Lo stupro come arma di guerra

Una ricerca della Lse parla del caso siriano. Ma ci sono anche Bosnia, Rwanda e Messico

Per spezzare la rivoluzione e restare saldo al potere, il regime di Bashar al Assad ha fatto ricorso a ogni tipo di arma possibile: dai bombardamenti indiscriminati all’uso di armi chimiche, dagli arresti arbitrari alle torture. La violenza sessuale contro le donne, in modo particolare lo stupro, non fa eccezione. Come già avvenuto nella quasi totalità dei conflitti del Ventesimo secolo, anche in Siria lo stupro è diventato una vera e propria arma di guerra.

È quanto emerge da una ricerca condotta dalla giornalista Marie Forestier e pubblicata dal “Center for women, peace and security” della London School of Economics dal titolo emblematico “Vuoi la libertà? Questa è la tua libertà. Lo stupro come tattica del regime di Assad“.

«Volete la libertà?» è una frase che gli attivisti siriani arrestati hanno imparato a conoscere bene nelle carceri dei servizi di sicurezza. «Vuoi la libertà? Ecco la tua libertà!» sono le frasi, beffarde, che arrivano prima delle botte e delle torture. O durante lo stupro. Attraverso le storie delle donne sopravvissute che hanno trovato il coraggio di parlare, le testimonianze di medici, attivisti avvocati e persino tre disertori (70 interviste in tutto), Marie Forestier illustra l’uso sistematico dello stupro come arma per stroncare l’opposizione moderata in Siria nei primi anni della rivoluzione.

Le violenze sessuali sono state utilizzate per piegare la resistenza delle donne durante gli interrogatori e costringerle a confessare. Oppure, come è successo a Ghalia (nome di fantasia, ndr), per costringere il marito a rivelare i nomi dei presunti complici. Sono state arrestate le mogli dei soldati del Free syrian army (l’esercito libero siriano), anche se non avevano mai fatto politica e non svolgevano alcun ruolo all’interno dell’opposizione. Maryam, ad esempio, è stata arrestata subito dopo la diserzione del marito dall’esercito regolare per unirsi al Fsa: a seguito degli stupri subiti nel centro di detenzione ha perso il bambino che portava in grembo.

«Gli stupri hanno preso di mira soprattutto gli attivisti e le donne che venivano considerate vicine alle opposizioni. Anche se i parenti degli attivisti o le donne che vivevano nei quartieri roccaforte dei ribelli non erano attivi politicamente», spiega Marie Forestier. «Dal momento che la maggioranza dell’opposizione al regime è formata da sunniti, la maggior parte delle vittime di stupri sono donne sunnite».

«Non c’è niente di peggio [dello stupro, nda] nella nostra cultura», racconta un disertore intervistato da Marie Forestier. L’umiliazione inflitta alle donne, infatti, ricade sulla sua famiglia e sulla sua comunità. «In Siria l’onore è associato alle donne. Così per umiliare una comunità il regime ha preso di mira le donne», spiega un attivista. Lo stupro dunque ha anche come conseguenza quello di spezzare i legami sociali di una comunità: una donna che ha “disonorato” la famiglia spesso viene rifiutata dalla famiglia d’origine o dal marito. Umiliate, ferite, terrorizzate, isolate. Molte donne decisero persino di lasciare la Siria. In questo modo il governo ha progressivamente svuotato il Paese dagli esponenti dell’opposizione moderata lasciando così prosperare le formazioni jihadiste.

C’è poi un altro elemento, particolarmente inquietante, che emerge dal report della London School of Economics. Gli stupri contro le donne non sono semplici episodi predatori, ma  inseriti in un sistema che presenta schemi comuni, un certo livello di organizzazione e la connivenza delle gerarchie politiche e militari. «Gli appartati di sicurezza siriani sono caratterizzati da una strettissima gerarchia di comando. I direttori dei centri di detenzioni spesso sono autori di violenza in prima persona. E non è verosimile che i loro superiori non ne fossero a conoscenza», riflette Forestier.

A conferma della sistematicità di queste violenze c’è un ulteriore dettaglio: a molte testimoni sono state distribuite pillole abortive o contraccettive. «La disponibilità e la distribuzione di pillole anticoncezionali in un centro di detenzione richiede un certo margine di pianificazione», si legge nel report.

Con ogni probabilità, nessun alto ufficiale ha mai ordinato direttamente gli stupri. Ma i disertori intervistati riferiscono alcuni degli ordini ricevuti dai loro superiori. Ad esempio la possibilità di «fare tutto quello che vogliono» per contrastare i ribelli. E ancora: «Vai a scoparti le loro donne, fai quello che vuoi, nessuno ne terrà conto». Oppure: «Ci hanno ordinato di fare quello che vogliamo, le ragazze ora sono a rischio estinzione».

NON SOLO SIRIA: BOSNIA, RWANDA, MESSICO

«Nella storia degli ultimi 60 anni non c’è stata guerra o conflitto in cui non sia stato praticato lo stupro ai danni delle donne come arma di guerra», commenta Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International.  La violenza ai danni delle donne viene perpetrata per diverse ragioni: terrorizzare parte della popolazione civile, punire o costringere alla resa un gruppo o anche come premio per i propri soldati.

In anni recenti, il caso più noto, probabilmente, è quello della guerra della Bosnia, in cui la sistematizzazione della violenza sulle donne arrivò persino alla creazione di veri e propri “campi di stupro”, messi in piedi con l’obiettivo di costringere le donne musulmane e croate detenute a mettere al mondo i figli dei loro violentatori. Bambini che, nel contesto di una società patrilineare, avrebbero poi ereditato la nazionalità del padre. La detenzione di queste donne – si stima che furono più di 35 mila quelle trattenute nei campi serbi – proseguiva fino all’ultima fase della gravidanza, rendendo così impossibile l’aborto.

Anche durante il genocidio del Rwanda, tra l’aprile e il giugno 1994, centinaia di migliaia di donne e ragazze Tutsi divennero bersaglio dei militari Hutu. Non ci furono ordini scritti, ma le prove raccolte negli anni successivi suggeriscono che furono i leader militari a incoraggiare e ordinare queste violenze.

«Ci sono state alcune sentenze del Tribunale penale internazionale per la Jugoslavia che hanno stabilito che lo stupro fosse un reato autonomo rispetto al reato di tortura», aggiunge Noury, «e secondo i giudici la violenza sessuale ai danni delle donne ha una sua gravità specifica che deve essere giudicata autonomamente».

Ma la guerra sul corpo delle donne si combatte anche in alcuni paesi dove non ci sono combattimenti evidenti. Ad esempio il Messico, dove non c’è una guerra in corso «ma il numero di stupri è altissimo, tantissime donne denunciano di essere state violentate da agenti di polizia. Spesso la violenza avviene nelle prime ore dopo l’arresto per costringere le donne a confessare e per chiudere rapidamente un caso», conclude Noury.

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