Mamme tra mobbing e discriminazioni

Dallo sportello d'ascolto Cisl emergono trattamenti di serie B per lavoratrici in gravidanza

Donne e gravidanza sono due parole nate per stare insieme, ma in Italia sembrano stridere quando c’è di mezzo il lavoro. Lo confermano gli addetti ai lavori e i dati. E lo raccontano le dirette interessate. Che dipingono un quadro di discriminazioni e violenze subdole, che puntano a mettere in difficoltà le future madri e, in misura minore, i rispettivi coniugi, fino a farle dimettere o accettare di essere demansionate pur di mantenere il posto di lavoro.

Angela, per esempio, lavora da due anni in una piccola azienda che opera nel mondo del gioco d’azzardo via internet e prima della gravidanza era assistente del proprietario. Quando è rimasta incinta sono iniziati i primi screzi e al rientro della maternità è cambiato tutto: il capo ha smesso di rivolgerle la parola, i colleghi hanno iniziato a snobbarla e alla fine è stata spostata al call center.

Bruna lavora invece in un’agenzia di recupero crediti, fatturazione e gestione del personale. Al ritorno dalla maternità la donna racconta di aver ricevuto insulti da parte del datore di lavoro e la sua scrivania oggi è rivolta al muro in una stanza dove non c’è nessun altro. Le sue ferie sono state spostate con scuse pretestuose e i dipendenti sono stati invitati a non rivolgerle la parola. Bruna va avanti così da due anni, con  depressione annessa.

Queste sono solo alcune delle tante testimonianze raccolte ogni giorno dallo sportello d’ascolto Disagio lavorativo e mobbing della Cisl di Roma e Rieti. Il responsabile, Fernando Cecchini, autore del libro “Dal mobbing al disagio allo stress correlati al lavoro“, precisa che «vista la situazione occupazionale in Italia, i lavoratori si lamentano meno ma rimangono in sofferenza e, per una serie di motivi ben intuibili, le lavoratrici sono le più colpite».

Lo conferma il grafico che traccia l’andamento dei casi arrivati allo sportello tra il 2000 e il 2015 (vedi sotto). Tra il 2000 e il 2002, per la scarsa conoscenza del mobbing si registrava un basso numero di presenze. Nell’intervallo compreso tra il 2002 e il 2007, invece, si è avuta una esplosione dovuta alle prime sentenze vinte dai lavoratori. Dal 2007 al 2015, infine, è evidente la crisi economica, che ha portato i lavoratori a rinunciare ai propri diritti. Dal grafico si nota poi una diminuzione costante dei lavoratori con un incremento delle lavoratrici: il punto di intersezione è il 2008, poi continua in parità fino al 2010 e da quel punto in avanti inizia una netta discriminazione verso le lavoratrici.

Per l’avvocata Tatiana Biagioni, giuslavorista, presidente del comitato Pari opportunità dell’ordine degli Avvocati di Milano e presidente di Agi Lombardia, «l’atteggiamento discriminatorio sul luogo di lavoro nei confronti delle donne in gravidanza è determinato da un approccio culturale ancora sbilanciato a favore dell’uomo e che considera la cura della famiglia appannaggio esclusivo, o quasi, della donna». «Un fenomeno carsico, di cui non si hanno dati aggregati precisi».

QUALCHE DATO

I dati sono difficili da reperire, anche a causa della frammentazione del fenomeno, che viene tracciato a seguito di una serie di denunce raccolte di volta in volta dai singoli sportelli sindacali o dagli avvocati che si occupano della materia. Così, gli ultimi dati aggiornati risalgono al 2015. E non sono rosei.

Secondo l’Osservatorio nazionale mobbing in Italia «negli ultimi due anni (2013-2015) sono state licenziate o costrette a dimettersi 800 mila donne, di cui 350 mila sono quelle discriminate per via della maternità o per richieste che tendevano ad armonizzare il lavoro con le esigenze famigliari». Inoltre, «a causa del mobbing post-partum 4 donne su 10 sono state costrette a dare le dimissioni: 21% al Sud, 20% al Nord-Ovest, 18% al Nord-Est – il resto nelle isole e nelle periferie».

IN PUNTA DI LEGGE

«La legge prevede che le lavoratrici licenziate a causa della gravidanza o della maternità – e quindi con un licenziamento discriminatorio – devono essere obbligatoriamente reintegrate», continua l’avvocata Biagioni. «Il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti, che permette al datore di lavoro di licenziare illegittimamente una persona con la sola conseguenza di un risarcimento del danno pari a quattro mensilità, non è per fortuna applicabile in caso di licenziamento discriminatorio, per il quale vige ancora l’articolo 18».

Per Biagioni il mobbing è un problema che «colpisce tutti, non solo la donna, ma in tema di discriminazioni di genere non c’è al momento ancora un approccio culturale che consideri la maternità come una questione sociale e che permetta di trattarla, dal punto di vista del welfare, in termini di genitorialità».

«Altro punto fondamentale della questione continua a rimanere la disparità di trattamento economico delle donne rispetto agli uomini. In una famiglia, se si deve scegliere a quale parte di reddito rinunciare, di sicuro si opta per quello più basso, quindi, nella maggior parte dei casi, quello della donna».

Anche per questo è stata emanata una legge piuttosto stringente in materia, la 151/2001, che punta a tutelare e sostenere non solo la maternità, ma anche la paternità. L’articolo 3, per esempio, vieta «qualsiasi discriminazione per ragioni connesse al sesso», con particolare riguardo a ogni trattamento sfavorevole «determinato dallo stato di gravidanza, nonché di maternità o paternità, anche adottive».

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