Otto colpi zittiscono il Messico

Tre giornalisti assassinati a marzo: il paese è tra i più pericolosi per chi fa informazione

Otto colpi. Otto colpi che uccidono a sangue freddo la giornalista Miroslava Breach mentre accompagnava suo figlio Carlitos a scuola. Otto colpi sparati contro la capacità di narrare la tensione tra quello che vediamo e tutta la violenza che non riusciamo più a capire, in uno stato, il Messico, che vive in una guerra civile non dichiarata dal 2006, data di inizio della militarizzazione del territorio e la guerra al narcotraffico con l’attuazione del programa bilaterale Usa-Messico: Plan México.

Solo nel mese di marzo sono stati uccisi tre giornalisti: Ricardo Monlui è stato assassinato nello stato di Veracruz il 19 marzo, mentre Cecilio Pineda, dello stato meridionale del Guerrero, è stato ammazzato il 2 marzo. Ma l’omicidio di Miroslava del 23 marzo scorso segna un prima e un dopo in quella che è già diventata «la storia» contro la libertà di informazione messicana.

Secondo i suoi colleghi ci sono due caratteristiche da evidenziare. In primo luogo, l’assassinio di Miroslava è una vera e propria esecuzione contro una giornalista che sapeva di essere sotto minaccia, che era molto prudente, metteva in atto tutte le misure di sicurezza e lavorava per uno degli organi di informazione più importanti dell’area centro americana, La Jornada. Miroslava era corrispondente da Chihuahua, stato al confine con gli Stati Uniti, in cui ebbe inizio il Plan México che in solo tre anni ha prodotto un aumento della violenza del 200 per cento.

In secondo luogo, Miroslava é stata uccisa dopo tre giorni dallo scontro frontale che ha visto contrapporsi due gruppi criminali, El 80 e La Línea, che si disputano il territorio per ampliare le rotte del crimine organizzato e metterle in connessione con la Sierra Tarahumara. La Sierra è una delle più estese del continente e per difenderla il 17 gennaio è stato assassinato il leader del gruppo nativo raramuri, Isidro Baldenegro López.

Ebbene, dalle pagine de La Jornada Miroslava continuava a denunciare le infiltrazioni dei gruppi criminali nella politica che «decidono direttamente i candidati che si presentano nei vari municipi della Sierra», scriveva.

Il Messico ufficialmente non è in guerra, ma è tra i paesi al mondo più pericolosi per chi esercita il mestiere del giornalista. La giornalista messicana Elia Baltazar afferma che la Fiscalía para la Atención de Delitos cometidos contra la Libertad de Expresión, ossia il sistema di protezione per i giornalisti, è una anomalia del sistema perché «se l’apparato di giustizia funzionasse sarebbe sufficiente per rispondere alla domanda di sicurezza e non ci sarebbe bisogno di un sistema di protezione per i giornalisti». «Il problema – sostiene Baltazar – è che il nostro sistema di giustizia è pessimo, tanto che deve creare strutture parallele per tutto quello che non riesce a risolvere: uffici speciali che l’unica cosa che fanno è rendere visibile l’incapacità del governo di rispondere alla domanda di sicurezza dei cittadini».

Ora l’urgenza è pensare ad altre strategie e l’appoggio internazionale diventa fondamentale. «Difficilmente in un paese come il Messico, dove la violenza non è diminuita e c’è un altissimo livello di corruzione, il sistema di giustizia potrà proteggere i giornalisti. Vale la pena pensare a meccanismi più efficaci in termini di pressione politica. Durante tutto questo tempo la morte dei giornalisti non ha avuto alcun costo politico per nessuno. Dobbiamo pensare a come rendere più effettiva la protesta, chiedendo cose concrete», dice ancora Baltazar.

Al centro del problema restano l’impunità e la corruzione. «È necessario rendere visibili tutte le irregolarità nelle indagini. Dobbiamo puntare oltre la denuncia che si sta esaurendo in se stessa. Molte organizzazioni denunciano da anni attraverso incontri, dati, report, e cosa è successo? Non è successo nulla. Lo Stato risponde sempre solo con un’azione minima per giustificarsi davanti alla comunità internazionale. Un esempio? Hanno investito soldi nel meccanismo di giustizia e protezione, ma il meccanismo non funziona».

Il Messico vive una terribile emergenza umanitaria con più di 26 mila desaparecidos (persone scomparse). Attaccare la libertà di informazione, uccidere giornalisti, significa tappare gli occhi e la bocca di un intero paese.

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