Bambini dal futuro in bilico

Il rapporto di Save the Children sull'impatto delle povertà educative sull'infanzia in Italia

Sei una bambina nata in Sicilia da genitori poveri e stranieri? Ebbene, le tue possibilità di studiare e realizzarti nella vita sono ridotte a un lumicino. Perché le pari opportunità sono ancora solo un obiettivo a cui tendere. E perché la povertà educativa è una questione ereditaria. A rivelarlo è il rapporto Futuro in partenza? L’impatto delle povertà educative sull’infanzia in Italia di Save the Children.

Nel nostro Paese, ricorda lo studio, più di un milione di bambini, pari a uno su dieci, vive in povertà assoluta. In termini percentuali, questo dato si è quasi triplicato negli ultimi dieci anni, passando dal 3,9% del 2005 al 10,9% del 2015. E a questo bisogna aggiungere la «povertà educativa», ossia quella situazione «che priva i bambini e gli adolescenti dell’opportunità di apprendere, sperimentare, sviluppare e far fiorire liberamente capacità, talenti e aspirazioni». E che si manifesta «nella privazione delle competenze cognitive, così fondamentali per crescere e vivere nella società contemporanea dell’innovazione e della conoscenza, ma si traduce anche in una povertà di competenze cosiddette “non-cognitive”, quali lo sviluppo delle capacità emotive, di relazione con gli altri, di scoperta di se stessi e del mondo».

La povertà educativa, si legge nel documento della Ong, è collegata «alla situazione socio-economica della famiglia e altri fattori demografici, quali il luogo di nascita, il sesso, l’origine migrante». Ed è proprio incrociando questi dati con quelli relativi alle differenze di apprendimento che si scopre un legame così stretto da sembrare davvero una condanna alla nascita.

In generale, in Italia più di un ragazzo su cinque ha problemi a scuola: il 23% degli alunni di 15 anni non raggiunge i livelli minimi di competenze in matematica, il 21% in lettura. In poche parole, quindi, questi studenti «non sono in grado di utilizzare formule matematiche e dati per descrivere e comprendere la realtà che li circonda, o non riescono ad interpretare correttamente il significato di un testo appena letto».

QUESTIONI DI FAMIGLIA

Dietro a questi numeri se ne nascondono altri che aiutano a capire chi è colpito davvero da questo problema. Scorrendo il rapporto, infatti, si scopre che il 37% dei minori di 15 anni che vive nel 20% delle famiglie più disagiate (primo quinto) non raggiunge i livelli minimi di competenze in matematica e lettura, contro meno del 10% di quelli inseriti in famiglie con livelli socio-economico-culturali più elevati.

La situazione non è migliore se si considerano i livelli d’istruzione più avanzata. Stando ai dati dell’ultimo rapporto Ocse “Education at Glance” citato da Save the Children, infatti, in Italia solo l’8% dei giovani tra i 25 e i 34 anni con genitori che non hanno completato la scuola secondaria superiore ottiene un diploma universitario, contro una media Ocse del 22 per cento. La percentuale sale al 32% per i figli di genitori con un livello d’istruzione secondario e raggiunge il 65% se questi hanno un diploma universitario.

Andando a vedere la partecipazione ad attività culturali e ricreative – come andare a teatro, concerti, musei, mostre, siti archeologici, monumenti, fare attività sportive, leggere libri, utilizzare internet – la situazione resta preoccupante. Anche in questo caso, infatti, le differenze tra bambini e adolescenti tra i 6 e i 17 anni in base alle risorse economiche della famiglia sono rilevanti.

GENITORI IMMIGRATI

Anche il Paese d’origine dei genitori incide sul futuro dei figli. «Il 38% dei ragazzi di 15 anni figli di genitori migranti e non nati in Italia (migranti di prima generazione) – si legge nel rapporto – non raggiunge i livelli minimi di competenze in matematica (40% in lettura), a fronte del 27% per i migranti di seconda generazione, ovvero ragazzi nati in Italia da genitori stranieri (22% in lettura)». E questa percentuale scende al 20% per gli studenti di 15 anni non migranti (il 18% in lettura).

La situazione socio-economico delle famiglie, comunque, sembra incidere parecchio anche in questo caso. «A parità di condizioni di partenza, infatti, i ragazzi migranti hanno percorsi educativi molti simili ai coetanei nati da genitori italiani». Ed è utile sottolineare che «i genitori di origine straniera hanno maggiori probabilità di appartenere a categorie socio-economiche maggiormente svantaggiate, e da questo dipende, in larga parte, l’alta percentuale di minori migranti in povertà educativa».

C’È REGIONE E REGIONE

Il terzo capitolo del rapporto fa una fotografia del nostro Paese ancora diviso tra Nord, Centro e Sud. «Un adolescente che vive in Campania ha quasi il doppio di probabilità di non raggiungere le competenze minime in matematica, rispetto ad un coetaneo che vive in Lombardia (36% contro 19%), ed il triplo rispetto ad un quindicenne della Provincia Autonoma di Bolzano (12%) e Trento (13%)», si legge nel documento. E percentuali molto simili si riscontrano quanto alla lettura, con il 31% di alunni in svantaggio educativo in Campania, il 15% in Lombardia, il 14% a Bolzano e l’11% a Trento.

In sintesi, le regioni italiane che si avvicinano di più agli “Obiettivi Illuminiamo il Futuro 2030” di Save the Children, ossia dove minore è l’incidenza della povertà educativa, si trovano, in linea di massima, al Nord e al Centro.

La Basilicata rappresenta un’eccezione positiva, visto che è l’unica regione, per esempio, ad offrire il tempo pieno al 51% delle classi della scuola primaria e a garantire anche il servizio refezione a più della metà degli alunni, una delle percentuali tra le più alte in Italia. Inoltre, è l’unica regione del Sud ad aver già raggiunto il target del 10% di abbandoni scolastici.

Per contro, denuncia il rapporto, «in alcune regioni del Nord e del Centro si registrano ritardi importanti». L’Emilia-Romagna, per esempio, «presenta un’offerta particolarmente scarsa di tempo pieno nella scuola secondaria di primo grado (circa il 5%) mentre più di un terzo delle aule didattiche in Friuli-Venezia Giulia, Piemonte e Veneto resta senza connessione internet veloce».

IN FONDO ALLA CLASSIFICA UE

Nonostante il numero di ragazzi che abbandonano precocemente gli studi si sia più che dimezzato negli ultimi 23 anni, passando dal 38% del 1992 al 15% del 2015, il rapporto sottolinea che il nostro Paese «rimane indietro rispetto ai paesi della Unione Europea (la cui media è dell’11%), posizionandosi al quartultimo posto nella classifica dei paesi per early school leavers, seguito soltanto da Romania (19%), Spagna e Malta (a parimerito con il 20%)».

Inoltre, sebbene la percentuale di studenti che non raggiungono le competenze minime in matematica sia passata dal 33% del 2006 al 23% del 2015, «paesi come Cina, Russia e Vietnam presentano percentuali molto più basse dell’Italia, comprese tra il 16% e il 19%».

UNA LOTTA POSSIBILE

Il rapporto chiarisce che la povertà cognitiva non è un fenomeno irreversibile. Tutt’altro. La scuola, innanzitutto, «assolve un ruolo primario nella formazione, o privazione, delle competenze cognitive indispensabili ai minori per farsi strada in un mondo sempre più caratterizzato dall’economia della conoscenza, dalla rapidità delle innovazioni, dalla velocità delle connessioni». Così come è importante il contesto educativo in cui vivono i bambini, a partire dalla realtà familiare. «La povertà cognitiva diminuisce significativamente tra i minori appartenenti a nuclei familiari con un livello socio-economico e culturale più basso quando hanno la possibilità di utilizzare internet a casa e di essere stimolati culturalmente, attraverso il contatto con la musica, l’arte, la lettura».

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