Viaggio nel ghetto più grande d’Italia

"Medici per i diritti umani" denuncia una situazione «drammatica» nella Piana di Gioia Tauro

A San Ferdinando oltre 2.500 lavoratori migranti vivono in condizioni spaventose in quello che è diventato uno dei più grandi ghetti d’Italia. Condizioni abitative e igienico-sanitarie drammatiche, grave sfruttamento lavorativo, presenza del caporalato, insufficiente presenza di personale sanitario, ambulatori del servizio pubblico fatiscenti.

Queste persone sono soprattutto giovani subsahariani arrivati da poco in Italia «attraverso un viaggio segnato da violenze e abusi di ogni tipo». Ma ci sono anche donne, «spesso vittime dello sfruttamento della prostituzione». E stranieri che vivono in Italia da anni e che, dopo aver perso il lavoro a causa della crisi, sono tornati a lavorare nelle campagne del Sud.

È quanto emerge da “Terraingiusta”, il report di Medici per i diritti umani (Medu) sulle condizioni di vita e di lavoro dei braccianti stranieri a San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro (Reggio Calabria). Un documento che offre anche la possibilità di ascoltare le storie di alcuni dei protagonisti della filiera degli agrumi di quella zona attraverso le testimonianze raccolte tra ghetti e aranceti in una mappa sonora curata da Medu ed Echis, accompagnata dalle foto di Nadia Lucisano e dalle musiche di Nosenso.

I pazienti visitati sono 553, di cui 35 donne, per un totale di 708 visite. Sono giovani, in media hanno 30 anni, nella metà dei casi sono arrivati in Italia da meno di 3 anni e provengono da Mali, Senegal, Ghana, Gambia, Marocco, Costa d’Avorio, Burkina Faso e Nigeria. La maggior parte ha un permesso di soggiorno regolare (79,4%), principalmente per richiesta di asilo (39,2%) e motivi umanitari (37,8%).

IL LAVORO

Nonostante la regolarità del soggiorno e l’aumento dei controlli da parte delle forze dell’ordine, solo il 21% dei lavoratori incontrati da Medu aveva un contratto di lavoro (+10% rispetto alla stagione 2014-15). E questo, in ogni caso, può non essere sinonimo di stabilità. «Anche in questi casi – si legge nel rapporto – si tratta di lavoro grigio: nonostante la presenza di un contratto infatti, la principale modalità di impiego resta quella a cottimo o a giornata, con una paga media giornaliera di 28 euro. Più del 70% dei lavoratori incontrati da Medu inoltre, non sapeva cosa fosse una “busta paga” né la “disoccupazione agricola” e il 43% dei pazienti ha affermato di doversi affidare ad un caporale per trovare lavoro (-21% rispetto alla stagione di raccolta 2014-2015)».

Secondo le testimonianze, inoltre, il trasporto e l’organizzazione del lavoro sono gestiti dai caporali, che vengono ricompensati dai datori di lavoro con l’assunzione e il versamento delle giornate contributive ai fini della disoccupazione, il rimborso dei costi del carburante e, talvolta, con un “premio produzione” a fine stagione.

LE CONDIZIONI DI VITA

La clinica mobile di Medu ha operato soprattutto in due insediamenti: la tendopoli e una fabbrica abbandonata nella zona industriale di San Ferdinando, dove, tra tende, baracche e stabili abbandonati, hanno trovato rifugio circa 2.500 persone (+30% rispetto al 2014/15).

«Nella Fabbrica – un capannone industriale abbandonato – vivono circa 500 persone in condizioni spaventose», si legge nel report. Che aggiunge: «All’interno della struttura non sono presenti servizi igienici, acqua potabile, energia elettrica (se non piccoli e occasionali generatori a benzina) né tantomeno è garantita la raccolta dei rifiuti, pertanto l’area è circondata da cumuli di spazzatura». In altre parole, pare di capire, non c’è nulla di ciò che servirebbe per garantire una vita dignitosa.

«Anche la tendopoli versa in condizioni di estremo degrado, se possibile ancora peggiore rispetto alla Fabbrica», continua l’associazione. Nell’ultimo anno, infatti, «l’aumento delle persone presenti (circa 2.000) si è accompagnato al peggioramento delle condizioni igieniche e strutturali dell’insediamento, che di fatto è diventato il più grande ghetto d’Italia».

La relazione parla, tra l’altro, di docce e latrine a cielo aperto, tende e baracche costruite in legno e plastica adibite a dormitori, accesso all’acqua garantito solo da alcuni rubinetti nei bagni.

Rispetto al passato ci sono molte più donne, passate da poche unità a circa un centinaio di persone in un paio di stagioni. «Si tratta, nella maggior parte dei casi, di giovani donne con un’età tra i 20 e i 30 anni provenienti dalla Nigeria e dedite ad attività di prostituzione. Alcune di loro hanno dichiarato di essere state precedentemente alloggiate in appartamenti a Rosarno e di essersi spostate presso la tendopoli in seguito agli sgomberi voluti dal Sindaco Giuseppe Idà».

Durante i 708 consulti medici effettuati dal Medu, le patologie più frequentemente riscontrate sono state le patologie dell’apparato respiratorio (21,2%), dell’apparato digerente (19%) e dell’apparato muscolo scheletrico (14,7%). «Si tratta di disturbi strettamente correlati alle pessime condizioni abitative e lavorative», denuncia il rapporto. Che sottolinea anche che tra i problemi riscontrati «seguono i traumatismi (10,6%) tra cui rientrano i numerosi casi diagnosticati di geloni e i principi di congelamento delle estremità inferiori che ben testimoniano le drammatiche condizioni in cui i migranti si sono trovati a vivere durante l’inverno».

LA RACCOLTA DEI DATI

Il report, realizzato per il il quarto anno consecutivo, è stato preparato tra dicembre 2016 e marzo 2017. In questo periodo il personale di Medici per i diritti umani ha operato con una clinica mobile con un team composto da una coordinatrice, un medico e due mediatori culturali, prestando prima assistenza medica e orientamento socio-sanitario presso la tendopoli e una fabbrica abbandonata nella zona di San Ferdinando.

Ha anche collaborato con l’Azienda sanitaria provinciale, sostenendo con un medico e due mediatori culturali l’attività dell’ambulatorio per stranieri di Rosarno.

LE CONCLUSIONI

«Sono due i fenomeni che si evidenziano nelle campagne della Piana di Gioia Tauro», si legge nel rapporto. «Da un lato, il ritorno di lavoratori stranieri che da anni vivevano e lavoravano in Italia, soprattutto al Nord, e che, a causa della crisi, si sono ritrovati senza impiego, dall’altro, il crescente numero di nuovi arrivati, per lo più richiedenti asilo, spesso in fase di ricorso contro il diniego da parte delle Commissioni territoriali. Questi lavoratori si trovano ad affrontare una condizione di estrema precarietà abitativa e lavorativa a cui si aggiunge l’incertezza circa la regolarità del soggiorno».

«Nonostante gli impegni presi un anno fa, poco o nulla è stato fatto dalle istituzioni per migliorare le condizioni in cui vivono i braccianti impiegati nella raccolta degli agrumi», si legge nel rapporto. «Anche le condizioni lavorative permangono segnate da forme di grave sfruttamento e dalla piaga del caporalato, nonostante un modesto aumento dei contratti di lavoro».

Le proposte del Medu per affrontare la situazione, dunque, sono queste: rilancio dei centri per l’impiego, legalità del lavoro, trasporti pubblici, housing sociale, sblocco della burocrazia, valorizzazione del servizio sanitario pubblico con personale adeguato e strutture dignitose.

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