Fuga dal Venezuela

Human Rights Watch: migliaia di persone verso il Brasile per mancanza di cibo e medicine

Decine di migliaia di persone stanno scappando dal Venezuela per una grave crisi umanitaria in corso. Lo denuncia l’organizzazione non governativa Human Rights Watch, che parla di «gravi mancanze di medicine e cibo» nel paese latinoamericano.

Per migliaia di venezuelani in fuga la destinazione è lo stato brasiliano della Roraima. «Alcuni cercano protezione come rifugiati, altri lavori temporanei, mentre altri vanno solo in visita alla ricerca disperata di assistenza sanitaria», dice la ong. Una situazione che sta avendo pesanti conseguenze sulla gestione del sistema sanitario e di ospitalità della Roraima, ormai vicina al collasso.

Dal 2014 a oggi oltre 12 mila persone sono entrate e sono rimaste in Brasile, con una crescita di cinque volte dall’inizio della crisi: prendendo in considerazione solo il periodo gennaio-novembre 2016, il totale ha raggiunto quota 7.150. «Molti venezuelani stanno vivendo in condizioni precarie sulle strade e in rifugi a Boa Vista, la capitale della Roraima. E nonostante le difficili condizioni, tutti gli oltre 60 venezuelani intervistati da Human Rights Watch a febbraio dicono di stare meglio in Brasile che in Venezuela».

La ong ha ascoltato i racconti di tanti cittadini che hanno deciso di attraversare il confine nelle ultime settimane. Come quello di Barbara Rosales, una donna di 21 anni che era andata in un ospedale nella città Santa Elena de Uairén, in Venezuela, per una complicanza al sesto mese di gravidanza. La struttura a cui si era rivolta, non avendo la possibilità di risolvere la situazione, ha deciso di mandare la donna in Brasile in auto accompagnata da un’infermiera. Arrivata in Brasile, Rosales è stata subito ricoverata e dopo cinque giorni ha avuto il bambino, che pesava un chilo ed è stato inserito nel reparto di terapia intensiva.

Altre persone raccontano di essere andati in Brasile alla ricerca di medicine. Geraldine Dhil, 32 anni, per esempio, aveva bisogno di farmici antitumorali per la figlia di 13 anni. E quando il personale di Human Rights Watch ha intervistato Dhil, la donna aveva già fatto a piedi un percorso di circa 200 chilometri dal confine fino a Boa Vista.

IL FRONTE BRASILIANO

La domanda crescente di servizi a questo punto rischia di mettere in crisi il sistema sanitario brasiliano. L’ospedale generale della Roraima, che ha dà assistenza all’80% di tutti gli adulti dello stato, ha avuto 1.815 richieste da parte di cittadini venezuelani nel 2016, una cifra tre volte più alta rispetto al 2015. A febbraio la direzione della struttura ha dichiarato che sta ricevendo una media di 300 pazienti al mese provenienti dalla nazione vicina. E il numero di donne venezuelane alla ricerca di assistenza per la maternità sono raddoppiate lo scorso anno, arrivano a 807. All’ospedale di Pacaraima, città brasiliana di confine, circa l’80% dei pazienti arrivano dal Venezuela.

I grandi afflussi non sono l’unico problema. Secondo gli operatori sanitari intervistati dalla ong, infatti, i venezuelani arrivano nelle strutture in condizioni di salute critiche, spesso dopo aver cercato aiuto nel proprio paese e non averlo trovato. Diversi pazienti, per esempio, sono seguiti per complicazioni di altre malattie non trattate in modo adeguato nelle loro prime fasi, come Hiv/Aids, polmonite, tubercolosi e malaria. In molti di questi casi, dunque, i medici locali riferiscono che alla fine è necessario il ricovero del paziente. E tutto questo in un contesto complicato in partenza, dato che già prima dell’arrivo di cittadini dal Venezuela la capacità degli ospedali locali di rispondere ai cittadini brasiliani era definita «insufficiente».

RIFUGIATI SÌ, RIFUGIATI NO

Secondo informazioni raccolte dall’ufficio dell’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) in Brasile negli ultimi cinque mesi, riferisce ancora la ong, l’afflusso di venezuelani è misti: alcuni potranno ottenere il riconoscimento del diritto alla protezione umanitaria come rifugiati, mentre ad altri questo diritto non sarà riconosciuto.

Il governo brasiliano ha fatto sapere che il numero di richiedenti asilo venezuelani è in crescita esponenziale: si è passati dalle 54 domande del 2013 alle 2.595 presentate nei primi undici mesi del 2016. E i ritardi nelle risposte a questo punto si fanno importanti. Secondo dati aggiornati allo scorso dicembre, infatti, il ministero della Giustizia di Brasilia aveva deciso solo su 89 delle 4.670 richieste di asilo presentate da cittadini venezuelani dal 2012. E l’asilo è stato concesso finora solo a 34 persone.

Più di 4 mila venezuelani in Roraima sono stati bloccati per mesi in una lista d’attesa per poter presentare la richiesta d’asilo, fa sapere ancora Human Rights Watch. Un’ulteriore complicazione, visto che la legge brasiliana permette a chi ha già presentato la richiesta di rimanere legalmente nello stato e ottenere permessi lavorativi e inserimenti dei figli a scuola, ma non è chiaro cosa accadrà a chi sta ancora aspettando di poter presentare fare domanda di asilo (in alcuni casi l’appuntamento è stato dato per il 2018). In ogni caso, dunque, queste persone non hanno la possibilità di ottenere lavori in regola e sono quindi vulnerabili ad eventuali situazioni di sfruttamento.

Nel 2016 le autorità locali hanno espulso 514 venezuelani dalla Roraima, contro i 20 del 2015. In aggiunta, la polizia federale aveva cercato di espellere altri 450 indigeni venezuelani Warao, fa sapere la ong, ma l’ufficio federale dei difensori d’ufficio è riuscito a bloccare questa decisione poco prima che fosse eseguita.

A questo punto, una soluzione tampone potrebbe arrivare da una decisione presa a marzo dal  Consiglio nazionale brasiliano per la migrazione. L’organo, che fa parte del ministro del Lavoro, ha approvato infatti una risoluzione per garantire un permesso di soggiorno di due anni ai cittadini venezuelani. «Una decisione che potrebbe alleggerire la pressione sull’ingolfato processo di asilo brasiliano, se implementata in modo adeguato», ha commentato la ong.

LA PRESSIONE INTERNAZIONALE

Vista la gravità della situazione, il 28 marzo venti membri dell’Organizzazione degli stati americani (Oas), che già aveva messo sotto osservazione Caracas nel corso del 2016, hanno deciso che la crisi del Venezuela sarà affrontata agli incontri del Consiglio permanente, nonostante le proteste del paese che considera questa scelta un intervento nei propri affari interni. Nel corso del dibattito, alcuni membri della Oas hanno dichiarato che la crisi sta mettendo a rischio i diritti umani e la democrazia. E nei giorni seguenti – dopo che il Tribunale supremo di giustizia si era attribuito il potere legislativo togliendolo al Parlamento con una decisione del 29 marzo poi parzialmente rivista – diversi paesi hanno inviato messaggi allarmati sugli sviluppi della situazione.

Il 18 aprile Human Rights Watch ha presentato gli esiti delle proprie interviste sul campo al segretario generale della Oas, Luis Almagro. «Il Brasile sta avendo problemi ad affrontare i bisogni urgenti dei venezuelani che sono vittime di una crisi umanitaria per cui è largamente responsabile l’amministrazione Maduro (il presidente in carica, ndr)», ha dichiarato José Miguel Vivanco, direttore per le Americhe della ong. «Il Brasile e altri governi regionali devono fare pressione sul governo venezuelano affinché smetta di negare la crisi e prenda misure adeguate per risolvere il problema».

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