi, bisogna parlare senz’altro di giornalisti minacciati dalle mafie, «ma non dimentichiamo le pressioni di tipo politico ed economico che le testate grandi e piccole subiscono quotidianamente». A parlare così è Anna Del Freo, segretario generale aggiunto della Federazione nazionale stampa italiana (Fnsi) e membro del comitato esecutivo della Federazione europea dei giornalisti (Efj).

Osservatorio Diritti ha deciso di pubblicare questa lunga intervista in concomitanza con la Giornata mondiale per la libertà di stampa, il 3 maggio. E a pochi giorni di distanza dalla liberazione del giornalista italiano Gabriele Del Grande, detenuto per due settimane in Turchia, la più grande prigione al mondo per chi fa questo mestiere (oltre 150 sono incarcerati nel paese in questo momento). Del Freo, giornalista de Il Sole-24 Ore, partecipa oggi anche a un evento del Festival dei diritti umani di Milano, che quest’anno mette al centro proprio il tema della libertà d’espressione.

Serviva il caso Del Grande per parlare di quello che sta accadendo in Turchia?

I nostri grandi media hanno parlato in questi mesi di Turchia e della trasformazione politica che sta subendo: da quella che era una democrazia a un regime ormai dittatoriale, fino all’ultimo referendum e i presunti brogli elettorali, che sanciscono una trasformazione autoritaria. Molti articoli si sono occupati della repressione che sta avvenendo nel paese, anche se non si parla abbastanza di coloro che sono in carcere.

Qual è stata finora la risposta dell’Europa?

È sconcertante il silenzio delle autorità europee, c’è stata solo qualche raccomandazione da parte del Parlamento che ha sconsigliato di continuare l’adesione della Turchia. Ma qualcosa sta cambiando. Dopo l’arresto di Deniz Yucel, reporter tedesco corrispondente per Die Welt, anche Angela Merkel è uscita allo scoperto. L’assenza di una posizione dura è però dovuta al fatto che la Turchia è un importante partner commerciale e politico europeo, un paese cuscinetto in un’area del mondo molto calda. Inoltre è il membro della Nato con il secondo esercito più grande. Noi come Fnsi già un anno fa abbiamo incontrato l’allora ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni, e manifestato per i giornalisti turchi imprigionati.

Oggi la libertà di stampa sembra vacillare anche in paesi che fanno parte dell’Unione Europea

In Ungheria c’è una situazione a rischio, ma anche in Polonia, dove una parte dei media meno vicini al governo non se la passa bene. La Russia però è sicuramente il caso più grave, con numerose morti di giornalisti rimaste impunite e le cui circostanze sono poco chiare. Esiste un problema di sovranità per cui l’Unione non può fare molto, in questi casi ci vuole un tipo di lavoro diplomatico diverso. Quando l’autorità di uno stato è più forte, non a caso i primi a essere colpiti sono i giornalisti. L’Efj quest’anno si riunirà proprio a Bucarest per sottolineare come in queste zone il lavoro dei colleghi è in pericolo. In un primo momento avremmo voluto incontrarci a Istanbul, ma sono stati i giornalisti turchi a sconsigliarlo perché temono repressioni dal governo.

Al Festival dei diritti umani di Milano, come Fnsi, portate all’attenzione del pubblico un caso importante e dimenticato, quello di Andy Rocchelli.

Sì, stiamo spingendo molto affinché la morte di Andy Rocchelli passi all’attenzione nazionale come quella di Giulio Regeni. Lui era un reporter freelance ucciso in Ucraina insieme all’attivista Andrej Mironov, la cui morte è un mistero: non si sa chi l’abbia ucciso e perché. Anche l’Ucraina ha tentato più volte di insabbiare. In quest’occasione sarà dedicata a Rocchelli una mostra con i suoi scatti.

Passando all’altra sponda dell’Oceano, oggi negli Stati Uniti c’è un presidente che appena si è insediato ha puntato il dito contro i giornalisti. Che cosa potrebbe fare Donald Trump?

Posso dire, per fortuna, che gli Stati Uniti sono un paese in cui i giornali sono veramente molto potenti, molto che più da noi. Non sarà il primo Trump che passa a riuscire a demolire un sistema così ben strutturato.

L’organizzazione non governativa Reporter senza frontiere ha pubblicato qualche giorno fa il “World Press Freedom Index” 2017, la classifica annuale della libertà di stampa nel mondo. L’Italia si è piazzata al 52esimo posto su 180, recuperando 25 posti rispetto al 2016. Un passo importante, ma ancora una posizione bassa, dovuta alle minacce che molti giornalisti subiscono dalle mafie.

Esistono purtroppo casi che riguardano giornalisti noti, come Michele Albanese, Paolo Borrometti, Lirio Abbate, Giovanni Tizian e altri. Ma molte cose rimangono nell’ombra e riguardano minacce minori, angherie quotidiane che però condizionano il lavoro di centinaia di colleghi e che difficilmente si possono monitorare. Basti pensare ai giornali locali, dove autocensurarsi per paura di ritorsioni condiziona la libertà di espressione. Ma oltre a questo c’è molto altro.

Che cosa?

Parlare di giornalisti minacciati dalle mafie è importante, ma non dimentichiamo le pressioni di tipo politico ed economico che le testate grandi e piccole subiscono quotidianamente. Parlo per esempio di pubblicità. Tutti i giorni attraverso gli spazi pubblicitari avvengono sollecitazioni indirette a cui i direttori non possono opporsi. La situazione poi è critica visto che le aziende sono in crisi e gli spazi pubblicitari sono svenduti.

Cos’altro non funziona nel nostro giornalismo?

Un altro problema sono le grandi concentrazioni dei gruppi editoriali. Basti pensare alla fusione tra il gruppo Itedi ed Espresso, ma anche a quello che ha riguardato l’acquisizione da parte di Mediaset di quote di R101, Virgin Radio, Radio 105 e Radio Montecarlo. Situazioni di questo tipo comportano ridimensionamenti del personale. Ad esempio, per risparmiare e vendere meglio gli spazi pubblicitari si lavora a un solo giornale radio e si fa passare su tutte le radio allo stesso modo, limitando di molto la pluralità. Questo è dovuto anche a un handicap noto del giornalismo italiano: la mancanza di editori puri, che hanno cioè un loro business esclusivamente nell’informazione. Al contrario, al loro posto abbiamo imprenditori interessati più che alla qualità del prodotto a quello che un giornale può dire per loro.

Quali sono le principali battaglie della Federazione nazionale stampa italiana in questo momento?

Innanzi tutto quella sulle querele temerarie. La Fnsi, infatti, chiede una legge in proposito. Bisogna mettere un freno alle numerose querele fatte contro i giornalisti che indagano su mafie, corruzione e malaffare e usate come deterrente al loro lavoro, con l’unico scopo di bloccarlo. Oltre al carcere per giornalisti, una possibilità che va del tutto cancellata. Lo stesso discorso va fatto per le maxi multe previste per la diffamazione a mezzo stampa: sanzioni elevate limitano l’operato dei colleghi e rovinano interi giornali, sia grandi che piccoli.

Quanto influisce per un cronista avere un contratto invece che una semplice collaborazione senza garanzie? In che modo questo può limitare la libertà di espressione?

Il sindacato da sempre combatte per contrattualizzazioni di tipo articolo 1 (assunzioni fatte secondo l’art. 1 del contratto nazionale di lavoro giornalistico,ndr), ma oggi si tende a una precarizzazione del lavoro. Non si è freelance per scelta, ma perché costretti. Esistono moltissimi collaboratori che di fatto sono abusivi: lavorano in redazione come se fossero assunti. Queste situazioni passano sotto silenzio per paura di conseguenze. Fuori invece i collaboratori sono pagati sempre meno: so di casi di cinque euro a pezzo, questo incide molto sulla qualità dell’informazione. Il freelance è costretto a lavorare di fretta, fare il copia incolla, controllare meno le fonti o addirittura lavorare gratuitamente per vedere il proprio nome sul giornale, il tutto senza alcun rimborso. Questa diventa sopravvivenza per una paga irrisoria a scapito della qualità.

Qual è il legame tra libertà di stampa e democrazia?

L’informazione è un bene primario, un pilastro della democrazia e non si può pensare di trattarlo diversamente. È al pari dell’istruzione e della salute. E non bisogna scandalizzarsi se lo Stato decide di aiutare l’informazione.

I contributi pubblici all’editoria sono giusti?

Di aiuti all’editoria ce ne sono stati tanti, ma sono stati dati male. Ad aziende, cooperative, giornali politici, di partito o sull’orlo della chiusura. I fondi sono giusti, ma devono essere una spinta all’occupazione. Occorrerebbe una riforma del modo in cui vengono distribuiti. Di certo non è dandone di meno che si migliora il settore, anche perché la crisi economica ha colpito in maniera sei volte maggiore i giornalisti che gli altri lavoratori. Non sono d’accordo sul trattare il settore dell’informazione come un normale settore di mercato. È un ambito speciale che garantisce la democrazia nel paese. Ormai sono davanti ai nostri occhi le situazioni in Russia, Turchia, Egitto. La nostra è un’informazione con molti difetti, ma almeno esiste.

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