Vittime di guerra senza diritti

Nessun indennizzo previsto per i danni collateralii: risarcimenti a discrezione dei paesi

Haji Allah Dad ha perso un’intera famiglia: 20 civili colpiti dai bombardamenti durante un’operazione militare dello scorso novembre eseguita dalle forze speciali statunitensi e afghane vicino a Kunduz, nell’Afghanistan settentrionale. L’uomo non ha ricevuto alcun risarcimento dall’esercito Usa, mentre ha ottenuto un indennizzo da parte del governo locale: 100 mila afghani (la valuta locale), pari a 1.500 dollari, per ogni familiare ucciso.

Nell’ottobre del 2015 un altro cittadino ha ricevuto un risarcimento di 10 mila dollari per la perdita del figlio, morto durante un raid nella provincia di Herat. Mentre sei mesi prima, in un caso analogo, un uomo ha ottenuto dal governo americano poco più di mille dollari per il suo bambino ucciso in un bombardamento nella stessa zona.

Secondo la missione Onu Assistance Mission in Afghanistan (Unama), solo nel 2016 nel paese sono morte 3.498 persone, mentre i feriti sono stati 7.920. Per loro o per i familiari non esistono norme che prevedono un meccanismo compensativo chiaro, proprio perché l’obbligo al risarcimento non è stabilito dal diritto internazionale. Insomma, gli stati non sono obbligati a indennizzare la popolazione colpita dai bombardamenti. E quando lo fanno, risarciscono a loro discrezione. Nel 2005, per esempio, l’esercito Usa ha iniziato a concedere riparazioni economiche solo dopo essersi accorto che i talebani stavano offrendo denaro alle famiglie delle vittime.

A DISCREZIONE DEGLI STATI

«Nel diritto internazionale, non è previsto alcun tipo di indennizzo in caso di danni collaterali da parte di eserciti esteri coinvolti in missioni internazionali o in conflitti, le violazioni sono valutate e giudicate dalla corte penale internazionale, ma non esiste una norma in materia», spiega Natalino Ronzitti, docente in Diritto internazionale e consigliere scientifico dell’Istituto affari internazionali. Stando così le cose, dice il professore, «sono i singoli stati che possono decidere di agire singolarmente e, in ogni caso, sono protetti dall’immunità e quindi è quasi impossibile chiamarli in causa».

Immunità che nel caso degli Stati Uniti potrebbe essere rimessa in discussione a causa di una norma approvata dal congresso americano nel settembre 2016. A dire il vero il Justice Against Sponsor of Terrorism Act, questo il nome della norma in questione, è nato per permettere alle famiglie delle vittime degli attentati dell’undici settembre 2001 di citare in giudizio l’Arabia Saudita. Allo stesso tempo, però, la legge è stata impugnata dalla lobby Arab Project in Iraq per chiedere al governo iracheno di far causa a Washington. Il tutto con l’obiettivo di ottenere un indennizzo economico destinato alle famiglie delle vittime del conflitto iniziato con l’invasione del paese nel 2003.

Come gli Stati Uniti, anche il Regno Unito è stato coinvolto in numerosi risarcimenti per i civili uccisi in Iraq e Afghanistan. Sono 362 le vittime indennizzate dal 2004 al 2015, per un totale di più di 732 mila sterline (circa 855 mila euro), con una media di 86 sterline (100 euro) a persona. E anche in questo caso le cifre variano a seconda della volontà del ministero della Difesa. Dalle 1.296 sterline (1.510 euro) per la morte di una bambina di cinque anni uccisa nel 2009 a Helmand in Afghanistan, alle 666,67 sterline (778 euro) per un’altra ragazzina afghana di otto anni morta nella stessa zona, sempre nel 2009.

PER I SIRIANI ANCORA NULLA

Secondo l’associazione non governativa Syrian network for human rights, in sei di guerra anni in Siria sono morti quasi 207 mila civili, di cui 4.102 potrebbero essere attribuiti ai bombardamenti dell’esercito russo e 945 alle forze della coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti. Per queste vittime non sono ancora previsti risarcimenti o indennizzi. E la situazione non cambia se si considera il conflitto in Kosovo e Serbia del 1999: per i bombardamenti non esistono programmi o sistemi di compensazione.

Per il professor Ronzitti, quindi, «c’è bisogno di una normativa che obblighi gli stati a risarcire le vittime». E una proposta in questo senso, a dire il vero, è già stata fatta a livello istituzionale. «Come International Law Association (insieme di accademici di tutto il mondo, ndr), nel 2014 abbiamo pubblicato una risoluzione per la creazione di un sistema di norme capace di mettere in opera una serie regole uguali per tutti, senza dimenticare la messa a punto di un fondo internazionale finanziato da tutte le nazioni partecipanti», conclude il professor Ronzitti.

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