Diventare prostituta in 30 giorni

Storia di una donna nigeriana costretta a prostituirsi in Italia come tante connazionali

«Non voglio essere una prostituta». Lo scrive su Facebook, in una chat privata, il 4 settembre 2016. «Dove ti trovi?», le chiediamo. «Porta Nuova», risponde. «Alla stazione dei treni?». «No scusa, Porta Palazzo, sono vicine». Non confermerà mai di essere diventata una prostituta, ma da allora le sue comunicazioni si fanno rare e quelle poche volte che risponde non fornisce dettagli, non parla più di se stessa, rifiuta l’aiuto di avvocati e di reti che si occupano di tratta delle donne. Sul suo profilo si moltiplicano le foto sopra i treni, gli abiti e le capigliature diverse, i commenti di vari uomini nigeriani tipo «Italian girl go to work» («donna italiana va al lavoro»). Ma lei un lavoro non ce l’ha.

Quando Tracy è nata (il nome è di fantasia, la storia no), nel febbraio del 1996, non aveva idea che avrebbe festeggiato il suo 21esimo compleanno in una camera da letto di Torino. Il viaggio che l’ha portata fino in Piemonte è iniziato oltre un anno fa alla periferia di Lagos, capitale della Nigeria. Dentro a un centro estetico, dove lavorava come parrucchiera per donne e aveva un fidanzato. Ed è proseguito attraverso Agadez, in Niger, dove ha incontrato trafficanti e passeur da pagare per raggiungere l’oasi di Sebha. E attraverso la pillola per non rimanere incinta in Libia durante la permanenza forzata nelle connection house, letteralmente delle “case di collegamento”. Infine la partenza su un gommone, alla mezzanotte del 21 luglio, dalle spiagge di Zuwarah, uno dei fortini del traffico di uomini della Libia nord-occidentale.

LO SBARCO IN ITALIA

Il gommone è stato avvistato in mare all’alba e le persone sono state salvate con un’operazione conclusa alle 10 del mattino con il coinvolgimento di Guardia costiera italiana, Sea Watch 2 (imbarcazione dell’omonima ong tedesca che opera nel Mediterraneo centrale) e Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Roma (Mrcc).

Tracy e le sue quattro amiche, tutte nigeriane, cristiano-animiste e di etnia Igbo, quella mattina hanno vissuto qualche ora di serenità a bordo della Sea Watch 2, prima di essere trasbordate a Lampedusa da uno dei mezzi d’altura classe “300” della Guardia costiera.

Hanno ballato e cantato delle canzoni: la prima, d’amore, tratta dalla colonna sonora del film “A milion tears”, un blockbuster strappalacrime girato a Nollywood dal produttore Chico Ejiro; una seconda, cantata in lingua pidgin, a firma dalla pop star nigeriana “Tekno”; e infine un “Hallelujah” musicato. «È una preghiera molto popolare nelle chiese nigeriane. È un inno di ringraziamento a Dio dopo che lui ti ha tirato fuori da una situazione critica o dalle difficoltà», spiega Oghenero Ezaza, in arte “Genza”, un poeta e scrittore che vive nella nazione più popolosa d’Africa.

L’ARRIVO AL NORD

Tracy è arrivata a Torino un mese dopo questi fatti e si è ritrovata dentro un appartamento con altre tre ragazze, da dove diceva di non voler fare la prostituta. La sua storia è uguale a tante altre: secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), dopo anni in cui gli arrivi delle donne nigeriane via mare hanno avuto un andamento altalenante, con un picco nel 2007, dal 2014 in poi l’Italia assiste a un aumento inusuale e a un consolidamento di questa tendenza: l’80 per cento delle donne sono destinate al mercato della prostituzione. Capita in particolare quando spariscono dai radar del ministero degli Interni, ma di frequente anche quando intraprendono percorsi di regolarizzazione dentro strutture di accoglienza.

L’Oim spiega che lo sfruttamento sessuale avviene «sotto il controllo di fantomatici mariti, fidanzati, sorelle putative» o di veri e propri sfruttatori e sfruttatrici come i “bros”, le “maman” o “madame”.

LO SCHEMA

Il primo contatto con la rete di sfruttatori segue uno schema preciso. Chi ha assistito a un’operazione di soccorso in mare lo sa. Le ragazze hanno dei numeri di telefono scritti a mano su foglietti di carta e avvolti nella plastica per proteggerli dalle onde. A volte sono semplici numeri di parenti e amici, ma spesso portano al referente in Italia che ha promesso un posto di lavoro come badante, parrucchiera o donna delle pulizie. Nascondono i foglietti in tasca oppure, se hanno ricevuto indicazioni già in Libia, li mascherano fra i riccioli dei lunghi capelli dove sono impossibili da trovare.

Le vittime vengono prelevate e portate al Nord dentro quartieri specifici: Porta Palazzo, storico quartiere dei mercati generali a Torino, e Niguarda, nella periferia nord-est di Milano.

Sul capoluogo piemontese un dossier stilato nel 2014 dall’associazione “Amici di Lazzaro”, che lavora per le strade della provincia con le proprie unità di strada per fornire supporto psicologico, materiale e informare le ragazze che chi denuncia il proprio sfruttatore ha diritto al permesso di soggiorno, parla di «369 donne nigeriane incontrate nel 2014 di cui 289 risultano sicuramente sfruttate».

Mentre a Milano il 98% delle donne è trafficato, come è emerso dall’ultima audizione della Caritas in Commissione politiche sociali, ma il fenomeno ha subito profondi mutamenti negli anni. C’è una parte della prostituzione che è invisibile e sfugge al monitoraggio perché è diventata indoor: appartamenti, siti di annunci, forum di recensioni, prostituzione visiva.

Le nigeriane sono una delle nazionalità in aumento (seppur ancora minoritarie rispetto alle donne dell’Est europeo), anche per via della ricattabilità. Non denunciano per timore di violenze, perché hanno promesso alla famiglia d’origine di saldare i debiti o perché sono state sottoposte a riti woodo dentro gli “shrines”, i templi in cui questi riti possono assumere anche sembianze cruente o macabre con prelievi di unghie, capelli, peli pubici o il sacrificio di animali.

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