Diritti umani sotto i piedi

Rapporto Centro nuovo modello di sviluppo-Fair: lontani dal rispetto di chi produce scarpe

Frammentazione della filiera. Corsa verso il basso dei prezzi. Salari al di sotto della soglia di povertà. Sono alcuni dei risultati emersi dall’inchiesta “Il vero costo delle nostre scarpe“, realizzata dal Centro nuovo modello di sviluppo e Fair nell’ambito del progetto “Change your shoes” che ha analizzato le filiere produttive di tre grandi marchi di calzature: Tod’s, Geox e Prada.

«Questa inchiesta è una lente di ingrandimento su un settore in cui siamo ancora lontani dal rispetto dei diritti umani e sindacali di chi produce le scarpe», si legge nel documento. Una situazione che riguarda anche l’Europa che, come mette in evidenza l’inchiesta, sta vivendo il fenomeno del reshoring, cioè della rilocalizzazione. «Molte imprese italiane ed europee stanno riportando in Italia e in Europa le attività che avevano delocalizzato in Asia – spiega Deborah Lucchetti, presidente di Fair e portavoce della Campagna Abiti puliti – perché l’abbassamento del costo del lavoro, i vantaggi fiscali e le competenze del manifatturiero sono appetibili». A essere interessati da questo fenomeno sono soprattutto i Paesi dell’Est dove i salari, a volte, «sono anche un quarto o un quinto di un salario dignitoso».

Progettazione del modello, manifattura della tomaia, montaggio della scarpa. Nel caso di Tod’s, Geox e Prada, la progettazione viene sempre realizzata internamente, mentre la produzione può essere totalmente interna (rara), totalmente esterna (molto utilizzata) o mista (abbastanza diffusa). Ad esempio, Tod’s produce al suo interno alcune scarpe di altissima gamma e Geox scarpe di gamma medio-bassa nel suo stabilimento in Serbia. Nella filiera mista alcune fasi produttive sono realizzate negli stabilimenti di proprietà, altre in calzaturifici esterni. Ad esempio, per le scarpe di fascia alta Tod’s esternalizza la produzione di tomaie e realizza internamente il montaggio, per quelle di fascia media a marchio Hogan fa produrre le tomaie nel suo stabilimento in Albania mentre il montaggio viene realizzato da terzisti italiani dislocati sulla costa adriatica.

La filiera totalmente esterna prevede un contratto di fornitura con una sola azienda, ma di fatto è un sistema che ne coinvolge molte dove quella che intrattiene i rapporti con il marchio committente si chiama “capofiliera” e tutte le altre “subfornitori”. Come si legge nell’inchiesta, «i terzisti capofiliera utilizzati da Geox si trovano all’estero, prevalentemente in Estremo Oriente, ma non manca l’Europa dell’Est. Tod’s, invece, li ha prevalentemente distribuiti tra Marche, Abruzzo e Puglia ma dispone di terzisti capofiliera anche in Romania per la produzione delle scarpe a marchio Hogan Rebel. Prada, nel 2015, intratteneva rapporti produttivi anche col gruppo cinese Stella International Holding, che dispone di stabilimenti calzaturieri in Cina, Vietnam, Indonesia e Bangladesh ma, vista la progressiva perdita di competitività dell’Asia, oggi la politica di Prada è di tornare a produrre in Italia e nei Paesi dell’Europa dell’Est, principalmente Romania, Serbia, Bosnia Erzegovina, oltre alla Turchia».

«Le filiere sono molto articolate – spiega Lucchetti – e più si scende più le condizioni di lavoro sono difficili e la filiera è fuori controllo. La frammentazione della filiera provoca uno schiacciamento del costo del lavoro verso il basso con vantaggi per le aziende, soprattutto quelle del lusso, e difficoltà per le piccole che soffrono la compressione dei prezzi, dettati dalle grandi. Per sopravvivere le piccole aziende ricorrono a mezzi irregolari, ma sono tante quelle che falliscono. Il dato è allarmante».

Tutto questo accade sia in Italia che all’estero. Un esempio è lo stabilimento aperto da Geox in Serbia, grazie a un finanziamento di 11 milioni di euro del governo serbo. «La stampa locale ha denunciato una serie di irregolarità, condizioni sanitarie e di sicurezza insoddisfacenti, offese verbali ai lavoratori, forme di assunzione non regolari, straordinari eccessivi e violazioni alle norme sul lavoro», dice Lucchetti. «Grazie al coraggio di alcuni lavoratori e alla pressione di media, sindacati e attivisti per i diritti dei lavoratori alcuni aspetti sono migliorati, anche se c’è ancora molto da fare». Ne parla il documentario “In my shoes” realizzato per Change your shoes da Sara Farolfi e Mario Poeta che sarà proiettato il 14 aprile al Tealtro Altrove di Genova.

Tra i dati emersi dal rapporto, c’è la richiesta da parte dei testimoni dell’anonimato. «Segno di paura che evidenzia la mancanza di trasparenza da parte delle aziende», dice Lucchetti. «Invece è proprio la trasparenza che chiediamo perché è la precondizione per verificare l’applicazione delle leggi e il rispetto dei diritti dei lavoratori. Le aziende dovrebbero essere obbligate per legge a rendere pubbliche le informazioni su filiera, produzione e condizioni di lavoro. Oggi non lo sono e c’è un motivo». Tra le altre richieste: adeguamento dei salari e garantire la libertà sindacale, «non solo nella casa madre ma in tutta la filiera». (Redattore Sociale)

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