Le armi che devastano l’Africa

Oxfam analizza il costo umano delle armi leggere e di piccolo calibro in sette paesi africani

Morti e feriti, profughi interni e rifugiati, violenze sulle donne ed erosione della coesione sociale e della fiducia reciproca. Sono queste le conseguenze della circolazione incontrollata delle armi secondo una recente ricerca di Oxfam, che ha analizzato la situazione in sette paesi africani. Gli stati ad essere passati al vaglio de “Il costo umano delle armi incontrollate in Africa”, questo il titolo del report, sono Mali, Repubblica Centrafricana, Sud Sudan, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e Libia.

Complessivamente si stima che in Africa ci siano circa 100 milioni tra armi di piccolo calibro e armi leggere che circolano fuori da ogni controllo. Una situazione particolarmente preoccupante in questa zona del mondo, dove «la maggior parte dei conflitti coinvolge attori non statali, che usano armi non controllate». Tra questi, il report cita milizie, signori della guerra e gruppi estremisti, che non potendo rivolgersi al mercato ufficiale si riforniscono saccheggiando magazzini statali, al mercato nero o con altri tipi di traffici.

A livello mondiale, scrive Oxfam, «esperti internazionali stimano che almeno 500 mila persone muoiono ogni anno, in media, e altri milioni sono cacciati dalle proprie terre e abusati in conseguenza di violenza armata e conflitti». In termini economici, la perdita per la sola Africa ammonta a 18 miliardi di dollari l’anno. Tra il 1990 e il 2005, infatti, il costo della guerra è stato stimato in oltre 300 miliardi, «una somma equivalente a tutti gli aiuti internazionali ricevuti dall’Africa sub-sahariana nello stesso periodo».

 

ARMI DA FUOCO IN ALCUNI PAESI AFRICANI

Fonte: rapporto Oxfam “The human cost of uncontrolled arms in Africa”

Per raccogliere dati al riguardo, naturalmente, bisogna fare i conti con la scarsità dei dati disponibili. Ma i ricercatori della Ong sono comunque riusciti a dare un’idea della situazione. «Tra il 1983 e il 2005, per esempio, mettendo insieme Repubblica Democratica del Congo, Sudan e Rwanda, hanno perso la vita tra le 4,3 e le 8,4 milioni di persone a causa di conflitti armati». E secondo racconti citati nella ricerca, «molta gente ha visto membri della propria famiglia, amici e vicini essere uccisi da ribelli, milizie, guardie e gang che usavano armi incontrollate».

Un’altra conseguenza meno cruenta, ma che finisce comunque per rovinare la vita, è quella dell’instabilità che obbliga ad andarsene. «Gli spostamenti forzati di popolazioni all’interno e fuori dai confini nazionali», scrive Oxfam, «sono in genere motivati dal bisogno di evitare di essere feriti o uccisi da armi che circolano in maniera incontrollata». E così accade che i paesi più colpiti dalla violenza – come la Repubblica Centrafricana, la Repubblica Democratica del Congo, l’area del Lago Ciad, Mali, Somalia, Sud Sudan e Sudan – siano anche gli stati dove si registra il maggior numero di profughi interni e rifugiati.

I conflitti armati si portano dietro anche violenze basate spesso sul genere. I dati riportati da Oxfam, infatti, svelano che circa il 45,6% delle donne africane ha subito una violenza come risultato di un conflitto armato, contro una percentuale globale del 35 per cento. E non è tutto. «Si stima che la maggior parte delle donne e delle ragazze africane passeranno per un’esperienza di violenza nell’arco della propria vita».

In contesti di guerra, questa situazione è associata a gruppi armati e combattenti che utilizzano armi leggere e di piccolo calabro per «umiliare, intimidire, mandar via e traumatizzare individui e comunità». Per esempio, ricorda la Ong, all’apice delle violenze nel 2013, la Repubblica Democratica del Congo divenne famosa come «capitale mondiale dello stupro», con una stima di 48 donne violentate ogni ora dai ribelli e dai soldati congolesi.

Un’ultima conseguenza su cui si concentra il rapporto è quella della «erosione della coesione sociale e della fiducia reciproca». L’uso incontrollato di armi, infatti, anche nei casi in cui non causi conflitti aperti, porta a un aumento delle tensioni e «fa inclinare la bilancia verso confronti violenti». In altre parole, in contesti del genere viene più facile tirar fuori una pistola piuttosto che sedersi intorno a un tavolo per seguire il percorso dei negoziati. In questo modo, dunque, aumentano i sospetti e la sfiducia, si favoriscono reazioni di vendetta e aumentano le divisioni sociali tra i gruppi. «In Sud Sudan e Repubblica Centrafricana, giusto per fare due esempi, omicidi mirati con armi non controllate hanno frammentato comunità e paesi seguendo confini etnici, religiosi e politici».

Oxfam conclude il proprio rapporto dando alcune raccomandazioni per affrontare questa situazione a Stati, Unione Africana, Comunità economiche regionali e alla comunità internazionale di donatori. Inoltre, è interessante notare come la Ong abbia deciso di rivolgersi anche al settore privato. In particolare, il report chiede di prestare grande attenzione al commercio delle risorse minerali, che può portare proprio a favorire il finanziamento alla circolazione incontrollata di armi (leggi l’articolo di Osservatorio Diritti relativo alla stretta dell’Unione europea sui cosiddetti “minerali insanguinati”).

Ti potrebbe interessare anche Altri articoli dell'autore

Commenti