Cinque donne contro la multinazionale

La compagnia Vale contestata all'assemblea annuale: «Non rispetta comunità e ambiente»

A vent’anni dalla privatizzazione, la Vale ha dovuto affrontare un’assemblea degli azionisti piuttosto movimentata. Lo scorso 20 aprile, infatti, la multinazionale brasiliana è stata duramente contestata da cinque azioniste che sono intervenute all’incontro di Rio de Janeiro in rappresentanza dell’Articolazione internazionale delle vittime della Vale. Si tratta di un gruppo composto da organizzazioni e movimenti sociali di vario tipo nato nel 2009 per sostenere le comunità colpite dalle conseguenze sociali e ambientali dell’attività mineraria dell’azienda in Brasile, Argentina, Cile, Perù, Canada e Mozambico .

L’Articolazione ha contestato diverse azioni e decisioni della Vale: dai compensi stratosferici offerti al top management della società all’enorme debito accumulato con il sistema di previdenza brasiliano, da una polverizzazione della proprietà che rischierebbe di far uscire il baricentro dell’azienda dal paese sudamericano a un consumo d’acqua eccessivo nello svolgimento delle attività estrattive.

E non è tutto. Gli interventi fatti nel corso dell’assemblea hanno messo in discussione la gestione del disastro ambientale di fine 2015, quando da due dighe della società mineraria Samarco, controllata dalla Vale e dall’anglo-australiana BHP Billiton, erano fuoriusciti fanghi tossici che avevano raggiunto l’Atlantico provocando morti ed enormi danni ambientali. E si è parlato pure dei vari danni causati dal passaggio del treno che trasporta i minerali dallo stato del Pará a quello del Maranhão, nel Nordest del Brasile, così come dell’alto tasso di conflittualità tra la multinazionale e le comunità attraversate dai binari a causa del mancato ascolto delle esigenze della popolazione locale.

Insomma, le denunce di violazioni di diritti nei confronti della Vale sono state parecchie. E le proposte pure: tra le altre, è stata lanciata l’idea di utilizzare i profitti realizzati dalla società mineraria nell’ultimo anno per recuperare il bacino del Rio Doce, il fiume che dava il nome all’azienda al momento della privatizzazione (si chiamava, appunto, Vale do Rio Doce).

ATTACCO ALL’AMBIENTE

Secondo il report firmato da Gilka Resenda, della Federazione di organi per l’assistenza sociale ed educazionale (Fase), e da Mikaell Carvalho, della rete Sui binari della giustizia (JnT), uno dei comportamenti contestati alla multinazionale è quello dell’eccessivo consumo di acqua per l’attività mineraria. «Il settore da solo risponde del 51% dei conflitti di acqua nel Brasile, secondo i dati della Commissione pastorale della terra», si legge nel rapporto.

Le azioniste critiche hanno spiegato che «le attività della Vale, come quella di Jazida de Apolo, nella Serra del Gandarela (stato di Minas Gerais), mettono in pericolo il potenziale turistico del luogo, la produzione di acqua per la regione metropolitana di Belo Horizonte e la conservazione della biodiversità».

«Chiaramente la società conosce già i rischi», sostiene l’Articolazione internazionale. Che ha sottolineato che, tra gli impatti della rottura della diga della Samarco, «uno dei più violenti è stata la contaminazione del bacino del Rio Doce». Secondo Ana Paula dos Santos, della rete Sui binari della giustizia, nella relazione annuale «la Vale passa l’immagine di un’impresa responsabile, impegnata con la società», ma proprio «l’episodio del rompimento della diga in Minas Gerais ha mostrato al mondo, in maniera più dolorosa, quanto sia violenta l’attività dell’impresa».

Su questo punto, continua il report, la stessa Vale ha dato la propria versione dei fatti nell’assemblea annuale, parlando della fondazione Renova, costituita nel marzo 2016 per rimediare ai danni causati dal rompimento della diga e la cui nascita era stata controfirmata dal governo federale di Brasilia e dagli stati di Minas Gerais ed Espírito Santo, dove era avvenuto il disastro. Alla fine, però, continua la ricostruzione della posizione dell’azienda fatta da Resenda e Carvalho, «su richiesta del pubblico ministero federale, il tribunale regionale federale annullò l’omologazione» della fondazione. Conclusione? «Il processo di elaborazione dell’accordo, tuttavia, non ha più permesso la partecipazione delle persone colpite dalla rottura della diga».

Le azioniste critiche hanno messo in discussione la relazione della Vale. «I dati presentati non contribuiscono a capire se, di fatto, la fondazione stia agendo effettivamente o meno», ha fatto notare Carolina Moura del Movimento pelas Serras e Águas de Minas (MovSam). «Per esempio, hanno detto che sta lavorando insieme a 300 agricoltori familiari, ma non hanno chiarito quanto lavoratori e lavoratrici rurali siano stati effettivamente raggiunti. In questo modo, non è possibile stabilire se il lavoro in corso corrisponda alla necessità reale provocata dal rompimento della diga», ha concluso Moura.

I BINARI DEI CONFLITTI

All’assemblea di Rio de Janeiro si è parlato anche dell’S11D, uno dei più grandi progetti della Vale in corso di attuazione. La società ha aperto una nuova miniera nello stato brasiliano del Pará e, per garantire il trasporto del minerale che sarà estratto, soprattutto ferro, sta duplicando la rete ferroviaria e ampliando altre infrastrutture collegate. A questo riguardo, si legge sempre nel report, la multinazionale ha dichiarato di star prendendo tutte le misure necessarie per evitare incidenti e di aver già installato 20 punti per l’attraversamento dei binari e di averne previsti altrettanti, al fine di garantire passaggi sicuri per persone e animali.

Anche questi argomenti, però, sono stati contestati. Ana Paula dos Santos ha detto che le misure adottate non sono efficaci, visto che le installazioni non si trovano nei punti indicati dagli abitanti delle comunità che stanno subendo le conseguenze di questi lavori. Nella sua dichiarazione di voto, dunque, l’attivista della rete Sui binari della giustizia ha detto che sono necessari più viadotti, sopraelevate e tunnel per evitare incidenti e morti.

Tra le varie accuse mosse a questo progetto, dos Santos ha fatto notare anche come le strategie della compagnia non siano state in grado di ridurre «l’alto indice di conflitti tra l’impresa e gli altri attori nel territorio». Secondo la rete JnT, infatti, «ci sono state per lo meno 53 manifestazioni contro l’S11D tra il 2012 e il 2015».

COMPENSI STELLARI

Tra i tanti punti contestati duramente alla società nel corso dell’incontro di Rio de Janeiro, c’è anche la politica dei compensi dei manager. «Pur essendo indebitata, la Vale prevede di aumentare di quasi il 78% la remunerazione del suo consiglio d’amministrazione, stabilendo il valore speso in oltre 161 milioni di reais», pari a circa 46,5 milioni di euro.

«Solo il salario mensile del nuovo presidente della società mineraria sarà di 550 mila reais», poco meno di 160 mila euro, si legge ancora nel report. Che sottolinea: «L’importo è pari a oltre 500 volte il valore del salario minimo nel paese, attualmente fissato a 937 reais». E c’è dell’altro: «Considerando i bonus, la somma ricevuta dal presidente può arrivare a 12 milioni di reais l’anno», quasi 3 milioni e mezzo di euro.

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